Memorie di una bevitrice di Estahè

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martedì 8 novembre 2016

L'anti-galathèo (o del come diseducare le signorine perbene)

Se avessi potuto scegliere, io avrei voluto una voce fuoricampo
«Ehi tu, Dio!», gli avrei detto, «Non darmi tutte queste tette, dammi una voce fuoricampo»

Tra i molti problemi presenti nella mia complicata interazione con gli altri, c'è anche quello dell'educazione. Per educazione, sono capace di cedere il mio posto sull'autobus anche a uno che è più vecchio di me solo di sei mesi (d'altra parte, i nati in gennaio mi sembrano sempre più anziani di quello che sono). Per educazione, la settimana scorsa, non ho detto alla parrucchiera che non aveva capito nulla di quello che le avevo chiesto e che mi stava facendo un taglio cortissimo quando avevo passato un sacco di tempo a cercare di farmi allungare i capelli. Per educazione, quando il mio vicino di casa mi ha detto: «Meno male che hai cambiato foto di profilo su FB, nell'altra mi sembravi...», cito testualmente: «...handicappata», io non gli ho risposto: «Ma come ti permetti?», così come ho taciuto quando, qualche anno fa, dopo un'abbondante cena a casa di un amico, nel riposo post-prandiale da amaro e chiacchiere, suo padre si è avvicinato alla poltrona su cui ero spiaggiata e mi ha preso a pinza, tra pollice e indice, un angolo della pancia per poi dirmi: «Allora è qua che hai nascosto tutte le fettuccine che hai mangiato!».
Mi sono messa a pensarci l'altro giorno, mentre facevo aperitivo con la mia amica Lorelai – che è una di quelle giornaliste colte e analitiche che hanno sempre qualcosa di intelligente da dire. Avendo deciso di ordinare da mangiare, Lorelai ha chiesto al cameriere che tipo di prosciutto c'era nel toast e lui, dopo averle risposto confusamente, ha aggiunto: «Ammazza se sei strana...» – oltretutto senza somigliare per niente a Luke Danes. Aspettavo una sua reazione, ma l'ho guardata tacere con stupore – uno stupore che nascondeva sorellanza – e, quando il finto Luke è andato via, lei mi ha detto: «Lo so che avrei dovuto rispondergli male ma, mio malgrado, sono troppo educata».
Praticamente: il tema della mia esistenza.

A ricordarla tutta insieme quella insistita cortesia mi ha molto innervosito ed è stato mentre camminavo agitata verso casa che ho sentito la voce di Giaris che mi parlava.
«Iris, ho appena deciso che sei stata ammessa al mio corso»
«Al tuo corso?»
«Al mio corso, sì. Una specie di stage fatto apposta per te»
«Giaris, non ti sto capendo»
«L'immagine di te che stai zitta con la pancia presa a pinza da uno sconosciuto mi ha spinto a telefonare a tua madre, per richiedere tutta una serie di informazioni: oltre a parlarmi dell'Estathè, del tuo ex fidanzato e del fatto che vorrebbe dei nipotini, mi ha detto che, quando sei di spalle e non lo vedi, tuo padre ti fa il saluto militare e che se lei e Oris dovessero pensare a un regalo di nozze per un tuo ipotetico marito di sicuro opterebbero per una damigiana di Lexotan»
«Grazie per questa bella panoramica di amore famigliare, ma continuo a non capire...»
«Vuol dire che non sei repressa, poco combattiva, mansueta o irrispettosa di te stessa, anzi: sei una grandissima cagacazzi, solo che sei affetta da una forma di educazione un po' debilitante. Questo fa di te la mia candidata perfetta! Ti serve una guida al vaffanculo terapeutico: una specie di manuale che ti racconti gli innumerevoli modi che esistono per lasciar cadere la corona, raccoglierla e infilarla nei pertugi più disparati di chi ti rompe i coglioni. Insomma, grazie a me smetterai di essere una signorina perbene. Anche perché, parliamoci chiaro, Iris, te lo dico come te lo direbbe tua sorella: "Lo sai dove ti porterà tutta questa educazione? Dietro a un frigorifero abbandonato, alla fermata del 360"».

Giaris è una delle persone più brusche, dirette e caustiche che io conosca. Quando le racconto le cose assurde che mi succedono la vedo che le si sfina la faccia in un'espressione di rabbia compressa. «Ma perché non ci sono mai io quando succedono queste cose?», mi dice, guardandomi bere copiose e sgraziate quantità di Estathè per bilanciare le buone maniere. Siccome vive all'estero, il corso è iniziato con lezioni di dissenso per corrispondenza, ma ieri è tornata per un paio di settimane e mi ha incastrato intorno a un tavolo per spiegarmi il suo anti-galateo.
«Esempio: una vecchia col carrello pieno ti passa avanti al supermercato nonostante tu abbia solo una cartucciera di brick e un paio di bottiglie di Estathè a cui sei praticamente abbracciata. Che fai?»
«L'esempio è sbagliato: è anziana, la lascio passare»
«Assolutamente no! Lo capisci che mentre tu hai fretta perché devi tornare a casa a lavorare per non andare mai in pensione, ti sei appena fatta superare da una pensionata che non ha niente da fare e si sbriga perché deve andare a vedere Il segreto su Canale 5?»
«E che dovrei fare, allora?»
«Mi scusi signora, ma ci sono prima io. Me lo avesse chiesto, l'avrei anche fatta passare perché sono una ragazza ben educata. Ma proprio in quanto fan dell'educazione, mi vedo costretta a chiederle di tornare al suo posto»
«E se lei mi dice che non mi aveva visto? Che ha la cataratta, il cane legato fuori o che è incontinente?»
«Ma perché quando Oris vuole saltare le file la massacri e invece fai passare 'sta vecchia che, tra l'altro, nel carrello ha un thè deteinato sottomarca?»
«Oris mica è incontinente!»
«Mi sa che tu sei una guerra persa...»

Siccome nell'esercitazione pratica ho fatto schifo, Giaris è passata alla teoria, che è la mia parte preferita, perché io adoro le sue storie, a volte le chiedo di raccontarmele di nuovo anche se le conosco già – soprattutto quella del venticinquenne vergine rimorchiato durante la festa per il suo penultimo compleanno, che lei ha cacciato di casa di fronte alla scoperta, urlando: «Truffatore! Io ti denuncio! Mi hai rovinato la serata!».
Non so se nel suo talento per lo storytelling c'entra il fatto che è una sociologa, ma so che quando mi ha detto: «Sono tornata a Roma perché mi mancavate, sì, ma soprattutto perché mi mancavo io, la me di quando sono qua» ho capito quanta bellezza riesce a sprigionare l'insolenza quando è frutto di pensiero. Giaris mi ha spiegato che, a questa cosa dell'estremismo nella franchezza, del profondo Sticazzismo della tua sensibilità, piuttosto impara a stare al mondo, ci tiene soprattutto perché lei ha sperimentato anche l'altra metà del cielo: come tutti, Giaris, per un periodo si è persa.
«Una cosa tremenda tipo quella che fai tu con la tua corte dei miracoli, che i problemi degli altri erano diventati più importanti dei miei, che ero gentile pure quando ero triste... Insomma: una situazione abominevole»
«E che hai fatto?»
«Mi sono ricordata delle mie tre i: il tema della mia esistenza»
«Le tue tre i?»
«Sì, mi sono detta che, nonostante tutto quello che mi succede nella vita, io voglio continuare a essere Inadatta, Inappropriata e Inesportabile»
«E ce l'hai fatta?»
«Secondo te?»
«E che pensi di me? Ce la posso fare?»
«Guarda, io direi che intanto mi dai il numero della tua amica Lorelai, che mi serve un altro candidato...»

