Memorie di una bevitrice di Estahè

Memorie di una bevitrice di Estahè

giovedì 31 maggio 2018

Inthèrlocutori


Se avessi potuto scegliere, io avrei voluto una voce fuoricampo
«Ehi tu, Dio!», gli avrei detto, «Non darmi tutte queste tette, dammi una voce fuoricampo»

Non conosco una persona che non si lamenti dello scollamento che esiste tra quello che sente di essere e quello che gli altri pensano che sia oppure tra quello che pensa che siano gli altri e quello che gli altri fingono di essere. Fa parte della natura umana sia non comprendersi pensando di aver capito tutto sia non lasciarsi comprendere pensando di essere stati fraintesi e, in questo, siamo tutti talmente umani che non facciamo altro che non capirci, finendo per starci tutti sul cazzo.
Io, ovviamente, mi sono conferita il titolo di campionessa olimpica di questo scollamento fin dalla culla e non ho fatto altro che crogiolarmi in questa condizione. Dentro la mia testa, ci provo sempre ad elevarmi, a tentare di superare quest'impasse facendo uso di controragionamenti, autopsicologia inversa e neutralità di giudizio, ma nei fatti ogni volta che qualcuno non mi saluta penso di stargli antipatica, anche se so che, ogni volta che io non saluto qualcuno, quel qualcuno di solito mi sta simpatico, ho solo paura che non si ricordi chi sono.
Credo sia colpa delle insicurezze, della timidezza, della goffaggine: queste cose ti scavano un fossato intorno, che rende più difficile ogni rapporto con gli altri, quindi gli altri – che intanto devono gestire pure il loro di fossato – invece di girarti intorno fino a trovare il ponte levatoio o immergersi nei chilolitri di Estathè che riempiono i fossi, lasciano stare, tanto sono alte le possibilità che tu sia solo l'ennesima stronza antipatica che tiene lontani tutti quanti.

«Ma ti leggi mentre scrivi? Ma che è 'sta mania di intellettualizzare tutto?», mi ha detto la voce di Giaris, che è entrata in casa dalla finestra, a proiettile, insieme a un tappo di bottiglia arrivato probabilmente da qualche tovaglia scrollata o da qualche proposito omicida nei confronti della mia resistenza cardiaca.
«Iris, tu lo sai che io ti adoro quando metti me e Oris come bambole di pezza sul tuo letto e ci racconti i paradossi dei viaggi nel tempo e sai pure che io sono grande fan e attuatrice dell'odio per la gente, però tu la devi fare finita con questa storia degli scollamenti, del ponte levatoio e dei – come hai detto? – chilolitri. Chilolitri, Iris, davvero?».
«I chilolitri sono un'unità di misura, caro tappo di sughero con la voce di Giaris che, dall'odore, mi sa che chiudevi una bottiglia di vino rosso...».
«Senti, Chilolitri, non ti deconcentrare. Seguimi. Visto che con la storia dell'anti-galateo abbiamo fallito miseramente, proviamo con questo: da oggi, ti devi inventare un tiradentro. Ti serve, come serve a tutti...».
«Un tiradentro?».
«Sì. Hai presente quelli che stanno fuori dai locali e che ti dicono "Daje, su, entra, che qua se fa la migliore amatriciana de Roma"? Ecco quelli. Perdonami, ma se la gente di te vede solo quest'insegna che hai messo fuori, cosa deve pensare? Non si capisce se sei un ristorante, se sei una cartoleria, se sei un centro di recupero per ragazzi speciali o un appartamento privato chiuso al pubblico perché se sente tanto 'sto cazzo».
«Ho capito, ma quindi che devo fare?».
«Devi interloquire, Iris. Devi imparare a parlare con le persone».
«Ma io ci parlo con le persone!».
«Ma con chi parli? Sempre con quei quattro stronzi della cazzo di corte dei miracoli degli amici tuoi!».

Chiaramente, non esiste un manuale per la creazione del tuo tiradentro, non esistono tavole di montaggio, pezzi di costruzione o maieutici cavatappi per l'inconscio, quindi la richiesta della Giaris turacciolo mi ha messa molto in difficoltà.
Le mie conversazioni, fuori dalla comfort zone delle persone che conosco sul serio, mi sembrano sempre faticose. Cosa dovrei rispondere all'insegnante di yoga che, mentre sono nella posizione del cammello, mi dice: «Devi aprire di più il cuore, Iris»? O al commesso del Carrefour che mi dice: «Mannaggia la miseria con 'sto Estathè, guarda che il Sant'Anna è identico, eh»? Sto zitta, che è meglio, visto che con sconosciuti e conoscenti riesco a dare il peggio di me nell'ansia di nascondere il mio fossato e saltare a pie' pari il loro.
Quando un mio amico mi ha chiesto se mi poteva lasciare sua figlia per qualche ora, io ho subito pensato: «E mo che le dico?», quindi: «Certo», gli ho risposto, «però io non le posso dare retta che devo lavorare».
«Perfetto, grazie e non ti preoccupare, tanto Oris è autonoma». Già, perché poi la figlia del mio amico si chiama Oris, ha undici anni, è bionda, bella e molto intelligente, di quella intelligenza furba che unduetré sei seduta per terra con lei che ti fa le trecce. E sì, se ci state pensando, la risposta è sì: ricorda proprio qualcuno di mia (e ormai pure di vostra) conoscenza e infatti la prima domanda che mi ha posto è stata: «Posso vedere l'armadio di Oris che lei ha un sacco di vestiti?». Oris, l'altra Oris, la somma Oris, quella che le trecce te le fa solo con lo sguardo.
Per il resto siamo state in silenzio, io ho lavorato e lei ha guardato la TV, fino a che non è tornata dal lavoro Big Oris che, appena è entrata, le ha regalato un vestito, le ha fatto una treccia e si è fatta raccontare tutti i suoi segreti – chiaramente, ogni bambina bionda è fornita di un tiradentro che manco i bancarellari di via Sannio.
A un certo punto, mentre non so come ci siamo ritrovate al tavolo a giocare a poker, Oris piccola mi ha guardato e ha colpito forte: «Papà dice che tu scrivi. Che cosa scrivi? A me piacciono i gialli. Cioè, mi piacciono dal momento in cui muore qualcuno, prima di quello mi annoiano».
Per rispondere, ho bofonchiato cose che lei ha finto di capire e poi sono stata salvata da un full di Oris grande che, ovviamente, non ha fatto vincere una mano a nessuno.

«Non capisco quale parte di "Devi imparare a parlare con le persone" non era chiara, Iris», ha tuonato la voce di Giaris mentre mi scioglievo la treccia.
«Ma una sfida più facile di due Oris sedute intorno a un tavolo non mi poteva capitare?».
«Vogliamo invece parlare di come ti sei fatta sgridare dal personal trainer nella sala isotonica – per dirla come la diresti tu?».
«No, non parliamone».
«Ti vergogni, eh».
Non è che mi vergogno è che io dovevo fare un esercizio che lui mi aveva scritto sulla scheda, ma intorno al macchinario c'erano due tipi che facevano cose ansimando come ansimano gli uomini quando fanno sport – che sembra che i muscoli li devono partorire, non allenare.
«Iris, ma che stai a fa' ferma là davanti?», mi ha detto lui.
«Riccardo, non è che posso sostituire questo esercizio con un altro?».
«Ma perché?».
«Non voglio mettermi là in mezzo e imporre la mia presenza, non li voglio disturbare».
Non saprei descrivere lo sguardo che mi ha riservato Riccardo, posso solo riportare le sue parole: «Tu forse stai scherzando, Iris. Adesso gonfi il petto, vai là e gli dici "Levateve". In sala pesi, vige la legge del più prepotente, la devi imporre la tua presenza sennò questi te se magnano. Forza, vai là, io ti guardo: spalle dritte e arroganza».
«E invece tu che hai fatto? Diciamolo quello che hai fatto», mi ha incalzato Giaris: «Sei andata lì e hai sussurrato "Scusate, devo usare questo macchinario", che capirai se ti potevano sentire quei due compressori a pistone di nessuna utilità per il prossimo. Poi ti sei seduta vittoriosa sul macchinario e Riccardo, porello, ti ha sorriso come se avessi davvero interagito e vinto la tua battaglia...».

