Memorie di una bevitrice di Estahè

Memorie di una bevitrice di Estahè

martedì 5 luglio 2016

Agenthè patogeno

Se avessi potuto scegliere, io avrei voluto una voce fuoricampo
«Ehi tu, Dio!», gli avrei detto, «Non darmi tutte queste tette, dammi una voce fuoricampo»

C'era un periodo, un paio di vite fa, prima che Core si trasferisse a Bruxelles e poi a Washington, durante il quale si era fissata con la metamedicina e con alcuni libri che ti aiutavano ad ascoltare il tuo corpo. In quel periodo, qualsiasi sintomo comparisse sul nostro comune pianerottolo, qualsiasi malattia occorsa in una delle due case, se non era risolvibile con il cofanetto di Sex&TheCity o con una bottiglia di Estathè, diventava un messaggio da decodificare: una caccia al tesoro da giocare all'interno del nostro organismo e della nostra psiche. Una stagione bizzarra, insomma, di quelle da rinnegare e seppellire nelle zone più profonde del nostro inconscio. E invece.
E invece, in questi giorni non ho fatto altro che pensarci perché è piena estate, a Roma non si respira e io ho una faringite cronica che ben due medici diversi hanno definito «arrabbiata», dicendomi che me la porto dietro da mesi (forse da novembre dello scorso anno, quando sono salita sul palco dello Spazio Tondelli, al Premio Riccione, a tossire e sproloquiare senza voce sui buchi neri e sui viaggi nello spaziotempo).
Oris, come spesso accade, non è molto di aiuto: lei detesta il fatto che io mi ammali, dice che tossisco in maniera scortese, che la febbre è sempre inelegante e il mio faticare a deglutire è un torto che non riesce a perdonarmi. Il solito atteggiamento assurdo e contraddittorio di mia sorella che dissimula i miei mali ma, essendo ipocondriaca, non fa che trovare sintomi in ogni sua azione quotidiana.
[«Iris, ho uno sfogo sulla schiena. Cosa sarà mai?», «Hai corso sulla cyclette con le scarpe da tennis e un vestitino con le zebre. Che cosa pensi che sia?», «Una psoriasi? Una cheratosi? Una ittiosi vulgaris?», «No, Oris, è solo che sei cretina. Devi utilizzare indumenti sportivi, come fanno tutti gli altri», «Ah, quindi non basta fare sport, devo anche andare nei camerini di Decathlon? Dai, Iris, ho già questa cosa sulla schiena, non infierire: controllami i battiti cardiaci, piuttosto...», «Sai che forse sei tu uno dei motivi per cui la mia gola è così arrabbiata?»].
Che poi io davvero non capisco perché devo passare un'estate su due a spruzzare spray, ingurgitare farmaci, fare diete per l'esofagite, coprire la gola, non esagerare con l'Estathè, tutelare il mio corpo dallo stress. Eccheppalle!
«Non dimenticare che devi anche unirti al pullman organizzato dal centro anziani per andare alle terme di Ferentino...», mi ha detto mia madre, nel picco massimo del suo umorismo.

«Dai, Iris, non ti lamentare! Alla fine, ti stiamo facendo compagnia. Gli agenti patogeni sono tutti simpaticissimi...», mi ha sbeffeggiato Nabot, mentre mi facevo l'aerosol. Nabot è il capo dei virus di Esplorando il corpo umano, quello con la scucchia e i capelli strani – che sembrano quelli di Oris quando si fa le pettinature anni cinquanta.
«Siete tutti simpaticissimi? Prova a dirlo a Pezzetta, che si è mangiato una pizza con una 'nduja – probabilmente andata a male – che gli ha fatto baldoria nell'apparato digerente per i successivi tre giorni, oppure prova a dirlo a Frederick e Marco Polo, la mia squadra tanto ardimentosa quanto cagionevole del campionato dei gruppi WhatsApp più strafatti di antibiotici. Anzi, meglio, parla con Core, che ha le lumache che le stanno distruggendo l'ibiscus e il basilico, due cani che non vuole mettere in pericolo usando roba chimica e una sola possibilità di salvezza: l'acquisto di anatre corritrici indiane...», ho risposto, urlando da dentro la mascherina per superare il rumore dell'aerosol, mentre sudavo beclometasone dipropionato e pazienza.
«'Nduja? WhatsApp? Lumache? Anatre corritrici indiane? Ma che stai dicendo?», ha riso Tignoso, il capo dei batteri di Esplorando il corpo umano, quello con i basettoni, la scrima e il possente corpo azzurrino.
«Sto dicendo la verità, Tignoso, come sempre. Qua, dove ti giri giri, incontri un agente patogeno», ho sentenziato con calma, togliendomi la mascherina e guardando negli occhi entrambi quei coatti di microrganismi.
«Ah si?», mi hanno risposto loro, accendendosi una sigaretta a mo' di sfida.

La verità è che ci sono periodi – non due vite fa, non qualche serie di Sex&TheCity precedente, ma proprio ora – in cui la vita sembra piena di infezioni, virulenze, invasività, ossessioni che ti si attaccano come funghi, sentimenti che ti combattono contro manco fossero malattie autoimmuni, idee con troppo ossigeno a infiammarti la cute e mastodontiche epidemie di insensatezza, e allora succede che torni indietro nel tempo, fai un viaggio spaziotemporale che nemmeno Piero Angela nel fegato e, in bilico su una ramificazione della vena porta, chiami Core e le chiedi se può cercare anche lei, da qualche parte, altri tipi di risposte.
Per farmi contenta, Core si è dovuta arrampicare sullo scaffale più alto della sua libreria di Washington, quello in cui mette i libri che vuole nascondere, così che gli ospiti non riescano a leggere i titoli – che deve essere l'equivalente americano di una zona profonda dell'inconscio. Mi ha detto che, secondo la metamedicina, a guardare dentro la mia faringe arrabbiata con occhi diversi da quelli dell'otorino, ci si trovano: avversità al cambiamento, rabbia trattenuta e creatività inespressa. Quelle cose che, alla fine, il punto non è che incontri virus dove ti giri giri, è che sei tu l'agente patogeno di te stesso e quindi c'è ben poco da borbottare.

Come spesso mi succede quando sono estenuata dal caldo, dagli ostacoli e dalle mille cose da risolvere, mi sono detta di provarle tutte: ho pensato che, tra un aerosol e un altro, tra una bustina per ripristinare le difese immunitarie latitanti della mia gola e un bicchiere di Estathè che è sempre la panacea di tutti i mali, potevo anche provare a capire se c'era davvero qualcosa di trattenuto dalle mie corde vocali, qualche forma di risentimento o metamorfosi rimasta impigliata nella mia faringe a provocare afonia, dolori e colpi di tosse; quindi mi sono avvicinata al computer per aprire una pagina di Word e provare a scrivere una lista di cose, ma ho trovato Oris, seduta alla mia scrivania, praticamente sconvolta.
«Iris, temo di aver preso un virus!», mi ha detto.
«Ancora? Non è niente Oris, le bollicine sulla schiena si sono spente. Basta con questa ipocondria!».
«Ma non parlo di me, è successo qualcosa al computer. Chiaro che sono stata io, sarò virale, gli avrò passato un microbo, ma non funziona, Iris. Non funziona più...».
«Oris, lo sai che c'è tutta la mia vita dentro a quel computer?», le ho detto scoppiando in lacrime. «Come facciamo se si è rotto?».
«Accetteremo la perdita. Sono sempre i migliori che se ne vanno...», mi ha risposto lei, asciugandomi la faccia.