Quando dico a mia madre che è colpa sua se sono troppo educata, lei mi risponde che è una frase che non vuol dire niente e che, comunque, alla fine, per quanto lei mi abbia sfinito con i suoi «Saluta zio. Abbraccia zia. Vai a giocare con tuo cugino. Non trattare male l'amica di tua sorella», per quanto mi abbia impedito di sedermi a tavola in pigiama o alzarmi senza chiedere il permesso, mangiare con il piede destro sulla sedia, impicciarmi di cose che non mi riguardavano e bere l'Estathè direttamente dalla bottiglia, per quanto lei sia stata severa, adesso sono io che scelgo di essere come sono, ogni giorno della mia vita.
«E poi, amore di mamma, dentro quella signorina perbene che sei si nasconde un capo di stato maggiore. Tuo padre dice che sei un generale di corpo d'armata e che, quando arrivi tu, noi diventiamo tutti soldati semplici. Se fossi pure maleducata, saresti incontenibile...»
Il punto è che se cominciassi a non cedere i posti sull'autobus e al supermercato, a saltare le file, a incazzarmi con i parrucchieri che sbagliano, con i vicini di casa quando straparlano e con la scortesia dei padri degli amici, non sarei più io e finirei per mancarmi: questo mi ha detto Giaris per spiegarmi perché era proprio nel fallimento della mia diseducazione il senso di tutto; mi ha detto che sono una rompicoglioni prepotente ma che poi dico permesso, scusa, grazie, prego ed è stato un piacere e che è questo il mio modo di essere Inadatta, Inappropriata e Inesportabile.
«Allora sono salva?»
«Oh, ma lo sai che c'ha ragione tua madre? Con te ci vuole una damigiana di Lexotan...»
«Dici così perché tanto lo sai che sono troppo educata per risponderti. Comunque, grazie di tutto...»
«Ecco, appunto: pure grazie m'hai detto... Meglio che vado a telefonare a Lorelai»

Quindi sono una guerra persa, dietro un frigorifero abbandonato, alla fermata del 360, ma non potrebbe andare meglio di così. Anzi, forse sì. Potrebbe piovere.

martedì 15 marzo 2016

Ponte ponenthè ponte pi

Se avessi potuto scegliere, io avrei voluto una voce fuoricampo
«Ehi tu, Dio!», gli avrei detto, «Non darmi tutte queste tette, dammi una voce fuoricampo»

Certe volte, mentre scrivo, riesco a stare, anche per tre quarti d'ora, con entrambi i piedi sulla sedia, le gambe piegate ad altezza busto che mi coprono la visuale della tastiera e le braccia sospese a mezza luna, arrondies ma allongées, per far arrivare le mani a battere sui tasti. Altre volte, al cinema, riesco a stare, anche per tutta la visione del film (trailer compresi), con il culo sulla punta della seduta, gli stinchi appoggiati sullo schienale della poltrona davanti, i piedi sospesi e la schiena accartocciata a parabola – per una migliore ricezione delle immagini. Di base, praticamente sempre, tengo entrambe le spalle sollevate, tese verso l'alto, quasi ad altezza orecchie, come se stessi perennemente in posizione di rassegnazione, impossibilità, indifferenza: sempre in assetto Non è gobba, è il mio guscio da Tartaruga Ninja.
Queste sono solo alcune delle posizioni che assumo nella vita, sono solo parte degli assestamenti corporei che alimentano la mia cifosi in maniera insensata ma interessante. Creo nuovi spazi, nuove superfici curve, coppe di sibilanti clavicole concave, muscolosissimi recipienti di addominali obliqui, bottiglie con un collo del piede anatomicamente perfetto. E poi riempio tutto di Estathè.

L'altra sera, durante la cena, avevo la schiena molto dolorante e allora ho provato a dire ad Oris: «Ehi, senti, ti ricordi quando...», ma lei ha battuto forte le mani, Pezzetta si è bloccato con la testa nel piatto e il Piccolo Coro dell'Antoniano si è sistemato dietro di lei, pronto ad accompagnarla qualora fosse stato necessario.
«Mi ricordo cosa, piccola recriminatrice? Tu quando parti all'indietro sei pericolosa, nostalgica e lamentosa», mi ha risposto Oris, minacciandomi con un dito verso il coro.
«Mi chiedevo soltanto se ti ricordavi quando saltavamo con la corda e roteavamo l'hula hoop. Volevo sapere se ti ricordavi quanto eravamo agili e scattanti...»
Oris mi ha guardata male, ha alzato le braccia al cielo e il Piccolo Coro dell'Antoniano ha iniziato a vibrare: «C'era un piccolo piccolo rospo, c'era un piccolo re. Cademisolfami cademisolfami. Bim Bum Bam...»
Oris fa così quando non mi vuole sentire, usa una metodologia dissimulatrice musicale: una presa di posizione che le permette di ammutolirmi usando una mimica drammatica ispirata a Mariele Ventre – e riuscendo a sfruttare, nel contempo, le armonizzazioni di un piccolo gruppo di bambini indifesi.

Pezzetta, dopo quasi otto anni di convivenza con noi due, ha imparato a riconoscere i momenti di esaltazione, li fiuta, li teme e li fugge, imitando un comportamento animale che si chiama tanatosi: in pratica, irrigidisce totalmente il corpo e si finge morto. Ma stavolta, anche se, alla comparsa del Piccolo Coro dell'Antoniano, si era bloccato con la testa nel piatto, Oris è riuscita a cogliere un'alzata di sopracciglia di dissenso, in mezzo a quei capelli lunghi, a quella barba folta e a quegli occhialoni enormi e gli ha detto: «Che c'è? Non conosci questa filastrocca?». Poi ha alzato un braccio e...
«Quattro pirati nel Mar dei Sargassi hanno una zattera fatta di assi, vanno remando dicono loro alla ricerca di un grande tesoro...».
Il fatto che Pezzetta, dalla sua posizione di immobilità, non seguisse le nostre mosse sulla filastrocca ci ha sconvolte, tanto che abbiamo telefonato a sua sorella per sapere se era un caso unico o se Benevento applicava un boicottaggio delle rime baciate nelle infanzie di tutta la provincia.
Alla notizia che Pezzetta era, come al solito, il nostro petalosissimo caso unico, Oris è scattata in posizione Sono la regina di tutte le coreografie del mondo e via. Via tra: «Pezzetta, sei troppo lento, ci fai perdere il ritmo!» e «Io ho una zia, una zia che sta a Forlì che quando va a ballare con il piede fa così, così, così...», tra «La macchina del capo ha un buco nella gomma» e salti, sventolii di braccia e cerchi di sei mani che battono uno sull'altra, tra «Era una notte pioveva a catinelle, andavo in giro senza le bretelle» e: «In piedi, Pezzetta, lo sappiamo che non sei morto! Iris, fallo rinvenire con i sali di Estathè!».