Io non ho capito se ho un problema con i giudizi degli altri, con i pregiudizi, i cambi di idee, gli indulti, le riduzioni di pena o le preterintenzioni, so solo che quando devo avere a che fare con qualcuno che non conosco mi sento sotto osservazione, come se fossi in tribunale, e mi immagino che tra me e l'altra persona ci sia Borza, una tipa molto minacciosa che controlla le borse fuori da un locale in cui vado spesso a vedere i concerti. È sempre incazzata e ti controlla dappertutto: se mi trovasse in possesso di un brick di Estathè non me lo sequestrerebbe, me lo farebbe ingoiare intero.
«Aprite le borze. I maschi de là, le femmine de qua. Ma che stai a fa? Anvedi questo. Qua noi stiamo a lavora', mica ce stamo a diverti'... A te non te farei proprio entra', guardampo'».
L'ultima volta che ci sono andata, sull'onda delle mie disquisizioni con Giaris, mi sono immolata al controllo con il cuore aperto e un gran sorriso sulla faccia. «Ciao tesoro, c'hai acqua, smalti, deodoranti?», mi ha chiesto lei mentre mi sprimacciava la borsa da sotto. «No, niente», ho risposto io, con un piede già sopra al ponte levatoio. Poi, però, lei ha infilato le mani tra le mie cose, si è messa a ridere e scuotendo la testa ha alzato un po' la voce e ha commentato: «Capirai, questa c'ha 'n libro. Vai vai, passa...».
Mentre cadevo nel fossato, mi sarei voluta giustificare, dirle che aveva frainteso, che non era come sembrava, che quello che era successo era che non avevo potuto svuotare la borsa prima di andare al concerto, che mica ero una scema dissociata che si porta un libro quando va a sentire la musica dal vivo, ma lo scollamento ormai era avvenuto, il terreno comune era perso e io sono stata costretta a nuotare nell'incomprensione.
È stato in quel momento che, da un bicchiere di un superalcolico, Giaris mi ha detto: «Idea pazzissima: e se ingaggiamo Borza come tua personale tiradentro? Sai quanto ci divertiamo?».
«Ma infatti, la prossima volta che mi perquisisce, provo a dirglielo. Potrei farle il discorso sulle insicurezze, la timidezza, la goffaggine... magari funziona, no?».
«Certo, oppure le puoi dire quella cosa del paradosso del nonno nei viaggi nel tempo, così pensa che le stai insultando il suo di nonno e ti mena. Allora sì che ci divertiamo».
«Ecco, almeno divertiamoci, va'», le ho risposto, prima di spegnere l'insegna e mescolarmi agli altri, in quella complessa rete di natura umana piena di interlocutori impossibili.
Poi, siccome uno che conoscevo non mi ha salutato, con grande pacificazione nei confronti di me stessa, mi sono girata verso Oris e le ho detto: «Mi sa che a quello gli sto antipatica».
«Ma che ti frega! Sapessi a quanti sto antipatica, io».

venerdì 16 febbraio 2018

Il coordinamento nazionale di me sthèssa

Se avessi potuto scegliere, io avrei voluto una voce fuoricampo
«Ehi tu, Dio!», gli avrei detto, «Non darmi tutte queste tette, dammi una voce fuoricampo»

«Ma il blog?», continua a dirmi mia madre da mesi.
«Eh, il blog...», le rispondo io ogni volta senza finire la frase.
«Eh, il blog!», incalza lei, che pensa che sto bene solo se scrivo su questo blog. E allora io trovo un modo di interrompere la conversazione non solo perché questa mia assenza mi fa soffrire, ma anche perché non c'è dimostrazione più puntuale di come sia andato questo 2017 per me se non questa mia mancanza, questo mio tradimento di me stessa – e il solo ricordarlo mi affatica.
Da quando ho aperto questo blog non è mai successo che io saltassi otto mesi – 8! – di scrittura; se questa volta è successo è perché da luglio a oggi non ho fatto altro che accettare lavori, pentendomi un secondo dopo di averlo fatto e sapendo anche che quel secondo che ci avevo messo a pentirmi era un altro secondo sprecato che si andava a sommare a tutto quello di cui mi sarei pentita da quel momento fino alla fine della mia pena. E mi sono pentita: ah, quanto mi sono pentita.
Ora, però, il punto qual è? Il punto è che sono successe così tante cose in questi otto mesi che non so da dove cominciare, non so quale trattare, non so come spiegare la quantità di follie che si sono affastellate sul mio stomaco, sulle scadenze, sugli spostamenti, sul Natale, su Stalin, sulla corte dei miracoli, sulla povera e insieme terribile Oris, su Core, su Sanremo, su... Insomma, ci siamo capiti.
Quindi comincerò dalla fine, come è sempre bene fare.

Anche se non ho mai esplicitamente parlato di lui, Fulmine è uno dei miei più cari amici, solo che abbiamo un rapporto talmente multiforme e lui è talmente permaloso che ogni volta che ne ho scritto non gli ho dato un nome, sperando che non si riconoscesse lui o almeno che non temesse che qualcuno lo riconoscesse, perché Fulmine, aldilà dei trent'anni, della barba e del fatto che è un omone, è sempre così dolcemente complicato, sempre più emozionato, delicato, che un po' va tutelato (come dice la mia amica Lorelai, non c'è canzone che descriva peggio la femminilità di Quello che le donne non dicono e, infatti, appunto, più che le donne riesce a descrivere molto meglio parecchi uomini).
Nelle sere tempestose, però, a Fulmine non devi portare delle rose, devi ascoltarlo mentre ti parla di Giordano Bruno, di quanto è innamorato e impaziente, del tuo futuro secondo quello che dice la carta che peschi sempre dai suoi tarocchi o, come qualche sera fa, devi ascoltarlo mentre ti dice qualcosa di definitivo su te stessa.
«Iris, ti devo confessare una cosa».
«Cosa? Che non mi vuoi bene? Lo so già...».
«No, cretina, non è questo... E comunque, vedi? È proprio questo il problema con te».
«Quale, scusa?».
«Che tu pensi sempre che non ti voglio bene, ma il fatto è che non ti accorgi che c'è un sentimento molto più grande che tu ispiri. E non solo a me. Tu sei come il Dio dell'Antico Testamento: noi tutti non è che non ti vogliamo bene, è che più di questo temiamo la tua collera».
«E non pensi che anche al Dio dell'Antico Testamento avrebbero potuto volergli più bene? Guarda che le cose sarebbero andate diversamente...».
«...».
«Comunque, qual è la confessione? Questa?».
«No, la confessione è che certe volte, quando non litighiamo da tanto tempo, io immagino che litighiamo e per inventare le tue risposte apro la Bibbia a caso, dici che è sacrilego?».
«Non lo so, a 'sto punto chiedilo alla Bibbia».
«(...) Volesse Dio parlare e aprire le labbra contro di te, per manifestarti i segreti della sapienza, che sono così difficili all'intelletto, allora sapresti che Dio ti condona parte della tua colpa. Capisci? Dice: "Dio ti condona parte della tua colpa"! Sei tu, Iris, sei tu!».
Il fatto di essere diventata in qualche modo la voce fuoricampo della vita di Fulmine, così biblicamente imponente, all'inizio mi ha turbato ma quando poi l'ho riferito a Oris, Draco Malfoy, Gus l'orso (bi)polare, Core e mia madre e tutti l'hanno trovata una descrizione così calzante anche per quanto riguardava la loro visione delle cose, ho capito che era proprio questa la fine che avevo fatto, quello che ero diventata. E la cosa mi ha fatto morire dal ridere.
Sono iniziati così i lavori per il coordinamento nazionale di me stessa, con Fulmine che mi ha scosso dal torpore di questi otto mesi, dandomi finalmente la fine della pena e l'in(d)izio per la strada di rientro nella normalità: un post sul mio blog. Contenta, mamma?
«No, che non sono contenta. Prima devi dirmi cosa diavolo è successo in questi otto mesi».
«Tipo riassunto delle puntate precedenti?».
«Tipo riassunto delle puntate precedenti».

