Memorie di una bevitrice di Estahè

Memorie di una bevitrice di Estahè

domenica 18 ottobre 2015

Valvole di rithègno

Se avessi potuto scegliere, io avrei voluto una voce fuoricampo
Ehi tu, Dio!”, gli avrei detto “Non darmi tutte queste tette, dammi una voce fuoricampo”

L'entusiasmo con il quale mia madre mi ha telefonato per dirmi che si era rotto il serbatoio del nostro sistema idraulico mi ha fatto subito pensare a quella volta che ho preso 4 in matematica (l'unica volta in vita mia che ho preso 4 in matematica): glielo avevo comunicato tra i singhiozzi, disperata, e lei si era messa a ridere, era arrivata perfino a esultare, «Evviva!»: aveva detto a mio padre; e allora io, incredula, avevo iniziato ad accusarla di avermi rovinato la carriera scolastica e la vita, obbligandomi ad andare in settimana bianca senza libri, che era colpa sua se il compito a sorpresa al mio rientro mi aveva colto impreparata. Devo ammettere che nessuna accusa aveva minimamente scalfito il suo atteggiamento gioioso: forse mi stava educando alla sconfitta o forse ho solamente una mamma un po' strana.
Dunque, quando l'ho sentita che mi urlava felice: «Iris, non puoi capire! Si è rotto il serbatoio dell'acqua!», non mi sono preoccupata, non l'ho immaginata in preda a un raptus distruttivo, non me la sono figurata nell'atto di percuotere il serbatoio con la sua pesantissima borsa sempre piena di roba e di fogli, ho impedito alla mia mente di visualizzarla mentre aizzava Léon contro la cisterna, sventagliando una merendina come ricompensa, no: invece di pensare che quell'entusiasmo fosse causato dalla vittoria di una donna troppo multitasking contro un oggetto che si limita a fare una cosa e che la fa pure male, io ho bucato un brick di Estathè e l'ho fatta finire di parlare.
«Non abbiamo capito subito cosa fosse successo, ma poi l'idraulico ci ha detto che...»
Forse è stata la fine rumorosa (e velocissima - come al solito) del mio brick di Estathè che ha coperto la grande notizia o forse mi sono distratta perché ogni volta che qualcuno si mette a parlare di idraulici la mia testa si riempie del soundtrack di SuperMario Bros, fatto sta che l'ho dovuta far ripetere.
«IRIS! SI È ROTTA LA VALVOLA DI RITEGNO!», ha urlato allora mia madre, con estremo giubilo.

«(fufufu) Iris, (fufu) non penserai mica che questo (fu) c'entri qualcosa con il tuo libro...»
«SuperMario! Ma che è 'sto fiatone? Scusa se te lo dico, ma questa salopette inizia a starti un pochino stretta!»
«Lo so. (fufufu) Corri, salta, prendi la bandierina, mangia i funghi e uccidi le tartarughe: (fufu) sono diventato vecchio per tutta questa roba (fu). Ma dicevamo di te...»
«Stai tranquillo... Figurati se penso che la rottura di questa valvola c'entri qualcosa con me!»
«(fufu) Giuralo. (fu) Sull'Estathè.»
«Non posso giurare sulla console del Nintendo che mio padre ha nascosto in cantina?»
(fine del soundtrack)

Il fatto è questo: non posso giurare il falso sull'Estathè, non posso far finta di non aver condiviso l'entusiasmo di mia madre, per una volta: scrivo un intero romanzo sulle famiglie come sistema idraulico in cui la protagonista è un contenitore collegato a una valvola di ritegno e poi capita che, a casa della mia famiglia, si inceppa la distribuzione dell'acqua proprio per colpa di quel piccolo pezzo meccanico che mi ha ossessionata per anni. È ovvio che io me ne chieda il perché, no?
Come quando capita di pensare a una persona un attimo prima che il suo nome brilli sul display del telefono tra le chiamate in entrata o di finire sempre allo stesso tavolo, ogni volta che si va in un locale. Capita perfino di avere una fissazione deterministica tipo quella di Pezzetta che sostiene che ore e minuti si equivalgano tutte le volte che guarda l'orologio («Ecco, sono le 09:09. (…) Guarda ora! Le 21:21!» «Pezzetta, perdona: dove credi ti porterà queste simmetria? Alla fermata del 360:360?» «Non lo so, ma lo scoprirò»).
Io e mia madre non siamo le uniche ad avere attimi di fatalismo, non siamo le uniche pronte a giurare sulla console del Nintendo che tutto accade per un motivo, che certe volte ogni cosa sembra avere senso.