A fine seduta, io ero stremata, la schiena mi faceva sempre più male, le spalle erano sempre più contratte e le gambe tese. Io non sono brava come Oris, in queste cose: io arranco, mi muovo male, sbaglio i passi e non ho cognizione del mio corpo (sono giorni che ho un livido enorme su un fianco e non ho idea di come sia arrivato lì).
Due settimane fa, a un pranzo di famiglia, dopo che avevo mangiato e bevuto tantissimo, mio cugino sano, quello nutrizionista che mangia bene, insegna basket, ha fatto una vita di pallanuoto e gioca nella zona atletica della famiglia, ha preso me e Oris e, una per volta, ci ha posizionate su una panca che aveva costruito per suo padre: uno strumento di tortura a forma di V. Gambe e schiena sollevate dello stesso angolo, salsicce e Barbera che mi sguazzavano nello stomaco e lui che continuava a premere sul mio torace, dicendo: «Hai un pezzo di legno, non hai un diaframma. Come ti senti? Che cosa mangi? E quante volte al giorno? Sapresti elencarmi quali sono i carboidrati?». Io guardavo Oris con disperazione, ma lei – che per una volta era fornita di cellulare in una situazione al limite – continuava a scattarmi foto e a ignorarmi, nella speranza che vomitassi sul tappeto della camera da letto dei miei zii.
«Iris, senti, io me lo ricordo quando saltavamo alla corda e roteavamo l'hula hoop, ma Pezzetta te lo ha spiegato che non puoi fare sport in casa: non puoi metterti a zompettare in salotto. Devi uscire, dobbiamo uscire. Lo sai cosa sta per succedere...»
«No, noi non ci iscriveremo in palestra!», ho urlato senza forza, con le mani a sostenermi la parte bassa della schiena. Oris ha ecumenicamente allargato la braccia, mi ha guardato con gli occhi di sfida e il Piccolo Coro dell'Antoniano ha intonato: «Ponte ponente ponte pì tappetà Perugia ponte ponente ponte pì tappetà perì!».

Le posizioni in cui riusciamo a metterci, nella vita, sono molto spesso scomode, ineleganti, nocive: il tempo davanti al computer, le uscite con le persone che non ci piacciono, le parole sbagliate, un parcheggio impossibile, l'ossessione di fare le cose sempre allo stesso modo, i falsi ricordi, i centimetri minimi di intelligenza e i chilogrammi massimi di sopportazione, la faccia al muro, i desideri per cui siamo pronti a tutto.
Sapevo cosa mi stava chiedendo mia sorella, sapevo come mi sarei dovuta battere, allora mi sono stesa a terra supina: ho allungato le braccia oltre la testa e ho piegato le gambe, avvicinando i piedi al resto del corpo, ho deglutito e, esattamente come facevo a quattro anni quando Oris me lo ha insegnato, mi sono tirata su, con il corpo a ponte, teso verso l'alto. «Ora stacco la testa, resto sospesa e le dimostro che non ho bisogno di uscire da questa casa...», ho pensato.
Questa è l'ultima cosa che mi ricordo: dopo solo dolori desemantizzati, brick di Estathè che si fingevano morti e Pezzetta che suonava cover di filastrocche.

Domani vado a iscrivermi in palestra.

domenica 7 febbraio 2016

Sthèreotipie e anima(li)

Se avessi potuto scegliere, io avrei voluto una voce fuoricampo
“Ehi tu, Dio!”, gli avrei detto “Non darmi tutte queste tette, dammi una voce fuoricampo”

In queste settimane, ho bevuto Estathè come se fosse una coazione a ripetere, quindi Oris ha cominciato a guardarmi con lo sguardo analitico che avrebbe la sorella di Freud più che la mia. Poi ho ascoltato sempre lo stesso disco, come se fosse una coazione a ripetere, e infatti Pezzetta ha cominciato a urlarmi con sprezzo: «Lo puoi rimettere un'altra volta, per piacere? Vorrei tanto sentirlo...». Ho anche detto sempre le stesse cose, come se fosse una coazione a ripetere, per questo si è creato un loop infinito: Estathè, stesso disco, identiche parole; Estathè, stesso disco, identiche parole.
In qualche modo, questo ingorgo mi ha fatto pensare a quando ho imparato ad andare a cavallo: mio padre teneva la cavezza e io, con le mani strette a pugno intorno alle briglie, giravo in tondo dentro a un recinto. Non saprei dire quanti cerchi ho segnato dentro quello stesso percorso: credo di averci roteato dentro all'infinito. Prima andavo al passo, poi al trotto e infine al galoppo – e poi di nuovo e di nuovo ancora. Ho iniziato che ero talmente piccola che non arrivavo alla staffe, quindi mio padre mi faceva infilare i piedi in mezzo alla cinghie della sella.
Cavalcavo sempre Arabetta, un incrocio tra un arabo e un Quart Horse – una razza americana che è la più veloce sul quarto di miglio – e ce la intendevamo abbastanza io e lei. Volevo un sacco di bene ad Arabetta, ma devo ammettere che erano altri due i cavalli che attiravano sempre la mia attenzione: Napoleone e Sparviero.
Napoleone era arrivato al maneggio da pensionato: era un vecchio lipizzano dal manto grigio e si sapeva poco della sua vita precedente. Che avesse qualcosa di friccicarello negli occhi, si era capito subito, ma nessuno avrebbe mai pensato che un giorno, probabilmente a causa di un residuo di addestramento, avrebbe cominciato a ballare seguendo la musica che veniva fuori da uno radio: danzava sul posto, come in un esercizio di dressage, ogni volta che sentiva una canzone. Siccome ballava anche su Michele Zarrillo e Marco Masini, io gli davo sempre la biada di nascosto.

«Non avete mai pensato di dargli degli psicofarmaci? Tutti i pazzi pensano di essere Napoleone», ha detto Gus, in lemniscata.
Gus è un orso polare che mi sta molto simpatico, ma gli anni in cattività nello Zoo di Central Park, lo hanno reso – come lui stesso afferma – un «po' picchiatello». Nuotate ossessive, bambini spaventati a morte, stress, alte recinzioni, psicosi e molti medicinali.
«No, Gus, non ci abbiamo mai pensato»
«Sai come mi chiamano questi stronzi che mi danno il Prozac? Mi chiamano: Gus, l'orso (bi)polare. Geniale, no? Pensavo che non fossero per niente ironici, visto che non fanno altro che lamentarsi, ma devo ammettere che mi sono ricreduto...»
«Gus, la smetti di girare convulsamente?»
«Pensate tutti che le lemniscate siano degli otto rovesciati. Non capite che se persevero in questo ciclo è perché le lemniscate sono il simbolo matematico dell'infinito? È per questo che non riesco a smettere, non riesco a smettere, non riesco a smettere...»
«Gus!»
«...non riesco a smettere!»