Dal 4 luglio del 2017, giorno in cui è stato pubblicato De frathellis, è successo che:
  • Per lavoro ho scritto 800 pagine e ho avuto a che fare con altre 1100 - al netto dei libri che ho letto e di quello che scrivo, che non ho affatto scritto, naturalmente, e che scriverò (lo sto pure già scrivendo, no?).
  • La mia amica Silvis mi ha detto che dovevo smetterla di farmi quegli insulsi sciampi colorati e passare a quella che un tempo ebbi modo di definire Tinta De Beers. Ho accettato e, per la prima volta dopo anni, sono andata da un parrucchiere senza Oris. Ne sono uscita con delle mèches caramello che mi erano state vendute come non so che. Praticamente bionda. Un disastro.
  • Mentre avevo la testa piena di stagnola mi è arrivato un messaggio che diceva che un mio testo teatrale era stato scelto per Italian Playwright Project e che ero invitata ad andare a New York. «Ma come faccio ad andare a New York con queste mèches?», ho pianto al telefono con Core, che mi ha detto: «Fai che ci vai. E facciamo che vengo pure io per qualche giorno da Washington, solo per te». E così ho fatto: sono andata.
  • Non ho ceduto alla voglia di preparare degli shottini da 100 ml di Estathè per il bagaglio a mano, ma ci ho pensato e credo che questa sia una bella dichiarazione d'amore.
  • Appena sono arrivata ho cercato di farmi un selfie con l'Empire State Building per dire che ero lì e che stava per succedere questa cosa meravigliosa della lettura in inglese del mio testo, ma ho dovuto fare mille scatti perché il palazzo spariva appena lo fotografavo. Ho pensato che la città mi stesse rifiutando e quindi, quando Core è arrivata, l'abbiamo battute a colpi di 20 chilometri al giorno quelle strade, per conoscerle, e ci siamo conosciute. Ci siamo conosciute così tanto che, a un certo punto, mi sono ritrovata a fare colazione con l'ex fidanzata di Draco Malfoy, in un diner che ci ha accolto dopo il freddo accumulato sulla High Line – noi che non eravamo riuscite a vederci a Roma, a Genova o a Milano, ci siamo ritrovate a New York la stessa settimana. L'Empire, allora, non si è più permesso di sparire.
  • Mia madre mi ha regalato una di quelle sue geniali perle che ripeterò per sempre: di fronte all'ennesima telefonata fatta di pomeriggi che erano mattine e mattine che erano notti fonde, estenuata da quella cosa insopportabile di non essere sullo stesso fuso orario («Ma come non hai ancora pranzato, qui la giornata è quasi finita...», «Eh, mamma, ma qui sono le nove di mattina»), ha detto: «Certo che il tempo lì non passa mai...». Grazie mamma. Cosa farei senza di te?
  • Non mi sono iscritta in palestra, mi sono fatta allungare i capelli e non mi sono incazzata quando ho aperto un biscotto della fortuna e ci ho trovato scritto: «Avrai una vita lunga» e basta, tipo a dire: «e poi come è, è».
  • Sono uscita con uno stalinista che ho conosciuto a causa di 300 di quelle 800 pagine che ho scritto e per tutto il tempo mi sono chiesta se mi stava corteggiando o cooptando per farmi entrare nel Partito Comunista. Gliel'ho chiesto e lui si è offeso, mi ha detto che era confuso e che forse non ero il tipo di ragazza con cui doveva uscire, poi è sparito, poi è tornato, poi mi ha detto che mi aveva fatto un regalo per Natale, «Un presente, provocatorio ovviamente», «E che cos'è?», gli ho chiesto io: «uno zootropio di Rizzo che mi fa ciao con la manina?», non si è offeso, ha riso, ma in qualche modo mi ha fatto diventare sempre più aggressiva. Stalin, se mi stai leggendo, ora lo sappiamo cos'è successo: sono il Dio dell'Antico Testamento, non basta un baffetto per avere a che fare con la mia ira e poi cambia il vento ma voi no e io non ce la posso davvero fare. 
  • Non vorrei abusare di Ruggieri e Schiavone, ma in questi mesi Draco Malfoy ha detto, più o meno, sempre e solo: «È difficile spiegare, certe giornate amare, lascia stare...». E io: «Se tu obbedirai fedelmente alla voce del Signore tuo Dio, (...) verranno su di te e ti raggiungeranno tutte queste benedizioni, sennò ciccia». E quindi: ciccia.
  • Non ho ceduto alla bruttezza di dicembre e di Natale e non ho mai smesso di allenarmi a discutere con Oris e mia madre perché dobbiamo essere pronte per quando tornerà l'estate e scenderemo di nuovo le dune di Sabaudia, noi e le nostre amiche del cuore, per sederci vicino ai pescatori e dirci tutto quello che le donne dicono, come facciamo sempre.
Ovviamente, sono successe molte altre cose, un po' le ho dimenticate, un po' non mi va di ricordarle, un po' il tempo fa sembrare tutto più piccolo.

«Iris, non è che ti disturbo? Ti sento con la voce assonnata...».
«No, no. Tranquillo. Dimmi pure».
«È fatta: mi sono innamorato, è tutto perfetto, è lei!».
«Ah ok».
«Ah ok?»
«L'importante è che tu sia felice».
«Il Dio dell'Antico Testamento mi ha appena detto che l'importante è che io sia felice?».
«Quando ha sonno, anche il Dio dell'Antico Testamento è docile».
«Lo dovrebbero scrivere sul libretto di istruzioni o in esergo sulla Bibbia. Tu ti ci dovresti fare almeno una maglietta e magari iniziare a uscire con i ragazzi solo quando hai sonno, così aumentano le possibilità che ne trovi uno che non si spaventa a morte...».
«Fulmine, hai appena messo fine al coordinamento nazionale di me stessa con questa frase, ma ricorda: Il Signore dà, il Signore toglie...».
«E che non lo so».

martedì 4 luglio 2017

De frathèllis

Se avessi potuto scegliere, io avrei voluto una voce fuoricampo
«Ehi tu, Dio!», gli avrei detto, «Non darmi tutte queste tette, dammi una voce fuoricampo»

Sfortunatamente, la storia di noi due non inizia con nessun Estathè. La storia di noi due inizia con mia madre ventiquattrenne che partorisce Oris, mio padre che si presenta in ospedale con delle orchidee – ha trovato solo quelle il giorno dopo ferragosto – e gliele mette ai piedi del letto. «L'infermiere mi ha detto: 'Ma suo marito pensa che lei sia morta?'», racconta ogni volta mia madre e lui ogni volta ride e risponde che non era ancora esperto. Non credo che ventitré mesi dopo fosse molto più esperto, ma eccolo di nuovo lì: stesso ospedale, stessa moglie, nuova bambina. Mia madre non avrebbe mai lasciato Oris figlia unica, ma io non dovevo arrivare così presto: sono capitata, quindi mio padre ha comprato delle rose al volo e ha badato bene di non metterle nel posto sbagliato. 
Il mondo di Oris ha tremato quando mi ha visto in braccio alla sua mamma: chi era quell'essere che attentava alla sua corona? Ha attivato il file disperazione e ha cominciato a piangere più forte di quanto io potessi mai fare, urlando a mia madre che doveva rimettersi in piedi e che doveva tornare subito a casa con lei.
«E la sorellina?».
«Chi se ne frega della sorellina».