«IRIS, CAPISCI? TE LA TIENAMO DA PARTE! ORA TUO PADRE LA PULISCE: TE LA DIAMO QUANDO VIENI!», ha continuato a urlare mia madre.
«POTREI FARCI UNA COLLANA!», l'ho seguita io, con il tono dell'esaltazione.
E allora: «Non ti sento più...», mi ha risposto tra gli abbai di Leon – sono quasi certa che, in realtà, mi abbia sentito e che abbia biecamente sventagliato una merendina per incitare Léon a far casino, pur di non avvallare una delle mie sempre un po' strane idee in fatto di accessori (non ha mai accettato gli scaldamuscoli che ho fatto con le maniche di un maglione, le polsiere a mezzo guanto ricavate da un paio di calzini a righe e le attache che usavo come fermacapelli – eviterò di riportare le ignominie che mi riservava Oris, in quei miei periodi bizzarri).

(soundtrack di SuperMario Bros)
«(fufufu) Iris, le cose non hanno mai senso (fufu): ce l'hanno solo (fu) quando andiamo alla ricerca maniacale di risposte...»
«SuperLuigi, sempre a dissentire, voi due! E tutti e due co 'sto fiatone...»
«(fufufu) Siamo videogiochi degli anni '80, (fufu) con sole 2D (fu): che cosa ci vuoi fare?»
«Aspetta. Non è che mia madre, la valvola di ritegno, voi due che rappresentate la mia vita in 2D, non è che significate qualcosa di più complesso di quello che ho immaginato? Che senso ha tutto questo?»
(fine del soundtrack)

Non ho fatto una collana con la valvola di ritegno (ma solo perché mio padre non l'aveva pulita abbastanza bene): l'ho messa su una mensola insieme alla valvola a farfalla che un ragazzo mi ha regalato - spacciandola per una valvola di ritegno - per cercare di conquistarmi. Adesso che sto scrivendo di lei, mi guarda da quel ripiano con il suo tentativo di boicottaggio in corpo, con la sua rivoluzione dentro: quando si era rotta non permetteva più all'acqua né di entrare né di uscire, era diventata una specie di tappo che aveva fatto chiudere a riccio il sistema, aveva cercato di contrastare i collegamenti, di interrompere i flussi, di fare un nodo ai tubi.
Succede quando pensi che tanto non completerai mai tutti i livelli di SuperMario Bros, non salverai mai la principessa Peach, non recupererai mai quel 4 in matematica, non impedirai mai a tua madre di dare le merendine a Léon, al tuo orologio di interrompere la simmetria, alla tua mente di essere impunemente veggente o a tua sorella di fermarsi i capelli con le attache. Succede quando pensi che nonno Peppino non smetterà mai di mancarti. E allora rompi la valvola di ritegno e chi si è visto si è visto.

«IRIS! Papà ti ha ritrovato il Nintendo, che ci dobbiamo fare?»
«Non lo so, quando torno proviamo a dargli un po' di fiato e vediamo che succede».

martedì 29 settembre 2015

Thèsta o croce?

Se avessi potuto scegliere, io avrei voluto una voce fuoricampo
Ehi tu, Dio!”, gli avrei detto “Non darmi tutte queste tette, dammi una voce fuoricampo”