A un certo punto ho cominciato a bere le spremute, per cambiare. Dal giardino di casa dei miei sono arrivate vagonate di arance, allora ho cominciato a spremere senza pietà, come se fosse una coazione a ripetere. Oris e Pezzetta hanno deciso di scuotere la testa per mostrarmi la loro disapprovazione, ma siccome continuavo ad ascoltare sempre lo stesso disco, sono andati avanti a farlo come se fosse una coazione a ripetere: mi biasimavano a tempo, sincronizzati in battere, senza riuscire a smettere. 
Gus, eccitato da tutte quelle stereotipie, ha cercato di smerciare il Tavor, sostenendo che prendere una pasticca tracannando due bicchieri di vino rosso ti regala venti minuti di gioia assoluta prima di stramazzare al suolo, ma abbiamo deciso che ci sembrava già sufficiente così: compulsioni, ripetizioni ossessive di gesti ed errori, metri quadrati di gabbie senza uscita, dondolii e rimuginazioni, labbra strappate, mobili di Ikea, dissensi.

Sparviero era un maremmano puro, uno stallone nero enorme, bellissimo e indomabile. Ci hanno provato in tutti i modi ad addomesticarlo, ma è rimasto sempre selvaggio, sempre libero, sempre inavvicinabile. A me faceva un po' paura, soprattutto per il fatto che si accorgeva sempre di quando davo la biada di nascosto a Napoleone, nitriva fortissimo e mi faceva sgridare.
A guardarla da qui, penso che quei due cavalli così diversi, nei colori, nella specie, nell'attitudine e nelle volontà, fossero una sorta di metafora delle due diverse facce dell'anima di chiunque in quel maneggio, dell'anima di chiunque nel mondo.
Sei più Sparviero o sei più Napoleone?
«Booh!», mi ha urlato Gus con un bicchiere di vino rosso in mano, spaventandomi a morte.
«Gus! Ti odio quando fai così!»
«Via, non è vero. Sono adorabile! Cercavo di impedirti di scendere nel banale, sono quasi certo che stavi per sbagliare un apostrofo...»
«Senti, non strabuzzare gli occhi in questo modo. Sembri pazzo»
«Sono le lenti a contatto, Iris. Sono. Solo. Le. Lenti. A. Con. Tatto.», mi ha sussurrato Gus, riempiendosi un altro bicchiere.
«Sei sicuro che non vuoi un po' di Estathè?», ho provato a dirgli, ma lui stava già esultando per un goal che nessuno aveva mai segnato nella partita Guardiani dello Zoo contro Orsi Bipolari Adorabili.

Mia madre si è arrabbiata con me («Dici sempre le stesse cose», mi ha detto. «E poi parli troppo veloce. Quanto thè stai bevendo?»), ma, nella scala della collera, è stato niente rispetto a quanto si incazzò con mio padre quando scoprì che stavano cercando di domare Fuego, il figlio di Sparviero, usando la sua bambina.
Mio padre e i suoi amici avevano pensato che Fuego avrebbe riconosciuto il peso di un cucciolo di uomo – di una cucciola, in quel caso – e non avrebbe fatto gesti inconsulti, quindi hanno immaginato di poterlo domare mettendogli sopra me. Una bambina, senza sella, su un maremmano selvaggio: facile immaginare la reazione di mia madre.
Ho sempre pensato che Furia il cavallo del West si chiamasse così per ricordare il sentimento incontenibile che l'ha pervasa quando mi ha visto appesa alla criniera di Fuego.
«Non dico sempre le stesse cose, mamma. È solo un periodo molto complicato», ho provato a difendermi mentre Gus sillabava Ta-vor, Ta-vor.

Quando arrivi finalmente a poter mettere i piedi nelle staffe, ogni giorno è un buon giorno per perderle: correre a tutta velocità su un quarto di miglio, ballare dinoccolati su una canzone di Sanremo oppure rovesciare un otto e farlo diventare infinito.
«Non c'è più l'Estathè, non ci sono più le arance, non ci sono più scuse: devi uscire da questa casa», mi hanno detto Oris, Pezzetta e Gus, aprendo la porta d'ingresso e lanciando fuori il disco che continuavo a sentire.
Sono salita su Arabetta e, con Sparviero a sinistra e Napoleone a destra, sono uscita.

Gus è svenuto. Per l'eccitazione, forse, o forse perché erano finiti i suoi venti minuti di gioia assoluta.

sabato 9 gennaio 2016

Virtuthè e canoscenza

Se avessi potuto scegliere, io avrei voluto una voce fuoricampo
“Ehi tu, Dio!”, gli avrei detto “Non darmi tutte queste tette, dammi una voce fuoricampo”

Ovviamente, io ero una di quelle bambine che vomitano in macchina. «Oltre a tutti gli altri problemi che ci hai dato», mi dicono sempre i miei genitori, solo perché nei miei primi anni di vita ho avuto un atteggiamento discretamente ostile nei confronti della socialità – che poi, a parte aver strappato la camicetta di mia madre la prima volta che ha tentato di portarmi alla scuola materna, a parte aver fatto un sit-in di protesta all'ingresso, la seconda volta che ci ha provato (mossa che mi ha fatto vincere l'astensione totale), a parte aver picchiato Oris con un secchiello perché aveva fatto un castello di sabbia con una sconosciuta vicina d'ombrellone con la quale io mi rifiutavo di parlare e a parte aver scelto di passare tutti i pomeriggi della mia infanzia nell'officina di Valentino, il meccanico che stava sotto casa mia, invece di uscire con le amiche (che erano le amiche di Oris, visto che io di amiche non ne avevo): a parte queste quisquilie, che cos'altro? Io non mi ricordo nulla di grave, se escludiamo il fatto che ero una di quelle bambine che vomitano in macchina.
In ogni caso, per accompagnare i miei viaggi in auto, da piccola, avevo Virgilio, un poetico cerotto transdermico alla scopolamina posizionato dietro l'orecchio, che mi scortava nella speranza di districarmi dalla selva oscura del mio insopportabile mal di vivere.

«A te convien tenere altro vïaggio»,
rispuose, poi che lagrimar mi vide,
«se vuo' campar d'esto loco selvaggio»
«Virgilio, stiamo andando al mare, in Liguria, non è che posso scendere e andarci a piedi... Ho vomitato talmente tante volte da stremare mia madre e ora che lei, vinta dalla stanchezza, si è addormentata, mio padre si è perso e stiamo percorrendo una salita. Non so come dirgli che sono più che certa che non troveremo il mare se continuiamo ad andare su...»
«Vien dietro a me, e lascia dir le genti:
sta come torre ferma, che non crolla
già mai la cima per soffiar di venti»

Posso dire, senza timore di sembrare esagerata che, tra vestiboli di Autogrill sanza 'nfamia e sanza lodo, gironi di automobilisti iracondi e bestemmiatori, tra Oris che non faceva altro che dormire e il walkman che non riusciva a coprire l'autoradio, tra le bolge di cartelli stradali ipocriti e seminatori di discordia, quei viaggi erano davvero un Inferno.
«La famiglia Brambilla in vacanza», diceva sempre mia madre, quando ancora mi passava i sacchetti anti-vomito invece dei brick di Estathè – che solo più avanti sono stati formalmente accettati come rimedi per la chinetosi, trasformando quell'Inferno in un più tiepido Purgatorio.
Devo ammettere che il fido Virgilio non ha mai mollato, né quando uno struzzo del parco di Paliano mi ha rubato il cerotto, beccandomi dietro l'orecchio durante una gita in prima elementare, né quando i cerotti allo scopolamina sono stati sostituiti da cerotti normali inneggianti all'effetto placebo (ho già ampiamente spiegato che la mia famiglia dice le bugie, dalla Madonnina della 'mella in poi, le cose non sono mai cambiate: a volte penso che il loro prendermi in giro sia il contrappasso per il mio essere patologicamente fissata con la verità).