Nabot e Tignoso se la sono risa alle mie spalle per entrambe le notti che ho passato in bianco, sudata e malaticcia, a cercare di combattere il terribile invasore a suon di antivirus.
«Dovresti provare con le anatre corritrici indiane!», mi dicevano mentre io urlavo contro mia sorella che erano colpa sua tutti i mali del mondo e che meritava di essere chiusa dentro un camerino di Decathlon, sommersa di tute e fantasmini per i piedi.
«Beh, almeno ti è tornata la voce!», mi rispondeva lei per dissimulare.
La mattina del terzo giorno, quando la situazione sembrava sotto controllo – ma non si poteva ancora dire – è stata Oris che, con il capo coperto di cenere, ha portato il computer in un centro di assistenza per un controllo finale.
Almeno lui è guarito.
Per quanto riguarda me, invece, ci vorrà ancora del tempo.
Nabot e Tignoso mi hanno detto che non se ne andranno fino a che non saranno pronti per la prova costume, quindi io, loro e Oris stiamo facendo i turni sulla mia nuova cyclette, anche se «cyclette» è un modo improprio di chiamarla, visto che è anche – e più di tutto – una bicicletta ellittica.
«Ellittica come le ellissi geometriche, le ellissi temporali e quelle linguistiche», dirò ai miei prossimi amici anziani, sul pullman diretto alle terme di Ferentino.
Io, Iris Versicolor, l'agente patogeno di me stessa.

venerdì 3 giugno 2016

La corthè dei miracoli

Se avessi potuto scegliere, io avrei voluto una voce fuoricampo
«Ehi tu, Dio!», gli avrei detto, «Non darmi tutte queste tette, dammi una voce fuoricampo»

A volte penso che tutto questo ammasso sia colpa di mio padre. Ho evidentemente risentito della sua filosofia di sistemazione e riutilizzo delle cose che gli altri pensano che si dovrebbero buttare: per questo sono messa così.
Anche se non è uno di quegli accumulatori seriali che vivono sepolti in casa perché non riescono a liberarsi nemmeno della cenere delle loro sigarette o delle bucce dei kiwi, posso dire con una ragguardevole percentuale di verità che mio padre non butta mai niente: ha una stanza molto grande, nel piano interrato che funge da garage nella mia casa d'infanzia, in cui ha organizzato un sistema di archiviazione delle cose passate – passate di moda, passate da altri, trapassate da un chiodo o ripassate da una mano di vernice.
Valigie, sci, canne da pesca, gli attrezzi da scarparo di nonno Peppino, giacche con le spalline, quaderni delle elementari, una foto enorme di Coppi che passa la borraccia a Bartali, mobili disastrati che sostiene di voler ristrutturare e poi cose mie, di Oris e di mia madre: roba che avevamo deciso di buttare ma che lui ha in qualche modo salvato.
Mi ricordo scene di: «Mamma, non è che hai degli orecchini verdi?» oppure «Mi servirebbe proprio una pochette rossa!» o anche: «Oris, l'ho data a te quella mia gonna plissettata grigia?», scene che finiscono con mio padre che torna fiero dalla stanzona del piano interrato con in mano quello che stavamo cercando: una specie di borsa di Mary Poppins di una trentina di metri quadrati.
Per questo, durante l'anno in cui non sono riuscita a trovare l'Estathè Ice perché sembrava fosse distribuito solo nelle località di mare – ma chiaramente non in quelle in cui sono stata io – ogni tanto mi sono lanciata ad esprimere il mio desiderio davanti a lui, sperando che sarebbe andato a scovarlo in garage. Invece niente: alla fine, il ghiacciolo di Estathè che sognavo come compagno estivo me lo ha portato Core, nel suo primo ritorno in Italia da quando vive a Washington – lo so che è passata in un supermercato di Latina prima di venire da me, ma mi piace pensare che quei brick slanciati abbiano attraversato l'oceano.

Una volta ottenuti, gli ho dovuto ricavare un posto nel mio freezer, che non è molto grande, quindi ho dovuto spingere indietro i funghi congelati, tirare fuori la bottiglia di Amaro del Capo e gestire una torre di vaschette di vario tipo. In tutto quel trambusto, non ho creduto che fosse davvero un grugnito quello che avevo sentito: in una casa ci sono un sacco di rumori, mi sono detta. Il ghiaccio scricchiola, le cerniere degli sportelli cigolano e Pezzetta bofonchia, mi sono detta, e poi Oris è una radio a trasmissione continua.
[«Non ho capito, Oris!», «Ma infatti non sto parlando con te», «Ma ci siamo solo io e te, in casa! Con chi stai parlando?», «Da sola, ok? Posso avere la mia privacy?», «Certo che puoi, basta che utilizzi quell'antico metodo in disuso che fa rimanere le cose solo nella tua testa, credo si chiami pensare...», «Non la sopporto proprio», «Non così, Oris. Se fai così, ti sento ancora...»]
Poi, però, eccolo di nuovo. «Grrr. Sgrunt. Mmm...»: ha borbottato La Cosa, sfruttando tutte le onomatopee a sua disposizione e allora ho capito. Non avendo una stanza per lo stallo affettivo, l'accozzaglia di viandanti passati e presenti, avventori saltuari o ospiti fissi che affollano tutti i miei canali comunicativi, finiscono per posizionarsi a caso all'interno della mia vita e così anche stavolta: i mugugni venivano dal congelatore.
Mia madre sostiene che alla base di queste presenze ci sia una specie di premura masochista, che non riesco a non dare udienza a tutti i pazzi, disagiati, depressi, ignavi, insicuri, mitomani, Tyler Durden, Theon GreyJoy, Gregor Samsa o simili che incontro. Oris li chiama la corte dei miracoli e, se mi permetto di minimizzare, asserendo che, in questi tempi confusi, non è soltanto il quartiere emotivo della mia vita ad essere mal frequentato, che i condotti empatici di tante persone sono luoghi pieni di mendicanti che si fingono infermi per poi guarire di miracoli improvvisi quando è il momento giusto, mia sorella diventa categorica e mi dice: «Iris, il quartiere emotivo della tua vita è un carruggio abitato da sciagurati e tragici accolli».