Le cose poi sono migliorate: dopo che ci siamo odiate, picchiate, abbracciate, allontanate, recuperate, urlate contro, sostenute e prese in giro su ogni roba del mondo, le cose sono migliorate. Oggi lei è bionda, dispettosa e insolente, depreca l'Estathé, il suo personaggio su questo blog, i miei capelli se mi azzardo a farmi una coda – perché, a quanto pare, sono ancora troppo corti per legarli – e il fatto che non mi affidi a lei per tutto quello che riguarda le mie scelte etiche ed estetiche. Se la incontrate e avete la disgrazia di conoscerla potrebbe rincorrervi brandendo un'immagine sul cellulare e urlando: «Ma, secondo te, Iris non starebbe meglio vestita così?».
«Ti voglio bene come a una sorella», le dico sempre.
Spesso, mi include forzatamente nelle sue «storie» Instagram; a volte, mi fa perdere i treni perché rallenta il passo per riprendermi mentre stiamo andando alla stazione, capita perfino che mi chieda di ripetere dei gesti che ho già fatto perché se li è persi stando su Yoox a cercarmi qualche nuovo outfit o su Google Immagini alla ricerca di una ragazza con la carnagione come la mia e con i capelli azzurri per dimostrarmi che ci starei bene.
«Oppure...», mi dice: «...un'altra possibilità è che io e Ines ti facciamo rossa. Dai! Ti prego, ti prego, ti prego...».
In questi casi, la voce che mi insegue è quella di nonna Berta che, quando Oris inizia a sproloquiare su qualcosa, incastra il mio sguardo nel suo, dandole le spalle, e poi mi dice: «Non ci da' retta a sorda, chessa te fa perde' la via de lo campa'». Il problema è che Oris, volenti o nolenti, ci sta dentro alla mia via de lo campa'.
«Iris, ho molto riflettuto...», mi ha detto qualche settimana fa: «...e ti dico questo nella consapevolezza che ti ho già delegato altre parti della mia vita, quelle stoltamente più pratiche, ma non posso davvero esimermi. Mi sono resa conto di non essere stata molto lucida nelle scelte sentimentali degli ultimi anni, quindi vorrei che te ne occupassi tu, da questo momento».
Non c'erano né rose né orchidee quando ha proferito quelle parole ma io, che non mi scordo mai di una frase in sospeso, anche se sono passati trent'anni, le ho risposto: «Ah, adesso te ne frega della sorellina...».

Fortunatamente, la storia di noi due va avanti con molti, moltissimi Estathè. Oris me li lascia bere anche se li odia, così come io la lascio stare con questi uomini ridicoli che si sceglie anche se li odio. Ovviamente, faccio sempre le mie rimostranze, ma senza esagerare, snocciolo i giudizi necessari affinché poi io possa sentirmi dire: «Avevi ragione, Iris. Come sempre». L'ultimo era un tronfio motociclista egomaniaco col rolex che aveva un tempo massimo di concentrazione di 15 secondi per tutto quello che non lo riguardava, quindi parlare con lui era un esercizio di condensamento di informazioni: devo dire che, in questo caso, dopotutto, non è stato così difficile avere ragione.
«La ragione è dei fessi...», mi dice nonna Berta nella testa: «...e chessa te fa perde' la via de lo campa'!».
Tutto questo succede perché io e Oris viviamo insieme. Sì, noi viviamo ancora insieme e a me non sembra una cosa così strana: agli altri, molto spesso, sì. Quando questi altri vengono a saperlo, capita che ci guardino come se gli avessimo buttato addosso un sacco di materiale psicologico da analizzare e cercano di ricordare se c'è una sindrome come quella di Edipo o di Elettra, ma riferita ai fratelli. Romolo e Remo? Eteocle e Polinice? Mary Kate e Ashley Olsen? Il folto gruppo delle sorelle Kardashian? Jake, Francis e Sloth de I Goonies?
«Ecco le sorelle Versicolor!», ci dicono quasi sempre, quando usciamo insieme, come se fossimo un corpo unico – l'equivalente femminile della banda The Fratellis, appunto. Eppure, siamo talmente diverse che tutte le amiche che abbiamo avuto sembravano mie sorelle o sue sorelle molto più di quanto noi due sembreremo mai una la sorella dell'altra.

«Iris, ma che te stai a 'mpazzi'?», ha cercato di dirmi nonna Berta, da dentro lo specchio, quando Oris, in uno dei miei momenti di confusione causati dal suo shopping convulso – durante i quali riesce a convincermi di qualsiasi cosa (e infatti per un anno e mezzo ho avuto un cellulare rosa a causa del pressing subito riguardo all'idea che lei ha di come dovrei essere) – mi ha fatto comprare un chiodo identico al suo.
«È un must-have, nonna!», mi ha detto Oris mentre me lo provavo: «E non puoi preoccuparti del fatto che sembriamo due Thunderbirds della Rydell High School. Paga e andiamo». Solo una sorella che ti ha visto ballare in Grease a dieci anni, con una parrucca bionda, durante una performance del baby club in settimana bianca, può manipolarti con la Rydell High School. Solo una sorella può essere così crudele.
Comunque, dopo il fidanzato cinepanettone, non sono l'unica ad essere preoccupata per la vita sentimentale della sorella Versicolor, e così quando, in uno sketch surreale tipico della mia famiglia, è entrato un fisioterapista mentre Oris si faceva un'ortopanoramica, mia madre ha detto un paio di frasi che hanno portato a un biglietto da visita nelle mani di Oris. «Ecco, questo sì. No quegli psicopatici che te fanno perde' la via de' lo campa'» ha detto mia madre con la voce di mia nonna nella mia testa, in una convergenza spaziotemporale di chiacchiere, istinti e genetica che ha fatto sì che fossi io a dirlo a Oris.
«Non prendere le parti di mamma, Iris».
«Sto solo prendendo le parti della tua cervicalgia», ho risposto con una voce che sembrava di nuovo appartenermi.