«Mamma, è inutile che dici: 'Ma che vogliono tutti questi che mi lampeggiano e mi suonano?'. Siamo contromano. Questo è un senso unico! Virgilio, ti prego, diglielo pure tu...»
«S'i' ho ben la parola tua intesa»,
rispuose del magnanimo quell'ombra,
«l'anima tua è da viltade offesa»
«Non è viltade, Virgilio, è che siamo contromano nella zona industriale di Frosinone. Non mi sembra proprio un colpo di genio...»

Mi ricordo che un agente letterario, leggendo le bozze del mio primo romanzo, mi disse: «Sai che usi tantissimo il verbo vomitare?». Se solo penso che Pilathès, I pomeriggi senza thè, Seduthè spiritiche, Via il denthè via il dolore, Manuale delle giovani marmotthè, Letthère d'amore, Thèlecomando e L'orizzonthè degli eventi sono solo alcune delle pagine di questo blog in cui parlo del vomitare, mi rendo conto di trovarmi di fronte al mio inconscio che cerca di dirmi qualcosa.
Se mia madre sapesse che Sartre ha scritto: «È dunque questa la Nausea: quest'accecante evidenza?», di certo risponderebbe: «No, Jean-Paul, tranquillo; è che beve troppi Estathè». Ma il fatto è che l'evidenza dell'esistenza molto spesso è davvero imbarazzante.
Come arrivare nella piazza di un paesino del New Jersey di Roma (grazie Francesco Pacifico per questa definizione perfetta), con Oris e Denis, in tre su una Smart, con lo stereo a tutto volume e Calcutta che canta: «L'ultimo dei Mohicani non so di chiii!».
Chiaro che poi qualcuno dirà:
«Considerate la vostra semenza:
fatti non foste a viver come bruti,
ma per seguir virtute e canoscenza»
«Virtute e canoscenza? Oris ma è Virgilio che parla? Che succede? Con questo volume non si sente niente...»
«Iris, è solo Ulisse che incita i suoi a superare le colonne d'Ercole...»
«Ragazze, che state dicendo? Dite che sembro Ercole? In effetti, uscire con voi due insieme si può considerare la tredicesima fatica di un eroe figo, forte e di Roma nord. Però, dai, non fate così le sottone...»
«Ha veramente detto sottone?»
«Ha veramente detto sottone. Se vuoi, puoi vomitare...»
E quelli a me: «Oh creature sciocche,
quanta ignoranza è quella che v'offende!»

La verità è che, macchina o non macchina, io non ho mai smesso di vomitare. Ho la nausea se fa troppo caldo o se fa troppo freddo. Ho la nausea se sento un odore che non mi piace, un sapore che non mi piace o una parola che non mi piace. Ho la nausea se mia madre mi dice «Tranquilla, ci pensa mamma» e poi, con una manovra sbagliata, si infila in una cunetta di campagna riempiendo di terra la marmitta della Uno bianca che aveva mio nonno. Ho la nausea se rido troppo, ma anche se piango troppo. Ho la nausea quando le persone si rimangiano quello che mi hanno vomitato addosso un attimo prima.
Insomma, ho la nausea per tutto quello che non riesco a controllare, è questo che mi vuole dire il mio inconscio: se mi ostino a seguire Ulisse, se insisto ad andare oltre il limite di quello che è mi concesso sapere, incontrerò burrasca, traballamenti, un vortice e il mal di mare mi picchierà col secchiello sullo stomaco.

«Iris, stai meglio? Possiamo ripartire?», mi ha chiesto Denis, dopo che aveva accostato per prevenire drammi.
«Sì, grazie. Abbassa solo un po' la radio, però, ché dentro questa scatoletta sembra di stare all'Inferno...»
«Va bene. Allora spengo e parliamo. Sapete perché il Paradiso non è bello come l'Inferno e il Purgatorio ne La Divina Commedia? Sapete perché da quando arriva Beatrice tutto è meno entusiasmante? Perché Dante era un sottone, ecco perché!»

Senti, 2016, cerca di fare il sottone pure tu: incatenati a qualche terzina di endecasillabi, fai trovare il mare in montagna a mio padre, permetti a Virgilio di entrare in Paradiso, rendi gli struzzi allergici alla scopolamina e non farmi rispondere positivamente all'effetto placebo. Ti prego, non vomitarmi contromano dentro la prima scuola materna incontrata fuori da quello strano viaggio infernale che è stato il 2015, dammi chiavi, candele, iniettori, candelette, freni, sterzo, crik, pinze, gomme, dadi, frizioni e fusibili. Non so niente di motori, visto che nelle macchine principalmente ci ho vomitato, ma sono cresciuta dentro un'officina, in qualche modo riuscirò a salvarmi.


P.S. Per chi vive fuori da Roma Nord, sottone vuol dire uno che «Aò, certo che ce stai proprio sotto»: stai sotto a una donna, a una situazione, a un luogo, a una droga, a una cantica dantesca, all'Estathè, alla vita. 

mercoledì 16 dicembre 2015

Thèmperaturo

Se avessi potuto scegliere, io avrei voluto una voce fuoricampo
“Ehi tu, Dio!”, gli avrei detto “Non darmi tutte queste tette, dammi una voce fuoricampo”

Ieri notte ho sognato che ero al banco con Raffaele La Capria e ci assegnavano un tema sulle «cose da fare» e lui scriveva tantissimo, mentre io non ce la facevo a scrivere niente. Mi venivano pure dei pensieri in mente, ma avevo una matita tutta spuntata e, mentre cercavo di farla funzionare, ruotandola su se stessa in modo da beccare almeno uno scalinetto di grafite, mi scordavo quello che volevo scrivere. A differenza mia, La Capria era calmissimo e procedeva sul foglio protocollo con la penna blu e una scrittura perfetta.
Mi sono svegliata affaticata, con l'ansia di dover consegnare un compito in classe, quindi sono andata alla scrivania e ho aggiunto Svolgere tema alla lista delle cose da fare; poi ci ho riflettuto un attimo e ho scritto anche: Prima, però, temperare la matita.
La lista delle cose da fare è uno dei cardini della mia esistenza, un'arte che ho affinato nel tempo e che risulta essere una specie di linea temporale, che segna il punto in cui sono, lo zero mattutino che mi è necessario per discerne il passato dal futuro: quando depenno, non cancello, tiro solo una riga che mi permette di continuare a visualizzare quello che ho concluso, nella speranza di rendere sensata questa diffusa e quotidiana insensatezza.
Qualche giorno fa, Oris ha impunemente scritto sul mio elenco: Non bere Estathè, ma io me ne sono accorta e l'ho cancellato subito. Stamattina, poi, ci ho ripassato la penna sopra, un po' per sicurezza, un po' per stemperare la mia voglia di picchiare Oris.