«La capacità di scelta è una dote? Oppure morire di fame come l'asino di Buridano perché non si sa scegliere da quale mucchio di fieno mangiare è sintomo di ragionevolezza e controllo? Come ci poniamo verso le scelte sbagliate, magari imbroccate per istinto e passione? Le attribuiamo tutte alla sfortuna? Oppure c'è un senso nella mancanza di senso? Oh, ma mi stai ascoltando? Guarda che lo vedo che mentre parliamo stai facendo un'altra cosa, lo schermo del computer ti illumina la faccia mentre vai su Google...»
«Iris, io soffro», mi ha risposto Draco Malfoy, guardando in alto a destra - dove aveva di certo spedito l'immagine skype rimpicciolita della mia faccia. Draco Malfoy è l'amico peggiore che ho: è bugiardo, conservatore, mi dice che sono pazza e che ho sempre torto e che il fatto che lui mi voglia bene, nonostante io sia una pazza che ha sempre torto, dimostra la sua grande generosità d'animo. Ho provato a cacciarlo dalla mia vita in ogni modo, ma non ci sono riuscita: credo che la regola sia che tutti quanti dobbiamo avere almeno un amico della casa Serpeverde.
«Sei di una noia mortale», gli ho risposto, ho riattaccato e sono andata a prendermi un bicchiere di Estathè in frigo. Io non sono come l'asino di Buridano: più bottiglie mi date tra le quale decidere e più Estathè berrò, visto che ho una grande capacità di scelta. Ciò che mi chiedo è: a parte sapere che questo mi salverà dal finire a correre insieme agli ignavi nell'Antinferno dantesco, a cos'altro mi servirà? Era proprio per affrontare questo tema che ho cercato di condurre Draco in un viaggio con me nell'oltretomba delle idee: per capire come muovermi meglio in mezzo a questa valle di lacrime, ma Draco – che già di solito non fa altro che soffrire – è stato lasciato dalla sua fidanzata, quindi, mentre ero ancora intenta nel versarmi il mio bicchiere di Estathè, mi ha richiamato.
«Ti prego, diventa la mia voce fuoricampo», mi ha detto: «Aiutami, prendi le mie decisioni. Fai qualcosa...»
«Scusa, ma non mi dici sempre che non faccio altro che sbagliare?»
«Giusto! Tu sei una pazza scriteriata: ma come mi è venuto in mente? Che vita infame. Dio, come soffro».

Qualche giorno dopo, Draco si è presentato alla mia porta, totalmente fuori di sé: aveva un progetto per recuperare la sua fidanzata e gli serviva il mio aiuto.
«Draco voleva giocare a dadi con l'universo, quindi si recò con contrizione a casa di Iris...»
«La mia voce fuoricampo non userebbe mai il verbo recarsi. Smettila di fare quello che stai facendo e ascoltami!»
Testa o croce? Bianco, rosso o Verdone? Cuori, fiori, denari o picche? Carta, sasso, forbice, lizard o Spock? Ho deciso di ascoltarlo, ma siccome stavo tagliando a listarelle delle grosse cipolle che Oris voleva cucinare in agrodolce, gli ho detto che avrei continuato a fare quello che stavo facendo: è finita che, mentre mi raccontava la sua storia, mi sono sciolta in un copioso pianto e lui ha pensato di essere dalla parte del giusto.
«Sei il solito bamboccio...» è stata l'unica cosa che ha commentato Oris, nemica di Draco ai livelli di Hermione Granger.
Quello che mi ha spinto ad aiutarlo è stato che - anche se ovviamente la sua fidanzata ha ragione - le parole chiave del suo piano erano sciroppo di mandorle e Galanthus nivalis (volgarmente detto bucaneve): quindi ho caricato una fiaschetta di Estathè ed è incominciato il nostro pellegrinaggio.

«Mentre camminava, Draco stava riflettendo sulla sua capacità di scelta e sulle parole sempre argute che la sua amica Iris gli riservava nelle loro conversazioni su skype...»
«La smetti con questa storia della voce fuoricampo? Era un momento di debolezza quando te l'ho chiesto. E poi non sono io quello che vuole sentire le voci, sei tu. Tu, una nota pazza scriteriata»
«Dici sempre le stesse cose, sei di una noia mortale: mi spieghi perché continuo ad essere tua amica?»
«Perché fai sempre le scelte sbagliate!», ha urlato.