Stranamente, la storia di noi due non finisce con noi che ci tiriamo dietro delle bottiglie di Estathè. Nonostante tutti i litigi e i giudizi di morbosità, rapporto insano e principio di follia e zitellaggine che ci sono stati appioppati, ogni mattina che possiamo balliamo ancora Chelsea Dagger Henrietta in corridoio – come se quel dannato di Pezzetta non si fosse mai trasferito a Londra.
«Certo che parli un sacco di tua sorella, eh...»; «Vivete ancora insieme? E siete single, vero? Se continuate così, non vi fidanzerete mai...»; «Iris, la radice di tutti i tuoi problemi relazionali è ben visibile in quella foto che hai in camera, quella del tuo primo compleanno in cui Oris sta spegnendo le candeline al tuo posto»; «Non puoi davvero decidere della sua vita sentimentale, così come lei non può decidere il colore dei tuoi capelli»; «Oris non ha la patente e tu non usi il contorno occhi? Ma voi allora siete proprio delle pazze?!?»; «Lo sapete dove vi porterà tutto questo? Alla fermata del 360».
Non so se Oris si fidanzerà con il fisioterapista carino, così come non so se mi farò i capelli azzurri, non so se riuscirò a fare lo sforzo di sorridere in una delle sue «storie» Instagram o se lei si ricorderà – una volta, per sbaglio – di buttare l'immondizia o di comprare qualcosa per la casa, non so quanto ancora litigheremo, ci minacceremo, ci aiuteremo o vivremo insieme, ma so che non esiste un modo sensato, semplice o sano di essere famiglia, di essere sorella, di essere persona. No: fortunatamente, sfortunatamente e stranamente, non me ne convincerete mai.
Quindi se incontrate le sorelle Versicolor e avete la disgrazia di conoscerle potrebbero rincorrervi indossando due magliette con scritto rispettivamente: «Iris ha sempre ragione» e «Io sono Iris», con Oris urlante: «Secondo te Iris non sta meglio tinta così? Puoi dire a mia nonna che non le sto facendo perde' la via de lo campa'?».
Ecco, non vi spaventate, è solo la storia di noi due.

martedì 18 aprile 2017

Guida per riconoscere la buona sorthè

Se avessi potuto scegliere, io avrei voluto una voce fuoricampo
«Ehi tu, Dio!», gli avrei detto, «Non darmi tutte queste tette, dammi una voce fuoricampo»

Il fratello di mio nonno ha sposato una ragazza di Roma che il mio bisnonno chiamava La Romana: darle un soprannome era il suo modo di cercare di accettarla, trovare un punto per tenersela vicina pure se era diversa. Da piccola stavo sempre con lui a casa dei miei nonni e, quando mia nonna mi urlava di stare attenta, che potevo cadere perché per fare le scale pericolosissime di casa loro correvo come una forsennata, lui, serafico, sbuffava fuori il fumo di quelle sigarette di sterpaglie che gli piaceva rollarsi e sentenziava: «Solo La Romana è caduta da quelle scale...» come a dire che siccome era successo a lei, a me non poteva succedere. «Che fortuna», pensavo io.
Un giorno La Romana mi ha chiesto se mi piacevano davvero le bambole e io ho accennato un no con la testa, non ho avuto il coraggio di dirlo con la voce che le bambole non mi piacevano perché piacevano a tutte le bambine e io non volevo sentirmi diversa, ma siccome La Romana era diversa, quel giorno le ho detto la verità. Allora lei, quando è tornata a trovarci, ha portato a Oris una bambola e a me una confezione di Lego; io ero felice da fare schifo ma quando Oris, arricciando i boccoli della sua bambola e guardando con distacco le mie costruzioni, mi ha detto: «Mi spiace per te. A nessuna delle mie amiche è mai successa una cosa del genere...», «Eh già», le ho risposto: «Che sfortuna». 

Per tutta la vita, anche quando diventiamo grandi, facciamo un sacco di confusione tra la fortuna e la sfortuna: vediamo forme di immunità dove ci sono solo una serie di casi favorevoli, paragoniamo la nostra vita a una slapstick comedy ogni volta che inciampiamo nel tappeto del salotto, confondiamo i Paperini con i Paperoga e i Paperoga con i Gastoni, piangiamo con disperazione su un amore andato (a) male per poi dire che tra le persone che ci hanno salvato la vita c'è Chewbecca, per quella volta che ci ha lasciati via mail. Buona e cattiva sorte sono una specie di gnommero gaddiano, impossibile da districare. 
Un po' quello che mi succede con il percorso mentale di accettazione o rifiuto della mia dipendenza dall'Estathé: io penso che l'Estathè mi faccia bene, ma do retta alla mia dottoressa Penelope e ne bevo solo un bicchiere al giorno; poi, però, anche se so che ne dovrei bere solo un bicchiere al giorno, certe volte ne bevo due perché è stata una brutta giornata e «Me lo merito», quindi mi sento in colpa perché pare che faccia male, ma secondo me fa bene e poi di nuovo da capo. Insomma,  è complicato.
Per questo, durante gli anni, ho cercato di trovare delle perle di saggezza a cui appigliarmi, delle frasi, anche fatte, da incanalare in un flusso di ottimismo che mi potesse portare ad essere ben disposta verso le negatività, le sconfitte e certe incredibili sfighe, in modo da poterle usare come mantra e imparare a riconoscere la buona sorte ovunque, trovarla anche quando si nasconde per bene.

Tra i vari «Sì, vabbè, allora beati i minatori», «Dai che così stai accumulando punti karma» e ai «Comunque il mare è pieno di pesci», in mezzo ai bicchieri mezzi vuoti e mezzi pieni, e ai «Chiusa una porta si apre un portone», per me, ha sempre spiccato il POTEVA ANDARE PEGGIO©, un grande classico, mutuato negli anni di bocca in bocca, da Igor in Frankenstein Junior nella scena del cimitero a Core nei pomeriggi peggiori delle nostre vite, da il signor Rezzonico ne Gli Svizzeri di Aldo, Giovanni e Giacomo a mia madre di fronte ad ogni drammatico taglio di capelli che mi è toccato di avere. 
«Poteva andare peggio: può sempre andare molto peggio», mi dice una voce diversa, ogni volta. E io ogni volta mi incazzo perché penso che la voce ha ragione, che hanno tutti ragione, e che uno deve imparare a non lamentarsi di niente perché ogni cosa è comunque il male minore di qualcos'altro e mi ricordo perfino di un fidanzato di Core che, quando lei lo rimproverava, rispondeva: «Vabbè, però mica ho scoreggiato...», tipo a dire che quello era il limite massimo dell'orrore e che qualunque evento al di sotto di quella soglia era perdonabile, giustificabile, un'incontrovertibile buona sorte. 
Quando succede qualcosa, inizio a ripetermi il mantra, mi dico che anche se Oris e Draco Malfoy mi hanno fatto perdere il treno di andata, anche se quando siamo arrivati a casa dei miei il mio vicino è stato punto da un'ape sul collo e ci si è accasciato davanti agli occhi, poteva andare peggio. Mi dico che anche se Draco ha promesso a mio padre che avremmo preso il porto d'armi e ha spaventato mia nonna dicendo che Oris pesa come una bambina delle elementari senza merendina in tasca, anche se sono caduta mentre cercavo di prendere dei cetriolini sottaceto e Draco si è ferito sbattendo la testa al sottoscala, poteva di certo andare peggio. Mi dico che anche se la mia imboscata di sei donne contro Draco non ha funzionato e lui non solo ha resistito ma è anche risultato insensatamente simpatico, anche se il treno di ritorno ha portato un ritardo di 75 minuti e mi sono dovuta caricare le valigie di Oris per tornare a casa mentre litigavo con Draco e lui litigava al telefono con qualcun altro, poteva assolutamente andare peggio. 