«Stemperare, temperare, temperino, tempra, temperatura, tempera...»
«Vincent, stai di nuovo giocando a Il bersaglio sulla Settimana Enigmistica?»
«No, stavo pensando a che sapore ha la tempera. Strano che non lo ricordo, visto che ne ho ingoiata parecchia, ma non mi ricordo nemmeno se è stato prima di tagliarmi l'orecchio... Sicuramente è successo dopo essere stato rinchiuso a Saint-Rémy-de-Provence.»
«Non è che è stato mentre dipingevi i miei adorati Iris?»
«Non ricordo, ma dovresti fare una ricerca su questa storia. Lo puoi aggiungere alla lista?»
«Che scrivo? Scoprire il sapore della tempera?».

Condivido il mio amore per le lunghissime To do list con Draco Malfoy, il mio amico della casa Serpeverde, quello che ha tre occupazioni principali nella vita: insultarmi, lamentarsi e perdere le cose (perde continuamente la macchina, le strade, le giacche – ah, Draco, quella marrone l'hai lasciata a casa mia – e poi, principalmente perde il senno). Inizio a sospettare che, siccome perde sempre anche le sue lunghissime liste delle cose da fare, Draco continui a occuparsi di insultarmi e soffrire perché l'aveva scritto in qualche lista andata persa e, non avendo fatto in tempo a depennarlo, è costretto a continuare così per sempre. 
A differenza delle liste ad interim che Draco mi mostra su Skype prima di lamentarsi, le mie sono liste mensili, molto organizzate, suddivise in mansioni settimanali (nel caso di impegni a scadenza breve), che vengono messe al sicuro (da quasi tutto, ma non da Oris purtroppo), in modo da non rimanere bloccata in nessuna ossessione reiterativa.

Pulire finestre. Fatto.
Lavatrice: due. Fatta una.
Comprare telefono nuovo: questo non l'ho scritto io. E comunque: non fatto.
Rischiare la vita in inseguimento notturno di uno che si frequenta con un'amica e che l'amica - con te in macchina - ha incontrato per caso a un semaforo. Fatto.
Sopravvivere. Grazie al cielo, fatto.
Leggere libro su come procedere in scelte razionali su base probabilistica. Bloccata al teorema di Bayes.
Comprare Esthathè. Fatto, ma rifare.
Farsi sgridare da un tassista per aver poggiato sul sedile una scatola che lui ha scambiato per il cartone di una pizza. Fatto.
Mandarlo a fanculo. Non fatto.
Rispondere garbatamente che si tratta di una macchina da scrivere e che non c'è pomodoro sopra perché sei allergica. Fatto.
Scrivere quella mail che non vuoi scrivere. Fatto.
Dire una bugia. Appena fatto.

«Comprare temperaturo? Iris, qui c'è scritto temperaturo. È un errore? Oppure è una variazione di tempera che non conosco?»
«No, Vincent. Quello è per nonna Berta, ma possiamo cancellare perché ha risolto da sola»
«Non capisco»
«So che temperare di solito vuol dire: mescere, ingentilire, raffreddare, mitigare, addolcire, regolare, appuntare e quant'altro tu sai già. Ma, nel mio dialetto, temperare vuol dire innaffiare e, per nonna Berta, temperaturo vuol dire innaffiatoio»
«Temperamento, temperanza, temperatore, temperaturo: mi piace»
«Lo so, piace anche a me»
«Sai come si dice temperaturo, in francese?»
«Ma tu non eri olandese, Van Gogh?»
«Sì, ma sono morto in Francia e poi in olandese temperaturo si dice gieter, mentre in francese si dice arrosoir. Vuoi mettere? Sembra arrossire. Dai! Aggiungi Arrossire alla tua lista...»

Partendo dal presupposto che non si dovrebbero mai accettare i consigli di un pittore olandese che si è tagliato il lobo dell'orecchio sinistro e poi lo ha incartato per portarlo in ricordo a una prostituta sedicenne (anche se ha dipinto il quadro che più amo al mondo), a volte succede che dopo un brutto sogno, di una brutta notte, di una brutta settimana, si ceda a scrivere propositi stupidi, moniti che non c'è alcun modo di controllare, decidere o prevedere. Roba tipo:
Incontrare La Capria e chiedere di poter leggere il suo tema.
Smettere di tossire.
Farsi pagare fatture in sospeso.
Ritrovare la macchina di Draco Malfoy.
Per scoprire il sapore della tempera, assaggiare un colore – non c'è altro modo.
Innamorarsi.
Far ereditare ad Oris una pelliccia maculata che lei comincerà a indossare in casa.
(Ah, no. Quest'ultima no. Questa è successa, la devo depennare)

C'è confusione, c'è davvero molta confusione: infatti, sono dieci minuti che innaffio la matita, eppure non c'è modo di fargli punta. Quanto altro la devo temperare per poterlo cancellare dalla mia lista?



P.S. Questa è una foto di Draco con la felpa di casa Serpeverde, mentre mi mostra fiero la sua lunghissima To do list.


martedì 24 novembre 2015

L'orizzonthè degli eventi

Se avessi potuto scegliere, io avrei voluto una voce fuoricampo
“Ehi tu, Dio!”, gli avrei detto “Non darmi tutte queste tette, dammi una voce fuoricampo”

È decisamente troppo che non scrivo un post, più di un mese. Potrei smuovere l'intera struttura quadrimensionale dello spaziotempo per capire come ho fatto ad accumulare tutto questo ritardo, ma so bene che «Ho dovuto tenere in braccio un gatto nudo» o «Ho avuto a che fare con l'energia delle maree» oppure «Ero intenta a riempire quasi quattrocento pass per allevatori di mici da esposizione» o addirittura «Si sono scordati di portarmi i piedi del letto», per non dire «Ho vinto il Premio Riccione per il Teatro», sono tutte giustificazioni che non reggono. Roba talmente surreale da non convincere nessuno.
Eppure, è successo: lo sphynx – il gatto nudo – si chiamava Yuri ed era uno scaldino di 38 gradi centigradi; non ho potuto scrivere che l'idrocinetica marina sta ai mulini idraulici come il mio ragazzino delle ripetizioni che fa surf sta a me che imparo a nuotare con la tavoletta in piscina - ma l'ho pensato; Oris mi ha scudisciato con iFrusta fino a che non ho montato l'ultimo badge della fiera; Pezzetta mi ha sgridato perché con i tipi del letto ho usato la frase: «Dubito che sia possibile...» e loro – che non erano italiani – mi hanno risposto: «Scusi, signora, non abbiamo capito che ha detto» (però non ha sgridato loro per avermi chiamato 'signora') e poi, improvvisamente, una voce ha annunciato: «Vince la 53° edizione del Premio Riccione per il Teatro 'L'orizzonte degli eventi' di Elisa Casseri».
Al che ci sarebbero un paio di cose da dire. Innanzitutto: «Elisa Casseri? Chi diavolo è costei?» (sarei io, che mi faccio chiamare così, ogni tanto, fuori da questo blog) e poi: «Come può essere che i titoli dei miei testi finiscono sempre per contenere thè?» (c'è Thèoria idraulica delle famiglie, L'orizzonthè degli eventi, ma anche La geometria della notthè e altri).
«I tuoi titoli contengono me?», mi ha detto un piccolo e amorevole brick.
«Certo, tutto quello che scrivo contiene te...», gli ho risposto, tirandolo fuori dal frigo e portandomelo in camera.
Ma il nostro idillio amoroso non è durato molto: Oris non ha dato il tempo all'Estathè di esprimersi come voce fuoricampo ufficiale di questo blog perché è comparsa sulla porta, urlando: «Ti stai strusciando un brick di Estathè sul collo. Cosa sono? Preliminari?»
«Oris, da dove esce tutta questa aggressività? E soprattutto: cosa avevamo detto riguardo al piombare in camera mia mentre sto scrivendo? Hai un carnet settimanale per le interruzioni, non lo sprecare...»
«Alzati da quella sedia»
«Non credo proprio...»
«Ho detto 'Alzati'»
«Cosa credi di fare con quel pomodoro? Mi stai minacciando?»
Sì, mi sta minacciando.