Dopo tre supermercati, una torrefazione e un'erboristeria, abbiamo trovato lo sciroppo di mandorle, ma per il bucaneve non è stato così semplice. Draco ha pensato che l'unica maniera per farsi aiutare dai fioristi e vivaisti incontrati fosse renderli empatici con la sua triste storia di sofferenza.
«Vi spiego: i bucaneve sono i fiori preferiti da mia moglie. In questo momento, lei è molto arrabbiata con me e vuole divorziare. Se voi trovaste una pianta, un bulbo, anche un misero fiore reciso mi aiutereste a salvare il mio matrimonio...»
Le risposte sono state: «Aò, e che j'hai fatto a tu moje?», «Scusi, ma non sarà mica lei la donna che ha sposato questo soggetto...» e «No, i bucaneve, in questo momento dell'anno, sono impossibili da trovare».
Le occhiate dei poveri esercenti che si ritrovavano tra le mani la disperazione di Draco sono passate dall'empatia all'odio, quando, nell'euforia di avere in mano la bottiglia di sciroppo di mandorle, ha avuto l'illuminazione.
«Lo so che i bucaneve sono impossibili da trovare, in questo momento dell'anno, ma mia moglie non è un'esperta di fiori. Se voi aveste un bulbo che somiglia al bulbo dei bucaneve, potremmo farlo passare per tale: io stasera lo pianterei con lei in segno di riconciliazione e poi potrei andare nottetempo a buttarci sopra della varechina, in modo da non farlo spuntare. Così non saprebbe mai che non è un vero bucaneve».
Qui le risposte sono state: «Dopo aver fatto soffrire sua moglie, vuole anche far soffrire un povero bulbo?», «Ma che è? 'Na sciarada de sòle?» e «Ma lei non si vergogna di andare in giro con questo soggetto?».
Alla fine, mentre scuotevo la mia fiaschetta ormai vuota di Estathè, estenuata da Draco e dalla sua folle esaltazione di riconquista, un fioraio ci ha spiegato che la caratteristica più poetica dei bucaneve è che fioriscono in mezzo alla neve e che lo fanno anche i Crocus che, a differenza degli altri, erano disponibili.
«Draco è partito rombando sulla sua Nimbus 2001, con uno sciroppo di mandorla in un mano e un bulbo della famiglia di quelle pazze scriteriate delle iridacee nell'altra, per riconquistare la sua donna e ad arrivare a chiederle financo di sposarlo...»
«Smettila!», mi ha urlato dalla sua scopa volante: «Non la sai fare la voce fuoricampo. Chi è che dice financo nel 2015?». Poi è andato a giocarsi la sua partita: ma tra croce, fiori, carta, forbice, lizard e Verdone, ha vinto il due di picche e Draco ha ricominciato a soffrire.

La capacità di scelta non è una dote, così come non lo sono la ragionevolezza, l'istinto, i mucchi di fieno e l'essere sensati. E allora dove ci porterà tutto questo?

giovedì 3 settembre 2015

A Crash Thèst Car(ol)

Se avessi potuto scegliere, io avrei voluto una voce fuoricampo
Ehi tu, Dio!”, gli avrei detto “Non darmi tutte queste tette, dammi una voce fuoricampo”

Non parlo quasi mai di uomini con cui esco, lo so. Uno dei motivi è che quegli uomini possono facilmente accedere a questo blog (la devo smettere di dare il mio vero nome alla gente), ma l'altro incontrovertibile fatto è che io non esco con tanti uomini. Come ho detto ieri a Pezzetta, dopo che avevo girato quattro supermercati perché nessuno riusciva a darmi quello che cercavo ed ero tornata a casa accaldata e inferocita (ma vincente): «Esiste un solo compagno per cui faccio sacrifici di questo genere: l'Estathè».
Stavolta, però, non me la sento di sottrarre a queste mie chimiche memorie online la magnificenza di certi sbattimenti emotivi, quegli incidenti sentimentali che ci procuriamo con gli autoscontri o i crash test: l'azienda che ci tutela dai danni, assicurandoci una liquidazione il più veloce e indolore possibile in caso di incontri sinistri, ci obbliga a compilare un CID con noi stessi davvero poco amichevole.
Ho conosciuto un ragazzo e ci siamo stati molto simpatici, lui diceva di avermi già conosciuto e io non me lo ricordavo, ma, in ogni caso, ci siamo detti di prenderci un caffè, una volta. Molto velocemente quel caffè è diventato una cena, ma io non avevo capito che la cosa sottendesse un interesse nei miei confronti -l'ho già detto che non esco con molti uomini, vero? Quindi, il giorno in cui è venuto a prendermi, solo quando l'ho trovato davanti al portone, fuori dalla macchina, e mi ha accompagnato allo sportello per aprirmelo, ho capito che forse era un appuntamento.