«Può sempre andare molto peggio», mi dice la voce di un tassista che mi carica a bordo scontrosa perché dopo essere uscita di casa un'ora prima e aver aspettato invano l'autobus, sono costretta a trovare una soluzione al volo per non perdermi uno spettacolo al Teatro Argentina. «Di questo passo avrai un karma di ferro», mi dice la voce di Oris quando l'ennesimo fanciullo quarantenne si offende perché non sono mansueta e placida come (come?) aveva immaginato, e inizia a intentare rappresaglie per farmi sentire in colpa. E poi litigo con un sacco di gente, sono nervosa, mi muovo talmente veloce che, per l'effetto Doppler, non si riesce nemmeno a capire quello che dico.
Eppure mi sembra di vederla la buona sorte, mi dico che è lì, che è nascosta dietro l'angolo, che prima o poi girerà verso di me: mi lecco un dito per capire dove tira il vento, salgo di corsa le scale dei miei nonni per dimostrarmi che visto che ho ancora il potere di non cadere non può succedermi niente, con le costruzioni magnetiche che Oris mi ha regalato qualche anno  fa edifico motivazioni e portoni da aprire. 
Sento che tutto andrà bene. 
Poi comincio a vomitare, tantissimo, di notte e poi anche di mattina, fino a che parlo con Ioris che mi obbliga ad andare al pronto soccorso e lì mi fanno due flebo e non ce la faccio nemmeno a stare dritta. E allora, solo a quel punto, mentre l'infermiera mi tratta male perché non mi sono chiusa da sola la flebo, riaffiora dentro di me una discussione avvenuta durante un pranzo domenicale del 1998. Io e Oris, in preda a qualche delirio adolescenziale, stiamo baccagliando con i nostri genitori e c'è La Romana che, a un certo punto, ci dice: «Aò, mi sembrate i miei figli che ogni volta che gli dico che qualcosa non va mi rispondono: "A ma', sempre a lamentatte. Ce potevamo droga' e nun ce drogamo. Accontentate, te poteva anna' peggio"» e poi tira un'arringa sul sacro diritto a lamentarsi, a borbottare, a fregarsene del karma, dei mantra e dei però. Anche se è caduta dalle scale, La Romana ha ragione. 
«Sei fortunata», mi dice la dottoressa: «non è un'intossicazione». E io penso: «In effetti poteva andare peggio, però pure così fa abbastanza schifo». Poi esco dal San Giovanni, salgo in macchina dei miei e abbiamo giusto il tempo di arrivare all'Eur prima che io vomiti di nuovo.

Quindi? Qual è il punto? È una fortuna o una sfortuna che La Romana sia caduta per le scale? Giocare di più con le bambole mi avrebbe fatto diventare meno prepotente? Io voglio davvero avere a che fare con tutti i pesci di cui è pieno è il mare? L'Atac è responsabile delle nostre sventure oppure, come dice Zadie Smith, siccome «chi gira ancora in autobus dopo i trent'anni può considerarsi un fallito» è tutta colpa mia? Quando Core e il fidanzato si sono lasciati e lui è sparito senza lasciare traccia, davvero «comunque non aveva scoreggiato»? Devo lasciarmi crescere i capelli? Perché Paperino non mi sta sul cazzo pure se quando parla non lo capisco? E se invece tutto dipendesse dal fatto che sto bevendo poco Estathè? 

«Senti, buona sorte, mi chiedevo. Ma non è che sei rimasta bloccata sul raccordo?», chiedo al termometro che segna 38.5, una sera di questo aprile, un giovedì nemmeno un pochino in odore di santità.
«Aò, sempre a lamentatte», risponde la voce de La Romana, non interpellata. «Co 'sto scherzetto hai perso tre chili, mo te manca un bell'esaurimento nervoso e sei pronta per la prova costume. Daje forte».
E allora capisco che ho sempre sbagliato il punto di vista e che se uno deve vedere quello che non c'è non possono esserci mezze misure e quindi le rispondo: «Ma infatti, oh: che culo. NON POTEVA PROPRIO ANDARMI MEGLIO©». D'altra parte, è esattamente quello che mi ha insegnato il mio bisnonno: quando le cose non le capisci, basta dargli un soprannome, trovare un modo per accettarle, un punto per tenertele vicine pure se sembrano così irrimediabilmente controverse.
Mica ci sarà un limite ai bicchieri di NON POTHÈVA PROPRIO ANDARMI MEGLIO©, no?

venerdì 3 febbraio 2017

Thè rehab

Se avessi potuto scegliere, io avrei voluto una voce fuoricampo
«Ehi tu, Dio!», gli avrei detto, «Non darmi tutte queste tette, dammi una voce fuoricampo»

Sto aspettando il treno per tornare a Roma: ho una valigia, uno zaino con il computer, una borsa con due pentole in vetro borosilicato temperato (volgarmente detto pyrex) e nemmeno una goccia di Estathè in corpo. Nelle ultime due settimane, sono stata davanti a un camino a leggere, a guardare serie TV e a riflettere sul perché in trentadue anni di vita non mi sono mai preoccupata di ascoltare il mio corpo.
Eppure, non ho fatto altro che ascoltare tutti gli stronzi che ho incontrato, la gente più assurda ha avuto voce in capitolo sui miei affari: solo il mio corpo non ha potuto dire una parola, non è mai stato interpellato e, anche quando ha cercato di imporsi portando la sua condizione al limite, più che essere ascoltato è stato gestito, sistemato al fine di farlo tornare zitto e al suo posto.
«Infatti, non sai quanto mi stai sul cazzo», mi ha detto dopo qualche giorno davanti al camino, mentre, abbracciati a Netflix, recuperavamo la prima serie di The OA; il mio corpo si è accartocciato sul divano quando Prairie insegnava i cinque movimenti e mi ha detto: «Quanto mi stai sul cazzo, Iris. Non sai quanto».

Non mi ero mai accorta che il mio corpo fosse così arrabbiato con me: lo nutro, lo assecondo, cammino tantissimo, ho comprato una bicicletta ellittica e la uso davvero, mangio decentemente e gli dono tutto l'Estathè di cui ha bisogno. Cosa dovrei fare di più? Dovrei usare la quinoa e il topinambur? Dovrei preoccuparmi dei rush cutanei, dei cibi che non digerisco, dell'insonnia, del perenne stato di ansia in cui mi trovo, dei dolori, dell'iperattività e delle posizioni in cui mi costringo a stare quando scrivo?
«Perché ti devi mettere così tanto in mezzo? Che cosa vuoi da me?», ho ripetuto al mio corpo negli ultimi mesi, dopo essermi accorta che aveva deciso di esacerbare la lotta, preparando le munizioni e caricando i fucili. Siccome le mie domande erano – e sono sempre state – retoriche, non mi sono interessata a nessuna risposta, ho lasciato sedimentare il litigio in un soliloquio e, solo quando la situazione è diventata ingestibile, ho fatto come faccio sempre, cioè: ho preparato i bagagli e sono andata a sistemarmi davanti al camino dei miei genitori, in rehab, a leggere, a guardare serie TV e a riflettere.

Oltre al resto, da quel punto dell'universo, ho anche facile accesso a Penelope, una dottoressa che mi ha visto crescere – in quanto madre di una delle più care amiche della mia infanzia – e che, oltre ad essere un bravissimo medico, ha anche un animo artistico molto interessante che rende i nostri incontri bizzarri e bellissimi (tra ritratti, tessuti, puzzle, uncinetti e problemi sui parallelogrammi).
Quando sono andata a trovarla per spiegarle della mia lotta intestina, Penelope stava creando un centrotavola e, con le mie analisi in una mano e dell'alloro nell'altra, mi ha detto una cosa che mi ha lasciato attonita. È da tempo che mi interrogo sulla pre-biografia, che, a differenza di fiction, non fiction, autoficton e autobiografia, è una forma narrativa che le pagine che scrivi assumono tuo malgrado: accade che, per uno strano meccanismo, quello che racconti inizia ad avere un'influenza su quello che ti succede. Il sospetto mi era già venuto in diverse occasioni: per esempio, quando mi si sono rotte le perle nello stesso identico modo in cui l'avevo scritto qualche anno prima, oppure quando dopo aver parlato ossessivamente di valvole di ritegno nel mio primo romanzo, la valvola che connette il mio esofago con lo stomaco ha smesso di funzionare bene; ma quando Penelope, sistemando delle candele rosse, ha sentenziato: «Iris, il tuo corpo sta cercando di dirti qualcosa e io credo che questa cosa abbia a che fare con il Nichel», ho capito che non era un sospetto: la pre-biografia esiste e, per quanto mi riguarda, funziona grazie al fatto che, a differenza mia, il mio corpo mi ascolta moltissimo: poi prende quelle informazioni e le usa contro di me.