Fermi tutti. Questa è un'occupazione. Sono stanca di essere – al massimo – una voce fuoricampo, sono stanca che Iris abbia sempre l'ultima parola. L'ho legata ai piedi del letto e lei mi sta dicendo di non ciccare sul suo computer – e pensare che non sto nemmeno fumando. È proprio questo il fatto: in un mondo giusto e ben governato, con me come imperatrice e nonna Tyrell come consigliera, Iris non potrebbe fare quello che fa.
Non potrebbe ribellarsi alla mia volontà, non potrebbe avere sempre strani disturbi, sintomi di malattie inspiegabili. Non potrebbe stringere le amicizie che stringe, quelle con i bambocci, gli egoisti, i pazzi scriteriati (tutte cose che fa alle mie spalle e poi mi porta davanti belle e pronte). E poi soprattutto, non potrebbe tornare dallo shopping con una sola e piccolissima bustina, che invece di un vestito, contiene un barattolo a pois con una cannuccia, una specie di biberon che, da quel momento, accompagnerà tutte le sue apparizioni, che ci sia o meno gente in casa – che imbarazzo.

«Dai, Oris, basta! Ma che stai scrivendo...»
«Stai tranquilla. Tieni questo. Bevi dal tuo barattolo»

Credete sia facile essere me? Lei crede che lo sia. Lei crede sia divertente vederla sul palco di Fahrenheit che fa dei respironi e temere che vomiterà o esserle seduta accanto quando dal palco la annunciano come vincitrice del Premio Riccione e lei mi guarda con gli occhi più inquietanti che ha e io penso: «Ora sviene, ora vomita, ora cade, ora va là sopra e dice Estathè» e poi doverla sentire che mi domanda: «Ma perché mi guardi sempre così? Ma che ti guardi?».
Che mi guardo? CHE MI GUARDO?
In un mondo giusto, non accadrebbe tutto questo. Quindi sono qui, in occupazione del suo blog.
Vorrei far notare che sono un'imperatrice molto ragionevole: invece di defenestrarla, mi limito a mettere altro dissenso in un cumulo già gigante di disapprovazione.

«Sai cosa mi fa arrabbiare? Che tu e tua madre pensate che sia colpa mia quello che mi succede. Mi stai minacciando con un pomodoro, ma non ti vergogni?»

Ho resistito, sono anni che resisto: ma, ieri sera, abbiamo raggiunto il limite, ieri sera questa tizia alla quale sono indissolubilmente legata (i legami di sangue sono una grande fregatura: nel mio mondo ideale, non esisterebbero – come del resto la riproduzione), la nostra Iris, l'ho vista vomitare acqua e un solo pomodoro, ingerito tra l'altro 9 ore prima. Mi dovete dire: chi è che vomita un pomodoro e poi ti dice: «In effetti, sono due e tre volte che dopo mangiato mi viene l'orticaria sul collo e avevo sempre mangiato pomodori, prima...»? Chi è che tossisce da tre settimane e che si è curata prima per un'influenza, poi per il reflusso gastroesofageo e ha infine scoperto che probabilmente si tratta di una tosse allergica e il problema è piccolo, rosso e acidulo?
E quindi eccoci qua: forse abbiamo una nuova ed entusiasmante allergia al pomodoro.

«Se continui a puntarmelo, finisce che me lo mangio. Poi non ti lamentare se tossisco e non senti bene le battute dei film...»

Sorelle in ascolto, è finito il tempo della comprensione: basta sintomi, basta nervosismo, basta nausea, rash cutanei e tosse. E soprattutto basta Estathè: una bevanda inelegante, dozzinale e piena di zuccheri. Mi dice sempre che non posso incazzarmi, che lei berrà pure Estathé, ma io fumo.
Una volta per tutte: fumare è nel decalogo di qualsiasi leader mondiale, bere Estathè come se fosse acqua è nel decalogo di quelli che finiscono ad abbracciare gli alberi e a chiamarli per nome.
Ecco, ho finito.

Sapete perché non cancello questi sproloqui? Perché sono buona – e anche perché temo una rappresaglia, certo. E poi, pure perché Oris ha un pochino di ragione: lei è un'iper-ansiosa e io sono un guaio perenne, con una vita confusa, i sensi di colpa e gravissimi problemi con la gioia e con il tempo. Ma che ci posso fare se capitano tutte a me? Se tra maree, gatti nudi, piedi del letto, badge allevatori e pomodori passa un mese e nemmeno me ne accorgo? L'intera struttura quadrimensionale dello spaziotempo si prende gioco di me, mi pare chiaro.
Non mi resta che strusciarmi un brick di Estathè sul collo invece di grattarmi, restare ferma e trovare un modo che sia meno goffo di questo per guardare il sole – che quando tramonta sull'orizzonte, comunque, sembra proprio un pomodoro.

«Non sei brava ad essere felice: questo è. Se comandassi io, ti farei venire un'allergia alla teina...»
«Ma non avevi finito?»
«Sono sempre qua. Non vado da nessuna parte. E soprattutto: io non finisco mai...»