Improvvisamente: «Ahhh!» ha urlato l'ammasso congelato di viandanti ed è uscito dal freezer, spalancando lo sportello e iniziando una lenta ma inesorabile marcia verso di me. Era fumante di gelo, con una confezione da quattro Estathè Ice rivoltata sulla testa a mo' di corona e una cartucciera di mini carote che non avrebbe esitato a usare contro di me – essendo io stessa l'autrice di quei proiettili vegetariani tagliati al coltello in maniera maniacale e perfetta, la teoria masochistica di mia madre non è sembrata così priva di fondamento.
Di fronte a quella specie di Re della corte dei miracoli – una Montagna che sarebbe piaciuta tantissimo a Cersei Lannister – ho cercato di rimanere calma e, con le braccia sistemate a conca sui fianchi che fanno sempre molto Basso Lazio, gli ho urlato: «Non mi fai paura, specie di polaretto. Così come ti ho creato, adesso ti distruggo...».
Ebbene sì, l'abbiamo pensata e detta tutti questa cazzata, almeno una volta nella vita: è il delirio di onnipotenza che Mary Shelley incunea nella testa del dottor Frankestein quando gli fa confezionare La Creatura; è il pensiero sopito che se l'Estathè non la smette di occupare il suo spazio sugli scaffali dei supermercati con infidi tentativi di essere qualcos'altro (pera e uva, fate sul serio?) entri in sciopero e fai crollare il mercato nazionale; è l'utopia ridicola che se il metabolismo ti è cambiato una volta può cambiare di nuovo, «Questi chili come sono venuti se ne andranno».
Ho pensato di poterlo combattere da sola quel mostro grottesco, ho pensato che il processo di solidificazione della memoria si può battere, che mi sarebbe bastato riuscire a spingere alla luce del sole quel patchwork di storie insensate e rapporti malsani e lui si sarebbe sciolto, liquefatto al calore della realtà.
Ero pronta a giocarmi le mie mosse migliori ma, quando il Re si è sentito sotto scacco, ha fatto qualcosa che non mi aspettavo: invece di muoversi su un'altra casella, si è accasciato su una sedia. La struttura ossessivamente molle del suo scheletro ha ceduto, le mie frasi sono andate in putrefazione, il suo grugnito aggressivo è diventato un lamento e «Grrr...», ha sussurrato, scuotendo la testa. Poi si è lasciato andare, diventando una pozza di acqua torbida sul pavimento della mia cucina.

Quando Oris è rientrata a casa io avevo appena finito di asciugare tutto quel liquido con il mocio, lo avevo strizzato in un secchio, separato dalle carote, e lo stavo versando dentro un barattolo.
«La corte dei miracoli...», ha detto Oris: «Lo sapevo. La fregano sempre. Le gironzolano intorno, le scrivono in continuazione, la chiamano, le chiedono cose, le fanno perdere un sacco di tempo: poi grugniscono, lei si incazza, ci litiga, getta su di loro le più atroci maledizioni, quelli piagnucolano e lei li raccatta, scolandoli da un mocio in un barattolo. Ma che amarezza! Ma quanto è antigienico tutto questo?».
«Oris, stai parlando con me?», le ho chiesto.
«Privacy, Iris. Lasciami la mia privacy».
Ho preso dal freezer un Estathè Ice che non aveva nemmeno finito di congelarsi e me ne sono andata in camera mia a riflettere sui viandanti: è stato a quel punto che ho pensato che era tutta colpa di mio padre e di quella stanza a fisarmonica.
«Oris, l'Estathè Ice fa schifo», le ho detto quando si è presentata davanti alla mia porta con in mano quel barattolo pieno di acqua torbida. «Questi chili così come sono venuti se ne andranno», ho aggiunto.

Quando mio padre mi ha visto scendere dal treno con in mano un barattolo che grugniva, mi ha chiesto: «Mica lo vorrai buttare?» e io gli ho risposto: «Veramente sì».
«Dammelo, te lo butto io».

martedì 26 aprile 2016

Labirintithè

Se avessi potuto scegliere, io avrei voluto una voce fuoricampo
«Ehi tu, Dio!», gli avrei detto, «Non darmi tutte queste tette, dammi una voce fuoricampo»

Ho capito di essere diventata adulta quando i miei genitori hanno iniziato a guardarmi con profondo dissenso per il fatto che non avessi ancora prodotto un piccolo erede.
«Ma non volete proprio farcelo un nipotino?», dicono a me e a Oris, con gli occhi lucidi e il labbro tremolante. Di solito, Oris gli risponde: «Non guardate da questa parte, io non so badare nemmeno a me stessa. Puntate su Iris se volete avere una seppur minima possibilità di successo», allora loro concentrano gli sguardi delusi verso di me: io deglutisco un sorso di Estathè e cerco di resistere.
All'inizio, sono state solo battutine, piccoli lamenti che comparivano tutte le volte che una mia compagna di scuola rimaneva incinta o che un'amica di Oris si sposava, poi siamo entrati in un territorio impervio, che ha portato avanti il dissenso, nutrendolo di una ricca serie di fasi.
«Le fasi addirittura?», ha chiesto una voce che veniva dall'iPhone di Oris, che era immotivatamente in camera mia, e io ho pensato fosse Siri, quindi l'ho ignorata e sono andata avanti a scrivere.

Dicevo: le fasi del dissenso. Prima c'è stata l'aggressività arricchita di anatema: «Ma magari vi capita, egoiste che non siete altro...»; poi abbiamo deviato verso la disperazione che induce alla libertà sessuale: «Va bene chiunque per farlo, non importa sapere chi è il padre...»; dopo è arrivata la capitalizzazione insensata dei nostri beni: «A chi andranno gli ulivi, i filari d'uva, le nostre case, il sassofono di Oris e questi fucili quando moriremo tutti?» e infine perfino il sostegno di nonna Berta con tesi provenienti da una soap di Rete4: «Ve ne pentirete, come quella di Tempesta d'amore che si è messa con uno vecchio contro il volere di tutti: lui si è fatto sterilizzare come i cani e quando lei l'ha scoperto, da che sembrava che non volesse i figli a che si è ubriacata, è entrata in un bar, è salita su un tavolo e ha iniziato a urlare: 'Qualcuno mi metta incinta! Qualcuno mi metta incinta!'».
Succede in tutte le famiglie, lo so, ed è inutile cercare di argomentare come fa Oris con la sua teoria sull'estinzione della razza umana – «Perché perseverare? Liberiamolo questo pianeta». Non c'è scampo. L'unica cosa che si può tentare è fare finta di niente: cercare di essere sordi da quell'orecchio, rendersi anatomicamente impermeabili alle recriminazioni.
«Sono tutti ossessionati», ha commentato la voce. «Un'infermiera prima mi ha chiesto se era perché avevo appena partorito che ero ricoverata qui...». Solo a quel punto, ho capito che la voce era quella di Wendy, che era in diretta no stop da Saronno, da una settimana, incorniciata in un'inquadratura di Facetime dal suo letto di ospedale.