D'altra parte, in questo caso, era davvero facile: la mia mania per la tavola periodica, le mie recensioni musicali chimico-letterarie, il fatto che la protagonista del romanzo che sto scrivendo si chiama Nicla ma sua nonna la chiama Nìchela come se fosse fatta di Nichel... Non ci voleva un genio per farmi sentire colpevole nei confronti di me stessa. Perché il punto è che la mia pre-biografia non ha a che fare con la preveggenza, con dei tentativi inconsci di dominare il futuro o con qualcosa di magico, no: ha a che fare con quel termometro che misura la mia vita e che si è bloccato su delle temperature che oscillano solo tra il grottesco e la presa per il culo – ecco, una cosa tipo la prestigilibiridirizzazione di Raul Cremona quando imitava Silvan.
E così, mentre pensavo: «Nichel – simbolo dell'elemento: Ni; numero atomico: 28; serie: metalli di transizione», Penelope mi ha spiegato quanti cibi non posso mangiare, dove devo cucinare, in che modo devono essere conservate le cose che compro; ha stilato una lista, ma io riuscivo a pensare solo: «Estathè, Estathè, Estathè» perché lo so che, in questi casi, il mio amico chimicone è sempre il primo a saltare. Siccome, oltre a questo, Penelope mi faceva domande del tipo: «Da dove lo prendi di solito il Calcio?» – alle quali, chiaramente non potevo rispondere: «Estathè» –, mi sono intristita parecchio, talmente tanto da pensare di non sapere niente di niente e di non essermi mai veramente impegnata a capire di che materia sono fatta e in che quantità, e di cosa ho oppure non ho bisogno.
Magari, aveva ragione quel tipo che, durante una cena, aveva segnato con le braccia il contorno di tutto il nostro tavolo e mi aveva detto: «Vedi, Iris: questa è la tua testa» e, poi, lasciando mezzo centimetro tra l'indice e il pollice, aveva aggiunto: «Questo, invece, è il tuo corpo. Capisci qual è il tuo problema, secondo me?».

Il primo giorno di rehab è stato durissimo.
«Hai assorbito troppo stress, troppe cose che scrivo, troppa gente, troppo Nichel», ho detto al mio corpo quando siamo tornati davanti al camino di casa dei miei genitori: «Ora ci dobbiamo disintossicare».
«Vaffanculo, brutta testa di cazzo», mi ha risposto lui ed è stata la prima cosa che mi ha detto in assoluto, non appena ha avuto la possibilità di essere ascoltato.
«Iniziamo benissimo...».
«Sai che ti dico? Ha ragione Draco Malfoy! Tu sei gentile con tutti, pure con i truffatori dei call-center, pure con quelli che ti dicono che hai la testa grossa come il tavolo di un ristorante. Ascolti tutti: nel corso degli anni, hai permesso a cani e porci di essere la tua voce fuoricampo. Hai fatto la stronza solo con me...».
«Innanzitutto: Draco Malfoy non ha mai ragione, nemmeno quando ha ragione. E poi: ho capito che ti devo ascoltare, ma siamo sicuri che sono queste le cose che mi devi dire?».
Dopo 20 ore senza Estathè, mia madre ha iniziato a preoccuparsi: ero buttata sul divano, scontrosa, con le ossa a pezzi e il mal di testa. Me la sono vista comparire davanti con un brick, tipo oasi nel deserto: «Bevi, tossica. Stai così perché sei in astinenza».
Ci ho messo un po' ad abituarmi – ma se qualcuno mi deve chiamare, consiglio di farlo dopo le cinque: alle cinque, bevo il mio primo e unico Estathè della giornata, quindi da quel momento in poi sono felice e mansueta.

Ora sto tornando a Roma. Dopo due settimane di camino, divano, libri, serie TV, riflessioni e chiacchierate con le amiche di mia madre (un gruppo di sostegno di cui mi nutro in rehab e che, saputa la storia del Nichel, mi ha subito fornito le pentole in pyrex che devo usare per cucinare), sto aspettando il treno per tornare alla normalità. Mi sembra uno di quei momenti che sono metafora, sineddoche, parallelogramma, centrotavola di una vita intera, se non fosse che...
«Porca troia che palle: io sto carico di roba e tu fino a che non arrivano le cinque non sei per niente felice né mansueta».
«Senti, corpo: non c'è bisogno di parlare in continuazione...».
«Ma noi siamo sicuri che 'sta rehab è finita? Finita finita?».
«No che non è finita. Qua nulla si crea e nulla si distrugge, tutto si trasforma, si deforma, ci intossica e rompe le scatole...».
«Le scatole? Ha ragione Giaris quando ti dice che non ti sfogherai mai se continui con 'sto politically correct. Ti faccio un esempio: lo vedi questo treno? Ecco, Iris, questo treno è la tua testa. Invece lo vedi questo dito medio, ecco questo dito medio è per andartene affanculo».

Nichel, ma tu sei sicuro che vuoi stare qua dentro?
Esci, Nichel, ti prego: esci da questo corpo.

venerdì 30 dicembre 2016

Le cose rotthè

Se avessi potuto scegliere, io avrei voluto una voce fuoricampo
«Ehi tu, Dio!», gli avrei detto, «Non darmi tutte queste tette, dammi una voce fuoricampo»