«Sulla soglia dei buchi neri esiste una superficie limite, una regione dello spaziotempo che separa il posto da cui è ancora possibile osservare un fenomeno dal posto in cui non lo è più. Questa superficie si chiama orizzonte degli eventi e, in pratica, è la bordatura dell'universo così come lo conosciamo.»
«Quindi, bisogna stare su questo orizzonte, per non finire nei buchi neri?»
«In realtà, proprio come un qualsiasi orizzonte, è irraggiungibile: si allontana all'avvicinarsi dell'osservatore. Funziona come il futuro.»
(L'orizzonte degli eventi, Elisa Casseri – chiunque essa sia)



domenica 18 ottobre 2015

Valvole di rithègno

Se avessi potuto scegliere, io avrei voluto una voce fuoricampo
“Ehi tu, Dio!”, gli avrei detto “Non darmi tutte queste tette, dammi una voce fuoricampo”

L'entusiasmo con il quale mia madre mi ha telefonato per dirmi che si era rotto il serbatoio del nostro sistema idraulico mi ha fatto subito pensare a quella volta che ho preso 4 in matematica (l'unica volta in vita mia che ho preso 4 in matematica): glielo avevo comunicato tra i singhiozzi, disperata, e lei si era messa a ridere, era arrivata perfino a esultare, «Evviva!»: aveva detto a mio padre; e allora io, incredula, avevo iniziato ad accusarla di avermi rovinato la carriera scolastica e la vita, obbligandomi ad andare in settimana bianca senza libri, che era colpa sua se il compito a sorpresa al mio rientro mi aveva colto impreparata. Devo ammettere che nessuna accusa aveva minimamente scalfito il suo atteggiamento gioioso: forse mi stava educando alla sconfitta o forse ho solamente una mamma un po' strana.
Dunque, quando l'ho sentita che mi urlava felice: «Iris, non puoi capire! Si è rotto il serbatoio dell'acqua!», non mi sono preoccupata, non l'ho immaginata in preda a un raptus distruttivo, non me la sono figurata nell'atto di percuotere il serbatoio con la sua pesantissima borsa sempre piena di roba e di fogli, ho impedito alla mia mente di visualizzarla mentre aizzava Léon contro la cisterna, sventagliando una merendina come ricompensa, no: invece di pensare che quell'entusiasmo fosse causato dalla vittoria di una donna troppo multitasking contro un oggetto che si limita a fare una cosa e che la fa pure male, io ho bucato un brick di Estathè e l'ho fatta finire di parlare.
«Non abbiamo capito subito cosa fosse successo, ma poi l'idraulico ci ha detto che...»
Forse è stata la fine rumorosa (e velocissima - come al solito) del mio brick di Estathè che ha coperto la grande notizia o forse mi sono distratta perché ogni volta che qualcuno si mette a parlare di idraulici la mia testa si riempie del soundtrack di SuperMario Bros, fatto sta che l'ho dovuta far ripetere.
«IRIS! SI È ROTTA LA VALVOLA DI RITEGNO!», ha urlato allora mia madre, con estremo giubilo.

«(fufufu) Iris, (fufu) non penserai mica che questo (fu) c'entri qualcosa con il tuo libro...»
«SuperMario! Ma che è 'sto fiatone? Scusa se te lo dico, ma questa salopette inizia a starti un pochino stretta!»
«Lo so. (fufufu) Corri, salta, prendi la bandierina, mangia i funghi e uccidi le tartarughe: (fufu) sono diventato vecchio per tutta questa roba (fu). Ma dicevamo di te...»
«Stai tranquillo... Figurati se penso che la rottura di questa valvola c'entri qualcosa con me!»
«(fufu) Giuralo. (fu) Sull'Estathè.»
«Non posso giurare sulla console del Nintendo che mio padre ha nascosto in cantina?»
(fine del soundtrack)

Il fatto è questo: non posso giurare il falso sull'Estathè, non posso far finta di non aver condiviso l'entusiasmo di mia madre, per una volta: scrivo un intero romanzo sulle famiglie come sistema idraulico in cui la protagonista è un contenitore collegato a una valvola di ritegno e poi capita che, a casa della mia famiglia, si inceppa la distribuzione dell'acqua proprio per colpa di quel piccolo pezzo meccanico che mi ha ossessionata per anni. È ovvio che io me ne chieda il perché, no?
Come quando capita di pensare a una persona un attimo prima che il suo nome brilli sul display del telefono tra le chiamate in entrata o di finire sempre allo stesso tavolo, ogni volta che si va in un locale. Capita perfino di avere una fissazione deterministica tipo quella di Pezzetta che sostiene che ore e minuti si equivalgano tutte le volte che guarda l'orologio («Ecco, sono le 09:09. (…) Guarda ora! Le 21:21!» «Pezzetta, perdona: dove credi ti porterà queste simmetria? Alla fermata del 360:360?» «Non lo so, ma lo scoprirò»).
Io e mia madre non siamo le uniche ad avere attimi di fatalismo, non siamo le uniche pronte a giurare sulla console del Nintendo che tutto accade per un motivo, che certe volte ogni cosa sembra avere senso.

«IRIS, CAPISCI? TE LA TIENAMO DA PARTE! ORA TUO PADRE LA PULISCE: TE LA DIAMO QUANDO VIENI!», ha continuato a urlare mia madre.
«POTREI FARCI UNA COLLANA!», l'ho seguita io, con il tono dell'esaltazione.
E allora: «Non ti sento più...», mi ha risposto tra gli abbai di Leon – sono quasi certa che, in realtà, mi abbia sentito e che abbia biecamente sventagliato una merendina per incitare Léon a far casino, pur di non avvallare una delle mie sempre un po' strane idee in fatto di accessori (non ha mai accettato gli scaldamuscoli che ho fatto con le maniche di un maglione, le polsiere a mezzo guanto ricavate da un paio di calzini a righe e le attache che usavo come fermacapelli – eviterò di riportare le ignominie che mi riservava Oris, in quei miei periodi bizzarri).

(soundtrack di SuperMario Bros)
«(fufufu) Iris, le cose non hanno mai senso (fufu): ce l'hanno solo (fu) quando andiamo alla ricerca maniacale di risposte...»
«SuperLuigi, sempre a dissentire, voi due! E tutti e due co 'sto fiatone...»
«(fufufu) Siamo videogiochi degli anni '80, (fufu) con sole 2D (fu): che cosa ci vuoi fare?»
«Aspetta. Non è che mia madre, la valvola di ritegno, voi due che rappresentate la mia vita in 2D, non è che significate qualcosa di più complesso di quello che ho immaginato? Che senso ha tutto questo?»
(fine del soundtrack)

Non ho fatto una collana con la valvola di ritegno (ma solo perché mio padre non l'aveva pulita abbastanza bene): l'ho messa su una mensola insieme alla valvola a farfalla che un ragazzo mi ha regalato - spacciandola per una valvola di ritegno - per cercare di conquistarmi. Adesso che sto scrivendo di lei, mi guarda da quel ripiano con il suo tentativo di boicottaggio in corpo, con la sua rivoluzione dentro: quando si era rotta non permetteva più all'acqua né di entrare né di uscire, era diventata una specie di tappo che aveva fatto chiudere a riccio il sistema, aveva cercato di contrastare i collegamenti, di interrompere i flussi, di fare un nodo ai tubi.
Succede quando pensi che tanto non completerai mai tutti i livelli di SuperMario Bros, non salverai mai la principessa Peach, non recupererai mai quel 4 in matematica, non impedirai mai a tua madre di dare le merendine a Léon, al tuo orologio di interrompere la simmetria, alla tua mente di essere impunemente veggente o a tua sorella di fermarsi i capelli con le attache. Succede quando pensi che nonno Peppino non smetterà mai di mancarti. E allora rompi la valvola di ritegno e chi si è visto si è visto.

«IRIS! Papà ti ha ritrovato il Nintendo, che ci dobbiamo fare?»
«Non lo so, quando torno proviamo a dargli un po' di fiato e vediamo che succede».