«Wendy, come stai?», le ho chiesto.
«E come sto? La cartomante di mia madre ha visto che ho smesso di prendere la pillola e ci ha tenuto a dirle che il primo errore sarà fatale; poi non riesco a muovere la testa né a stare in piedi e le infermiere mi scambiano per una puerpera. A parte questo, tutto nella norma: la sceneggiatura di questo film continua a fare schifo».
Wendy è la migliore amica di Oris e, in quanto protagonista di Shining, ha sempre molte aspettative sugli intrecci narrativi e le doti extra-sensoriali delle persone che affollano le nostre giornate e soprattutto, dopo la sua roboante fuga verso Milano, il treno sbagliato che l'ha portata a Genova, il tentativo di furto sventato, un altro treno notturno per Milano, un bicchiere rotto con successivo taglio sotto al piede e il ricovero per labirintite, trova strampalato che qualcuno le parli di maternità, soprattutto che lo faccia la cartomante di sua madre. Allora ho preso in mano il telefono e l'ho guardata.
«Come è potuto succedere tutto questo, secondo te?», le ho domandato – e intendevo le sue corse, lo stress, la coclea, l'apparato vestibolare, il labirinto confuso del suo orecchio – ma ho capito subito di aver posto la questione in maniera troppo generica.
«È tutta colpa dei greci. Minosse ha fatto incazzare Poseidone, Pasifae è finita ad accoppiarsi con il toro, è nato il Minotauro (che poi, voglio dire, fai un figlio e ti viene fuori il Minotauro...). Comunque: Dedalo ha costruito il labirinto, Teseo ha ammazzato il Minotauro, Arianna ha salvato Teseo con il filo, intanto hanno rinchiuso nel labirinto Dedalo e suo figlio Icaro, Dedalo ha costruito le ali ma Icaro è volato troppo vicino al sole (un altro genio di figlio), poi Dedalo è andato in Sicilia, Minosse è morto, io ho superato i trent'anni, non riesco nemmeno a muovere la testa e adesso pare che, in sceneggiatura, c'è scritto che mi toccherà fare un figlio...», ha detto la povera Wendy, in un delirio mitologico da mancanza di Oris, totale assenza di equilibrio e ineleganti conati nei corridoi dell'ospedale.
«Vuoi che chiami Oris?», le ho chiesto.
«No, no, mi piace che stiamo parlando un po', Siri», mi ha risposto lei.

Una volta, da piccola, sono stata in un luna park di Roma che si chiamava LunEur e che aveva un labirinto di cristallo: ovvero un labirinto con divisori trasparenti pensati per ingannarti riguardo all'uscita, visto che, se non stavi attento, finivi per sbatterci la faccia convinto di aver trovato la strada giusta. A terra, questi divisori erano sostenuti da una guida di metallo: io me ne sono accorta, l'ho seguita e ho trovato subito l'uscita.
«Iris, ci hai messo pochissimo! Ti sei divertita?», mi ha chiesto mia madre e io ho risposto: «Non lo so», per non farla dispiacere, anche se non mi ero divertita per niente.
Saranno passati più di vent'anni da quell'episodio ma quando l'altro giorno, al telefono, mia madre mi ha detto: «Ma pure tu pensi che la razza umana si debba estinguere? Oris ti ha messo in testa queste cose e mo tu non mi fai un nipotino? Oppure è tutto quell'Estathè che ti bevi che ti ha fatto diventare così arida? Tu sei materna, Iris: lavi sempre i piatti, ti raccatti tutti quei pazzi, hai viziato tua sorella in un modo inimmaginabile perfino per Pezzetta, parificabile solo a quanto l'ho viziata io. Non puoi veramente pensare di non avere un figlio...», quando dopo tutto quel tempo, io le ho detto: «Non lo so, mamma. Non te lo so dire...», lei mi ha risposto: «Se è un Non lo so come quello del LunEur, siamo a posto».
«Non lo so nemmeno io, Siris», ha deciso di chiosare Wendy.

Il fatto è che stavolta, io non lo so davvero. Non so rispondere. Tra territori impervi, anatemi, filari d'uva, giornate di lavoro infinite, Tempeste d'amore, cartomanti, apparati vestibolari, treni sbagliati, miti greci, uscite con ragazzi cattolici che ti dicono: «Domenica se ti va, ti potrei portare in chiesa», sorelle particolarmente insolenti, mancanza di tempo, di guide di metallo e di vie d'uscita, uno non può avere nessuna sicurezza.
Quindi, quando ho letto il messaggio di Draco Malfoy che mi diceva: «Devo fare ginnastica e ho bisogno di compagnia: o te su Skype – se hai qualcosa da raccontarmi – o una puntata di Scrubs», mi sono precipitata a chiamarlo, anche perché non lo vedevo da un po'.
Mentre faceva i pesi, gli ho raccontato tutto quello che mi era successo negli ultimi giorni e, siccome non poteva parlare, non mi ha contraddetto: incredibile. Poi, mentre faceva le flessioni, gli ho raccontato del vino BIO VEGAN che Denis ci ha portato solo per quello che c'era scritto sull'etichetta: «I nostri vigneti sono gestiti con tecniche innovative di lotta antiparassitaria per confusione sessuale» e lui non ha mosso nessuna invettiva: assurdo. Dopo la doccia, si è presentato davanti alla web-cam con la maglietta della sua squadra di calcio di quando aveva dieci anni e quando gli ho detto che sembrava Mark Owen dei Take That, invece di incazzarsi, mi ha fatto un balletto da leader di una boy band: sublime.
Momenti perfetti, irripetibili, di quelli che ti fanno pensare che forse c'è una possibilità di ritrovare l'equilibrio, le risposte, e scappare dal labirinto. E invece niente: dalla posizione di uscita della sua performance, Draco mi ha guardato intensamente e mi ha detto: «Iris, comunque la tua vita è ridicola. Tu sei fortemente ridicola...».

«Fa proprio schifo diventare adulti», ha urlato Wendy dall'iPhone e, a quel punto, l'hanno dimessa. Per il resto di noi, invece, credo che ci vorrà ancora un po' di tempo.

martedì 15 marzo 2016

Ponte ponenthè ponte pi

Se avessi potuto scegliere, io avrei voluto una voce fuoricampo
«Ehi tu, Dio!», gli avrei detto, «Non darmi tutte queste tette, dammi una voce fuoricampo»

Certe volte, mentre scrivo, riesco a stare, anche per tre quarti d'ora, con entrambi i piedi sulla sedia, le gambe piegate ad altezza busto che mi coprono la visuale della tastiera e le braccia sospese a mezza luna, arrondies ma allongées, per far arrivare le mani a battere sui tasti. Altre volte, al cinema, riesco a stare, anche per tutta la visione del film (trailer compresi), con il culo sulla punta della seduta, gli stinchi appoggiati sullo schienale della poltrona davanti, i piedi sospesi e la schiena accartocciata a parabola – per una migliore ricezione delle immagini. Di base, praticamente sempre, tengo entrambe le spalle sollevate, tese verso l'alto, quasi ad altezza orecchie, come se stessi perennemente in posizione di rassegnazione, impossibilità, indifferenza: sempre in assetto Non è gobba, è il mio guscio da Tartaruga Ninja.
Queste sono solo alcune delle posizioni che assumo nella vita, sono solo parte degli assestamenti corporei che alimentano la mia cifosi in maniera insensata ma interessante. Creo nuovi spazi, nuove superfici curve, coppe di sibilanti clavicole concave, muscolosissimi recipienti di addominali obliqui, bottiglie con un collo del piede anatomicamente perfetto. E poi riempio tutto di Estathè.