Ci sono periodi in cui sembra che il mondo abbia un bisogno incredibile di colla: calze che si strappano, scaldabagni che perdono, lavatrici che non centrifugano, wi-fi che spariscono dalla vista del computer in continuazione. Tutto si disfa, i giorni vanno in frantumi, le settimane sembrano depositi di cocci e i mesi diventano armi inceppate che ci rigiriamo nelle mani, chiedendoci come potremo mai usarle nelle nostre piccole guerre di quotidiana resistenza.
Di solito, sono così tutti i periodi di festa.
«Percepisco in te davvero molta gioia, molto spirito natalizio e tante speranze per il nuovo anno a venire», mi ha detto ironico il signor Wolf, mentre aprivo la lavatrice per rimettere la cinghia nel suo alloggiamento, in modo che cestello e motore fossero di nuovo collegati. 
«Sono una centrifuga di assoluta felicità. È così evidente?», ho risposto, coperta dal suono della lavatrice che ricominciava a funzionare.
Sono giorni, settimane, almeno un mese che mi asfissia con i suoi metodi di risoluzione dei problemi, con il suo papillon e la sua eleganza immacolata. Mi insegue dappertutto, mi dà ordini, si beve il mio Estathè dentro una tazza e usa il sarcasmo come una frusta mentre mi trascino di riparazione in riparazione. Spesso, imita perfino se stesso in Pulp Fiction.
«Non sono qui per dirti Per favore, sono qui per dirti cosa fare. E se un istinto di conservazione ancora lo possiedi sarà meglio che tu lo faccia. E subito anche...»
E io lo faccio, faccio davvero tutto, ma inizio a pensare che sia colpa sua se c'è sempre un problema, un po' come quel fatto che quando arriva la signora Fletcher in una città, in quella città muore di certo qualcuno. Ecco, quando c'è il signor Wolf che ti tampina, di certo avrai sempre un problema da risolvere.
E infatti lui era con me quando sono andata a trovare Ioris e, prima, mentre eravamo a casa sua a Torino, si è rotto lo scarico del bagno e siamo state a passarci cacciaviti e pazienza in piena notte e, poi, mentre da Fenegrò andavamo a Milano, si è forata la ruota posteriore destra, facendoci sbandare. Era con me quando si sono rotte le macchine di Draco Malfoy e di mio padre e quest'ultimo, oltre ad essere rimasto a piedi nel giorno di Natale, ha anche rischiato di rompersi qualche osso cadendo dal letto tra le risate di madre (che aveva sperimentato un nuovo metodo di passare l'aspirapolvere insieme alla donna che l'aiuta a pulire e, avendo sollevato il letto per poi lasciarlo ricadere a terra malamente, aveva incrinato uno dei piedini della rete, rompendolo).
Il signor Wolf era lì mentre mi si fracassavano amiche a causa di rapporti decennali finiti nel cesso con lo scarico rotto e mentre le gengive di amici senza alcun giudizio venivano aperte da qualche insolente tentativo di crescita. Era lì quando ho detto «Buon Natale» a mia nonna e lei mi ha risposto che il termosifone non si scaldava, che c'erano stati tantissimi furti nel suo quartiere e che le si era pure ristretta l'immagine della televisione – il tutto con un gergo parecchio scurrile.

Ci sono periodi in cui sembra che sia davvero impossibile trovare la colla giusta o il giusto collant, e allora si finisce per usare dello scotch che, se va bene per i pacchi di Natale, andrà bene anche per il mondo, i cocci, il wi-fi e tutto il resto.
«Tua sorella sta facendo dei pacchetti regalo orrendi. Fai qualcosa, ti prego», mi ha detto il signor Wolf, mentre arricciando nastrini rossi e blu di decorazione, pensavo alle mie bellissime forbici bianche, trovate al loro posto nel cassetto, due settimane prima, ma spezzate. Ovviamente avevo dato la colpa a Draco Malfoy che, sebbene fosse uno solo dei tre ospiti che avevano dormito a casa mia la notte precedente al danno e sebbene si fosse ampiamente discolpato, nell'iconografia del mio personale Mercante in fiera, è e sempre sarà un goffo e spaesato Vincent Vega che gira su stesso senza capire cosa diavolo fare e finisce per combinare sempre e solo guai. 
«Signor Wolf...»
«Chiamami pure Winston»
«Allora, Winston, il punto è questo: se vado avanti ad aggiustare tutto quello che consideriamo rotto, non ne uscirò mai. Ci pensi che potrebbe essere che è il voler risolvere questi problemi a crearli?»
«No, Iris. La vita è una Chevrolet verde del 1974 con un cadavere nel portabagagli, un cadavere di cui ci dobbiamo disfare...»
«E se fossi tu il cadavere nel mio portabagagli? Se fosse la mia mania del controllo a far sembrare questo 2016 un cantiere aperto della Metro C?»
«Ma stai facendo tutto questo casino perché è finito lo scotch?»
«Mi sa che il regalo di Natale migliore che posso farmi è sbarazzarmi di te...», ho chiosato, iniziando a vedere la palese asimmetria dei pacchetti che stava facendo Oris. Lei ha colto il dissenso nel mio sguardo, ha preso una pallina dall'albero e me l'ha tirata contro, beccando in pieno la tazza di Estathè del signor Wolf.

Forse il mio Natale sarebbe stato meno ridicolo se a mia madre non fosse venuta una paranoia folle che i ladri sarebbero passati anche da casa nostra o se a mia nonna non avesse preso la mania di dire un sacco di parolacce. L'unione delle due cose ha fatto sì che, per evitare una rivolta piena di insulti, la vigilia l'abbiamo dovuta festeggiare a casa sua, lasciando casa nostra preda facile di furti: così mia madre al grido di «Si possono portare via la casa, ma se prendono il tuo computer poi chi ti vuole sentire!» ha barricato le finestre con scope e sedie e ha convinto mio padre a cercare di infilare il mio computer nella cassaforte dei suoi fucili. Siccome non c'entrava, alla fine è stato messo in una cassapanca della mansarda, in mezzo ai vestiti mimetici di mio padre ma, visto che la cosa non ci dava abbastanza sicurezza, è finito sulla mia schiena.
Forse il mio Natale sarebbe stato meno ridicolo se non mi fossi dovuta portare lo zaino con il computer in giro, come farebbe una ragazza strampalata che non si fida delle mura, delle porte, delle finestre, degli hard-disk esterni e della propria fiducia nelle fasce di tenuta del mondo. O forse sarebbe stato meno ridicolo se, mentre ci scambiavamo i regali, mio cugino non mi avesse chiesto di presentargli Draco Malfoy, dicendomi che lo aveva tanto apprezzato nella sua partecipazione a Pechino Express e facendomi pensare insistentemente alle mie forbici bianche.
Di fatto, mentre io cercavo di aprire i regali senza strappare la carta dei pacchetti, il signor Wolf sbraitava alla vista del caos che il rompere, il tirare, il tranciare buste e fiocchi creava nella stanza.
«Raccogli quei pezzi!», mi ordinava: «Pulisci questo casino, Iris!»
«Winston, ma si fa così con i regali...»
«Winston? Chi ti ha dato il permesso di chiamarmi Winston?»
«Penso in fretta e quindi parlo in fretta...», ho provato dire, imitandolo nella scena di Pulp Fiction, ma senza ottenere nient'altro che una sequela di nuovi ordini e poi una elegantemente immacolata uscita di scena.

Alla fine di certi periodi, quando colla, scotch, corde, nastri, cinghie e signori Wolf non sono più disponibili, l'unica cosa da fare è lasciar andare: bucare tantissimi Estathè, berli e poi accartocciarseli in mano fino a romperli. Forse è una maniera un po' didascalica per sottolineare l'importanza delle cose rotte, ma non sempre far ripartire un termosifone o ristabilire la grandezza desiderata dello schermo per vedere al meglio SL48 sono la cosa più onesta che possiamo fare.
Per questo ho deciso di togliermi il papillon e di far sì che il disordine di Oris non mi tangesse, ho deciso di mollare la presa e di lasciare intorno a me dello spazio non costruito, delle macerie fortemente asimmetriche.
Giuro che non rimetterò dritti i vostri quadri, non sprimaccerò con costanza tutti i cuscini del mondo, non piegherò i vestiti di mia sorella e non sistemerò il caricabatterie di mia madre, lascerò che la lavatrice non funzioni e che i rubinetti perdano, mischierò i due mazzi delle carte del Mercante in Fiera in modo che Draco Malfoy sia sempre più confuso e non lo aiuterò a districarsi tra i suoi guai, mi scorderò di pagare le bollette e lascerò il computer acceso anche quando non sono a casa. Lo giuro. Non sistemerò più niente.
Poltrirò lungo tutto questo cantiere aperto, per ogni giorno di questo dannato 2016.
«E per il 2017?»
«Ah, per quello, stai pure tranquillo, signor Wolf. Domani, a mezzanotte in punto, puoi tornare...»

Il fatto che le cose non cambino, anche quando sono addobbate a festa o completamente frantumate, è una di quelle verità su cui non riesce mai ad arrivare nessuna aspirapolvere.