L'altra sera, durante la cena, avevo la schiena molto dolorante e allora ho provato a dire ad Oris: «Ehi, senti, ti ricordi quando...», ma lei ha battuto forte le mani, Pezzetta si è bloccato con la testa nel piatto e il Piccolo Coro dell'Antoniano si è sistemato dietro di lei, pronto ad accompagnarla qualora fosse stato necessario.
«Mi ricordo cosa, piccola recriminatrice? Tu quando parti all'indietro sei pericolosa, nostalgica e lamentosa», mi ha risposto Oris, minacciandomi con un dito verso il coro.
«Mi chiedevo soltanto se ti ricordavi quando saltavamo con la corda e roteavamo l'hula hoop. Volevo sapere se ti ricordavi quanto eravamo agili e scattanti...»
Oris mi ha guardata male, ha alzato le braccia al cielo e il Piccolo Coro dell'Antoniano ha iniziato a vibrare: «C'era un piccolo piccolo rospo, c'era un piccolo re. Cademisolfami cademisolfami. Bim Bum Bam...»
Oris fa così quando non mi vuole sentire, usa una metodologia dissimulatrice musicale: una presa di posizione che le permette di ammutolirmi usando una mimica drammatica ispirata a Mariele Ventre – e riuscendo a sfruttare, nel contempo, le armonizzazioni di un piccolo gruppo di bambini indifesi.

Pezzetta, dopo quasi otto anni di convivenza con noi due, ha imparato a riconoscere i momenti di esaltazione, li fiuta, li teme e li fugge, imitando un comportamento animale che si chiama tanatosi: in pratica, irrigidisce totalmente il corpo e si finge morto. Ma stavolta, anche se, alla comparsa del Piccolo Coro dell'Antoniano, si era bloccato con la testa nel piatto, Oris è riuscita a cogliere un'alzata di sopracciglia di dissenso, in mezzo a quei capelli lunghi, a quella barba folta e a quegli occhialoni enormi e gli ha detto: «Che c'è? Non conosci questa filastrocca?». Poi ha alzato un braccio e...
«Quattro pirati nel Mar dei Sargassi hanno una zattera fatta di assi, vanno remando dicono loro alla ricerca di un grande tesoro...».
Il fatto che Pezzetta, dalla sua posizione di immobilità, non seguisse le nostre mosse sulla filastrocca ci ha sconvolte, tanto che abbiamo telefonato a sua sorella per sapere se era un caso unico o se Benevento applicava un boicottaggio delle rime baciate nelle infanzie di tutta la provincia.
Alla notizia che Pezzetta era, come al solito, il nostro petalosissimo caso unico, Oris è scattata in posizione Sono la regina di tutte le coreografie del mondo e via. Via tra: «Pezzetta, sei troppo lento, ci fai perdere il ritmo!» e «Io ho una zia, una zia che sta a Forlì che quando va a ballare con il piede fa così, così, così...», tra «La macchina del capo ha un buco nella gomma» e salti, sventolii di braccia e cerchi di sei mani che battono uno sull'altra, tra «Era una notte pioveva a catinelle, andavo in giro senza le bretelle» e: «In piedi, Pezzetta, lo sappiamo che non sei morto! Iris, fallo rinvenire con i sali di Estathè!».

A fine seduta, io ero stremata, la schiena mi faceva sempre più male, le spalle erano sempre più contratte e le gambe tese. Io non sono brava come Oris, in queste cose: io arranco, mi muovo male, sbaglio i passi e non ho cognizione del mio corpo (sono giorni che ho un livido enorme su un fianco e non ho idea di come sia arrivato lì).
Due settimane fa, a un pranzo di famiglia, dopo che avevo mangiato e bevuto tantissimo, mio cugino sano, quello nutrizionista che mangia bene, insegna basket, ha fatto una vita di pallanuoto e gioca nella zona atletica della famiglia, ha preso me e Oris e, una per volta, ci ha posizionate su una panca che aveva costruito per suo padre: uno strumento di tortura a forma di V. Gambe e schiena sollevate dello stesso angolo, salsicce e Barbera che mi sguazzavano nello stomaco e lui che continuava a premere sul mio torace, dicendo: «Hai un pezzo di legno, non hai un diaframma. Come ti senti? Che cosa mangi? E quante volte al giorno? Sapresti elencarmi quali sono i carboidrati?». Io guardavo Oris con disperazione, ma lei – che per una volta era fornita di cellulare in una situazione al limite – continuava a scattarmi foto e a ignorarmi, nella speranza che vomitassi sul tappeto della camera da letto dei miei zii.
«Iris, senti, io me lo ricordo quando saltavamo alla corda e roteavamo l'hula hoop, ma Pezzetta te lo ha spiegato che non puoi fare sport in casa: non puoi metterti a zompettare in salotto. Devi uscire, dobbiamo uscire. Lo sai cosa sta per succedere...»
«No, noi non ci iscriveremo in palestra!», ho urlato senza forza, con le mani a sostenermi la parte bassa della schiena. Oris ha ecumenicamente allargato la braccia, mi ha guardato con gli occhi di sfida e il Piccolo Coro dell'Antoniano ha intonato: «Ponte ponente ponte pì tappetà Perugia ponte ponente ponte pì tappetà perì!».

Le posizioni in cui riusciamo a metterci, nella vita, sono molto spesso scomode, ineleganti, nocive: il tempo davanti al computer, le uscite con le persone che non ci piacciono, le parole sbagliate, un parcheggio impossibile, l'ossessione di fare le cose sempre allo stesso modo, i falsi ricordi, i centimetri minimi di intelligenza e i chilogrammi massimi di sopportazione, la faccia al muro, i desideri per cui siamo pronti a tutto.
Sapevo cosa mi stava chiedendo mia sorella, sapevo come mi sarei dovuta battere, allora mi sono stesa a terra supina: ho allungato le braccia oltre la testa e ho piegato le gambe, avvicinando i piedi al resto del corpo, ho deglutito e, esattamente come facevo a quattro anni quando Oris me lo ha insegnato, mi sono tirata su, con il corpo a ponte, teso verso l'alto. «Ora stacco la testa, resto sospesa e le dimostro che non ho bisogno di uscire da questa casa...», ho pensato.
Questa è l'ultima cosa che mi ricordo: dopo solo dolori desemantizzati, brick di Estathè che si fingevano morti e Pezzetta che suonava cover di filastrocche.

Domani vado a iscrivermi in palestra.

domenica 7 febbraio 2016

Sthèreotipie e anima(li)

Se avessi potuto scegliere, io avrei voluto una voce fuoricampo
Ehi tu, Dio!”, gli avrei detto “Non darmi tutte queste tette, dammi una voce fuoricampo”

In queste settimane, ho bevuto Estathè come se fosse una coazione a ripetere, quindi Oris ha cominciato a guardarmi con lo sguardo analitico che avrebbe la sorella di Freud più che la mia. Poi ho ascoltato sempre lo stesso disco, come se fosse una coazione a ripetere, e infatti Pezzetta ha cominciato a urlarmi con sprezzo: «Lo puoi rimettere un'altra volta, per piacere? Vorrei tanto sentirlo...». Ho anche detto sempre le stesse cose, come se fosse una coazione a ripetere, per questo si è creato un loop infinito: Estathè, stesso disco, identiche parole; Estathè, stesso disco, identiche parole.
In qualche modo, questo ingorgo mi ha fatto pensare a quando ho imparato ad andare a cavallo: mio padre teneva la cavezza e io, con le mani strette a pugno intorno alle briglie, giravo in tondo dentro a un recinto. Non saprei dire quanti cerchi ho segnato dentro quello stesso percorso: credo di averci roteato dentro all'infinito. Prima andavo al passo, poi al trotto e infine al galoppo – e poi di nuovo e di nuovo ancora. Ho iniziato che ero talmente piccola che non arrivavo alla staffe, quindi mio padre mi faceva infilare i piedi in mezzo alla cinghie della sella.
Cavalcavo sempre Arabetta, un incrocio tra un arabo e un Quart Horse – una razza americana che è la più veloce sul quarto di miglio – e ce la intendevamo abbastanza io e lei. Volevo un sacco di bene ad Arabetta, ma devo ammettere che erano altri due i cavalli che attiravano sempre la mia attenzione: Napoleone e Sparviero.
Napoleone era arrivato al maneggio da pensionato: era un vecchio lipizzano dal manto grigio e si sapeva poco della sua vita precedente. Che avesse qualcosa di friccicarello negli occhi, si era capito subito, ma nessuno avrebbe mai pensato che un giorno, probabilmente a causa di un residuo di addestramento, avrebbe cominciato a ballare seguendo la musica che veniva fuori da uno radio: danzava sul posto, come in un esercizio di dressage, ogni volta che sentiva una canzone. Siccome ballava anche su Michele Zarrillo e Marco Masini, io gli davo sempre la biada di nascosto.

«Non avete mai pensato di dargli degli psicofarmaci? Tutti i pazzi pensano di essere Napoleone», ha detto Gus, in lemniscata.
Gus è un orso polare che mi sta molto simpatico, ma gli anni in cattività nello Zoo di Central Park, lo hanno reso – come lui stesso afferma – un «po' picchiatello». Nuotate ossessive, bambini spaventati a morte, stress, alte recinzioni, psicosi e molti medicinali.
«No, Gus, non ci abbiamo mai pensato»
«Sai come mi chiamano questi stronzi che mi danno il Prozac? Mi chiamano: Gus, l'orso (bi)polare. Geniale, no? Pensavo che non fossero per niente ironici, visto che non fanno altro che lamentarsi, ma devo ammettere che mi sono ricreduto...»
«Gus, la smetti di girare convulsamente?»
«Pensate tutti che le lemniscate siano degli otto rovesciati. Non capite che se persevero in questo ciclo è perché le lemniscate sono il simbolo matematico dell'infinito? È per questo che non riesco a smettere, non riesco a smettere, non riesco a smettere...»
«Gus!»
«...non riesco a smettere!»

A un certo punto ho cominciato a bere le spremute, per cambiare. Dal giardino di casa dei miei sono arrivate vagonate di arance, allora ho cominciato a spremere senza pietà, come se fosse una coazione a ripetere. Oris e Pezzetta hanno deciso di scuotere la testa per mostrarmi la loro disapprovazione, ma siccome continuavo ad ascoltare sempre lo stesso disco, sono andati avanti a farlo come se fosse una coazione a ripetere: mi biasimavano a tempo, sincronizzati in battere, senza riuscire a smettere. 
Gus, eccitato da tutte quelle stereotipie, ha cercato di smerciare il Tavor, sostenendo che prendere una pasticca tracannando due bicchieri di vino rosso ti regala venti minuti di gioia assoluta prima di stramazzare al suolo, ma abbiamo deciso che ci sembrava già sufficiente così: compulsioni, ripetizioni ossessive di gesti ed errori, metri quadrati di gabbie senza uscita, dondolii e rimuginazioni, labbra strappate, mobili di Ikea, dissensi.

Sparviero era un maremmano puro, uno stallone nero enorme, bellissimo e indomabile. Ci hanno provato in tutti i modi ad addomesticarlo, ma è rimasto sempre selvaggio, sempre libero, sempre inavvicinabile. A me faceva un po' paura, soprattutto per il fatto che si accorgeva sempre di quando davo la biada di nascosto a Napoleone, nitriva fortissimo e mi faceva sgridare.
A guardarla da qui, penso che quei due cavalli così diversi, nei colori, nella specie, nell'attitudine e nelle volontà, fossero una sorta di metafora delle due diverse facce dell'anima di chiunque in quel maneggio, dell'anima di chiunque nel mondo.
Sei più Sparviero o sei più Napoleone?
«Booh!», mi ha urlato Gus con un bicchiere di vino rosso in mano, spaventandomi a morte.
«Gus! Ti odio quando fai così!»
«Via, non è vero. Sono adorabile! Cercavo di impedirti di scendere nel banale, sono quasi certo che stavi per sbagliare un apostrofo...»
«Senti, non strabuzzare gli occhi in questo modo. Sembri pazzo»
«Sono le lenti a contatto, Iris. Sono. Solo. Le. Lenti. A. Con. Tatto.», mi ha sussurrato Gus, riempiendosi un altro bicchiere.
«Sei sicuro che non vuoi un po' di Estathè?», ho provato a dirgli, ma lui stava già esultando per un goal che nessuno aveva mai segnato nella partita Guardiani dello Zoo contro Orsi Bipolari Adorabili.

Mia madre si è arrabbiata con me («Dici sempre le stesse cose», mi ha detto. «E poi parli troppo veloce. Quanto thè stai bevendo?»), ma, nella scala della collera, è stato niente rispetto a quanto si incazzò con mio padre quando scoprì che stavano cercando di domare Fuego, il figlio di Sparviero, usando la sua bambina.
Mio padre e i suoi amici avevano pensato che Fuego avrebbe riconosciuto il peso di un cucciolo di uomo – di una cucciola, in quel caso – e non avrebbe fatto gesti inconsulti, quindi hanno immaginato di poterlo domare mettendogli sopra me. Una bambina, senza sella, su un maremmano selvaggio: facile immaginare la reazione di mia madre.
Ho sempre pensato che Furia il cavallo del West si chiamasse così per ricordare il sentimento incontenibile che l'ha pervasa quando mi ha visto appesa alla criniera di Fuego.
«Non dico sempre le stesse cose, mamma. È solo un periodo molto complicato», ho provato a difendermi mentre Gus sillabava Ta-vor, Ta-vor.

Quando arrivi finalmente a poter mettere i piedi nelle staffe, ogni giorno è un buon giorno per perderle: correre a tutta velocità su un quarto di miglio, ballare dinoccolati su una canzone di Sanremo oppure rovesciare un otto e farlo diventare infinito.
«Non c'è più l'Estathè, non ci sono più le arance, non ci sono più scuse: devi uscire da questa casa», mi hanno detto Oris, Pezzetta e Gus, aprendo la porta d'ingresso e lanciando fuori il disco che continuavo a sentire.
Sono salita su Arabetta e, con Sparviero a sinistra e Napoleone a destra, sono uscita.

Gus è svenuto. Per l'eccitazione, forse, o forse perché erano finiti i suoi venti minuti di gioia assoluta.

sabato 9 gennaio 2016

Virtuthè e canoscenza

Se avessi potuto scegliere, io avrei voluto una voce fuoricampo
Ehi tu, Dio!”, gli avrei detto “Non darmi tutte queste tette, dammi una voce fuoricampo”

Ovviamente, io ero una di quelle bambine che vomitano in macchina. «Oltre a tutti gli altri problemi che ci hai dato», mi dicono sempre i miei genitori, solo perché nei miei primi anni di vita ho avuto un atteggiamento discretamente ostile nei confronti della socialità – che poi, a parte aver strappato la camicetta di mia madre la prima volta che ha tentato di portarmi alla scuola materna, a parte aver fatto un sit-in di protesta all'ingresso, la seconda volta che ci ha provato (mossa che mi ha fatto vincere l'astensione totale), a parte aver picchiato Oris con un secchiello perché aveva fatto un castello di sabbia con una sconosciuta vicina d'ombrellone con la quale io mi rifiutavo di parlare e a parte aver scelto di passare tutti i pomeriggi della mia infanzia nell'officina di Valentino, il meccanico che stava sotto casa mia, invece di uscire con le amiche (che erano le amiche di Oris, visto che io di amiche non ne avevo): a parte queste quisquilie, che cos'altro? Io non mi ricordo nulla di grave, se escludiamo il fatto che ero una di quelle bambine che vomitano in macchina.
In ogni caso, per accompagnare i miei viaggi in auto, da piccola, avevo Virgilio, un poetico cerotto transdermico alla scopolamina posizionato dietro l'orecchio, che mi scortava nella speranza di districarmi dalla selva oscura del mio insopportabile mal di vivere.

«A te convien tenere altro vïaggio»,
rispuose, poi che lagrimar mi vide,
«se vuo' campar d'esto loco selvaggio»
«Virgilio, stiamo andando al mare, in Liguria, non è che posso scendere e andarci a piedi... Ho vomitato talmente tante volte da stremare mia madre e ora che lei, vinta dalla stanchezza, si è addormentata, mio padre si è perso e stiamo percorrendo una salita. Non so come dirgli che sono più che certa che non troveremo il mare se continuiamo ad andare su...»
«Vien dietro a me, e lascia dir le genti:
sta come torre ferma, che non crolla
già mai la cima per soffiar di venti»

Posso dire, senza timore di sembrare esagerata che, tra vestiboli di Autogrill sanza 'nfamia e sanza lodo, gironi di automobilisti iracondi e bestemmiatori, tra Oris che non faceva altro che dormire e il walkman che non riusciva a coprire l'autoradio, tra le bolge di cartelli stradali ipocriti e seminatori di discordia, quei viaggi erano davvero un Inferno.
«La famiglia Brambilla in vacanza», diceva sempre mia madre, quando ancora mi passava i sacchetti anti-vomito invece dei brick di Estathè – che solo più avanti sono stati formalmente accettati come rimedi per la chinetosi, trasformando quell'Inferno in un più tiepido Purgatorio.
Devo ammettere che il fido Virgilio non ha mai mollato, né quando uno struzzo del parco di Paliano mi ha rubato il cerotto, beccandomi dietro l'orecchio durante una gita in prima elementare, né quando i cerotti allo scopolamina sono stati sostituiti da cerotti normali inneggianti all'effetto placebo (ho già ampiamente spiegato che la mia famiglia dice le bugie, dalla Madonnina della 'mella in poi, le cose non sono mai cambiate: a volte penso che il loro prendermi in giro sia il contrappasso per il mio essere patologicamente fissata con la verità).

«Mamma, è inutile che dici: 'Ma che vogliono tutti questi che mi lampeggiano e mi suonano?'. Siamo contromano. Questo è un senso unico! Virgilio, ti prego, diglielo pure tu...»
«S'i' ho ben la parola tua intesa»,
rispuose del magnanimo quell'ombra,
«l'anima tua è da viltade offesa»
«Non è viltade, Virgilio, è che siamo contromano nella zona industriale di Frosinone. Non mi sembra proprio un colpo di genio...»

Mi ricordo che un agente letterario, leggendo le bozze del mio primo romanzo, mi disse: «Sai che usi tantissimo il verbo vomitare?». Se solo penso che Pilathès, I pomeriggi senza thè, Seduthè spiritiche, Via il denthè via il dolore, Manuale delle giovani marmotthè, Letthère d'amore, Thèlecomando e L'orizzonthè degli eventi sono solo alcune delle pagine di questo blog in cui parlo del vomitare, mi rendo conto di trovarmi di fronte al mio inconscio che cerca di dirmi qualcosa.
Se mia madre sapesse che Sartre ha scritto: «È dunque questa la Nausea: quest'accecante evidenza?», di certo risponderebbe: «No, Jean-Paul, tranquillo; è che beve troppi Estathè». Ma il fatto è che l'evidenza dell'esistenza molto spesso è davvero imbarazzante.
Come arrivare nella piazza di un paesino del New Jersey di Roma (grazie Francesco Pacifico per questa definizione perfetta), con Oris e Denis, in tre su una Smart, con lo stereo a tutto volume e Calcutta che canta: «L'ultimo dei Mohicani non so di chiii!».
Chiaro che poi qualcuno dirà:
«Considerate la vostra semenza:
fatti non foste a viver come bruti,
ma per seguir virtute e canoscenza»
«Virtute e canoscenza? Oris ma è Virgilio che parla? Che succede? Con questo volume non si sente niente...»
«Iris, è solo Ulisse che incita i suoi a superare le colonne d'Ercole...»
«Ragazze, che state dicendo? Dite che sembro Ercole? In effetti, uscire con voi due insieme si può considerare la tredicesima fatica di un eroe figo, forte e di Roma nord. Però, dai, non fate così le sottone...»
«Ha veramente detto sottone
«Ha veramente detto sottone. Se vuoi, puoi vomitare...»
E quelli a me: «Oh creature sciocche,
quanta ignoranza è quella che v'offende!»

La verità è che, macchina o non macchina, io non ho mai smesso di vomitare. Ho la nausea se fa troppo caldo o se fa troppo freddo. Ho la nausea se sento un odore che non mi piace, un sapore che non mi piace o una parola che non mi piace. Ho la nausea se mia madre mi dice «Tranquilla, ci pensa mamma» e poi, con una manovra sbagliata, si infila in una cunetta di campagna riempiendo di terra la marmitta della Uno bianca che aveva mio nonno. Ho la nausea se rido troppo, ma anche se piango troppo. Ho la nausea quando le persone si rimangiano quello che mi hanno vomitato addosso un attimo prima.
Insomma, ho la nausea per tutto quello che non riesco a controllare, è questo che mi vuole dire il mio inconscio: se mi ostino a seguire Ulisse, se insisto ad andare oltre il limite di quello che è mi concesso sapere, incontrerò burrasca, traballamenti, un vortice e il mal di mare mi picchierà col secchiello sullo stomaco.

«Iris, stai meglio? Possiamo ripartire?», mi ha chiesto Denis, dopo che aveva accostato per prevenire drammi.
«Sì, grazie. Abbassa solo un po' la radio, però, ché dentro questa scatoletta sembra di stare all'Inferno...»
«Va bene. Allora spengo e parliamo. Sapete perché il Paradiso non è bello come l'Inferno e il Purgatorio ne La Divina Commedia? Sapete perché da quando arriva Beatrice tutto è meno entusiasmante? Perché Dante era un sottone, ecco perché!»

Senti, 2016, cerca di fare il sottone pure tu: incatenati a qualche terzina di endecasillabi, fai trovare il mare in montagna a mio padre, permetti a Virgilio di entrare in Paradiso, rendi gli struzzi allergici alla scopolamina e non farmi rispondere positivamente all'effetto placebo. Ti prego, non vomitarmi contromano dentro la prima scuola materna incontrata fuori da quello strano viaggio infernale che è stato il 2015, dammi chiavi, candele, iniettori, candelette, freni, sterzo, crik, pinze, gomme, dadi, frizioni e fusibili. Non so niente di motori, visto che nelle macchine principalmente ci ho vomitato, ma sono cresciuta dentro un'officina, in qualche modo riuscirò a salvarmi.


P.S. Per chi vive fuori da Roma Nord, sottone vuol dire uno che «Aò, certo che ce stai proprio sotto»: stai sotto a una donna, a una situazione, a un luogo, a una droga, a una cantica dantesca, all'Estathè, alla vita. 

mercoledì 16 dicembre 2015

Thèmperaturo

Se avessi potuto scegliere, io avrei voluto una voce fuoricampo
Ehi tu, Dio!”, gli avrei detto “Non darmi tutte queste tette, dammi una voce fuoricampo”

Ieri notte ho sognato che ero al banco con Raffaele La Capria e ci assegnavano un tema sulle «cose da fare» e lui scriveva tantissimo, mentre io non ce la facevo a scrivere niente. Mi venivano pure dei pensieri in mente, ma avevo una matita tutta spuntata e, mentre cercavo di farla funzionare, ruotandola su se stessa in modo da beccare almeno uno scalinetto di grafite, mi scordavo quello che volevo scrivere. A differenza mia, La Capria era calmissimo e procedeva sul foglio protocollo con la penna blu e una scrittura perfetta.
Mi sono svegliata affaticata, con l'ansia di dover consegnare un compito in classe, quindi sono andata alla scrivania e ho aggiunto Svolgere tema alla lista delle cose da fare; poi ci ho riflettuto un attimo e ho scritto anche: Prima, però, temperare la matita.
La lista delle cose da fare è uno dei cardini della mia esistenza, un'arte che ho affinato nel tempo e che risulta essere una specie di linea temporale, che segna il punto in cui sono, lo zero mattutino che mi è necessario per discerne il passato dal futuro: quando depenno, non cancello, tiro solo una riga che mi permette di continuare a visualizzare quello che ho concluso, nella speranza di rendere sensata questa diffusa e quotidiana insensatezza.
Qualche giorno fa, Oris ha impunemente scritto sul mio elenco: Non bere Estathè, ma io me ne sono accorta e l'ho cancellato subito. Stamattina, poi, ci ho ripassato la penna sopra, un po' per sicurezza, un po' per stemperare la mia voglia di picchiare Oris.

«Stemperare, temperare, temperino, tempra, temperatura, tempera...»
«Vincent, stai di nuovo giocando a Il bersaglio sulla Settimana Enigmistica?»
«No, stavo pensando a che sapore ha la tempera. Strano che non lo ricordo, visto che ne ho ingoiata parecchia, ma non mi ricordo nemmeno se è stato prima di tagliarmi l'orecchio... Sicuramente è successo dopo essere stato rinchiuso a Saint-Rémy-de-Provence.»
«Non è che è stato mentre dipingevi i miei adorati Iris
«Non ricordo, ma dovresti fare una ricerca su questa storia. Lo puoi aggiungere alla lista?»
«Che scrivo? Scoprire il sapore della tempera?».

Condivido il mio amore per le lunghissime To do list con Draco Malfoy, il mio amico della casa Serpeverde, quello che ha tre occupazioni principali nella vita: insultarmi, lamentarsi e perdere le cose (perde continuamente la macchina, le strade, le giacche – ah, Draco, quella marrone l'hai lasciata a casa mia – e poi, principalmente perde il senno). Inizio a sospettare che, siccome perde sempre anche le sue lunghissime liste delle cose da fare, Draco continui a occuparsi di insultarmi e soffrire perché l'aveva scritto in qualche lista andata persa e, non avendo fatto in tempo a depennarlo, è costretto a continuare così per sempre. 
A differenza delle liste ad interim che Draco mi mostra su Skype prima di lamentarsi, le mie sono liste mensili, molto organizzate, suddivise in mansioni settimanali (nel caso di impegni a scadenza breve), che vengono messe al sicuro (da quasi tutto, ma non da Oris purtroppo), in modo da non rimanere bloccata in nessuna ossessione reiterativa.

Pulire finestre. Fatto.
Lavatrice: due. Fatta una.
Comprare telefono nuovo: questo non l'ho scritto io. E comunque: non fatto.
Rischiare la vita in inseguimento notturno di uno che si frequenta con un'amica e che l'amica - con te in macchina - ha incontrato per caso a un semaforo. Fatto.
Sopravvivere. Grazie al cielo, fatto.
Leggere libro su come procedere in scelte razionali su base probabilistica. Bloccata al teorema di Bayes.
Comprare Esthathè. Fatto, ma rifare.
Farsi sgridare da un tassista per aver poggiato sul sedile una scatola che lui ha scambiato per il cartone di una pizza. Fatto.
Mandarlo a fanculo. Non fatto.
Rispondere garbatamente che si tratta di una macchina da scrivere e che non c'è pomodoro sopra perché sei allergica. Fatto.
Scrivere quella mail che non vuoi scrivere. Fatto.
Dire una bugia. Appena fatto.

«Comprare temperaturo? Iris, qui c'è scritto temperaturo. È un errore? Oppure è una variazione di tempera che non conosco?»
«No, Vincent. Quello è per nonna Berta, ma possiamo cancellare perché ha risolto da sola»
«Non capisco»
«So che temperare di solito vuol dire: mescere, ingentilire, raffreddare, mitigare, addolcire, regolare, appuntare e quant'altro tu sai già. Ma, nel mio dialetto, temperare vuol dire innaffiare e, per nonna Berta, temperaturo vuol dire innaffiatoio»
«Temperamento, temperanza, temperatore, temperaturo: mi piace»
«Lo so, piace anche a me»
«Sai come si dice temperaturo, in francese?»
«Ma tu non eri olandese, Van Gogh?»
«Sì, ma sono morto in Francia e poi in olandese temperaturo si dice gieter, mentre in francese si dice arrosoir. Vuoi mettere? Sembra arrossire. Dai! Aggiungi Arrossire alla tua lista...»

Partendo dal presupposto che non si dovrebbero mai accettare i consigli di un pittore olandese che si è tagliato il lobo dell'orecchio sinistro e poi lo ha incartato per portarlo in ricordo a una prostituta sedicenne (anche se ha dipinto il quadro che più amo al mondo), a volte succede che dopo un brutto sogno, di una brutta notte, di una brutta settimana, si ceda a scrivere propositi stupidi, moniti che non c'è alcun modo di controllare, decidere o prevedere. Roba tipo:
Incontrare La Capria e chiedere di poter leggere il suo tema.
Smettere di tossire.
Farsi pagare fatture in sospeso.
Ritrovare la macchina di Draco Malfoy.
Per scoprire il sapore della tempera, assaggiare un colore – non c'è altro modo.
Innamorarsi.
Far ereditare ad Oris una pelliccia maculata che lei comincerà a indossare in casa.
(Ah, no. Quest'ultima no. Questa è successa, la devo depennare)

C'è confusione, c'è davvero molta confusione: infatti, sono dieci minuti che innaffio la matita, eppure non c'è modo di fargli punta. Quanto altro la devo temperare per poterlo cancellare dalla mia lista?



P.S. Questa è una foto di Draco con la felpa di casa Serpeverde, mentre mi mostra fiero la sua lunghissima To do list.