Il fantasma degli amori passati mi è piombato addosso non appena sono salita in macchina.
«E allora? Che cosa avevamo deciso riguardo agli appuntamenti?»
«Scusami, hai ragione, ma 'sto tipo mi ha ingannata, non avevo capito che fosse un appuntamento sennò non ci sarei venuta...»
Lo spirito delle sfighe passate, oltre che una voce fuoricampo, è un fermo immagine: è la faccia disperata di Dawson Leery sul molo davanti casa sua, dopo il matrimonio dei suoi genitori, quando dice a Joey Potter di andare da Pacey se lo ama e poi scoppia a piangere quando quella spilungona se ne va sul serio.
«Iris, sto per tirare fuori la lista»
«Nooo! Dawson, ti prego! La lista: no...»
«Chewbecca, Paganini, Babbo Natale, i film di Charlie Kaufman... Non va bene, Iris. Così non va bene. Cosa pensiamo noi dell'amore
Si sa che Dawson è esagerato; dall'uscire con un tipo a iniziare a parlare d'amore ci passano almeno:
  • un paio di discussioni sulla figura di Chandler in Friends, tu che gli spieghi che Matthew Perry è il fratello di Luke Perry, il Dylan di Beverly Hills, lui che si esalta e poi non trovi il coraggio per dirgli che non è vero;
  • il gastroprotettore che ti dice: «Guarda che io, l'Estathè e il Gaviscon non c'entriamo niente con tutto questo subbuglio nello stomaco»;
  • il primo bacio davanti a un bassorilievo della quarta stazione della Via Crucis.

Il fantasma dell'amore presente è uscito fuori dalla cartella Spam della mia pagina di posta elettronica, mentre Dawson cantava anouonouei.
«Non sa chi sia Giuni Russo, ama gli horror, segue il calcio -pure le partite di precampionato, odia Pif e Zoro, ha buttato un pacchetto di Tic Tac vuoto dal finestrino dell'auto in corsa, non ha mai visto nessuna delle serie tv che ami, ha un Lato Oscuro che al confronto Darth Vader è solo un filino arrogante, vuole comprarsi una pelliccia. E poi diciamolo: tu lo vedi come una zanzara che sta per pungerti e lui ti vede come una paletta pigliamosche che si muove lentissima verso di lui; avete tempi diversi, desideri diversi, opinioni diverse».
Di solito, all'inizio di una storia, il nostro cervello non manda queste informazioni nella Posta in Arrivo, le lascia di lato, scostate dalla realtà contingente, ma comunque pronte per essere tirate fuori in caso di necessità. Il mio cervello, invece, non funziona così: io osservo e registro tutto, io sono un caterpillar del sabotaggio.
«Dawson, ora te ne puoi andare»
«Guarda che qua non è come nel racconto natalizio di Dickens, questo è un lavoro di squadra. Io non vado da nessuna parte...»

Quando è arrivato il fantasma degli amori futuri sembrava Chandler con la pelliccia di Jon Snow, ma non proprio Chandler di Friends, era Raymond Chandler ma non scriveva polizieschi, allora forse era un altro Raymond, magari Raymond Carver o forse non era niente di tutto questo: era solo una figura confusa che, col suo arrivo, ha fatto scappare quel pusillanime di Dawson e tutto il suo lavoro di squadra.
«Dove si trova il vecchio e arido Ebenezer Scrooge?»
«Non qui. Qui ci siamo solo io e il mio umile impiegato Estathè, ma lo pago molto bene...»
«E allora perché mi hanno mandato in questo posto? E soprattutto perché indosso una pelliccia?»
«Credo sia per farmi smettere di dragare Roma alla ricerca di un pacchetto di Tic Tac impunemente buttato fuori da un finestrino»
«Quindi mi hanno fatto fare tutto questo viaggio per una stronzata?»

Gli omini del crash test sono manichini che riproducono gli esseri umani, sono identici, ma sono solo strumenti che servono a capire come funzionano gli incidenti: danni, velocità, forze in gioco. È così che iniziano le storie d'amore: cerchiamo di capire quanto tempo una zanzara ci metterà a pungerci o quando la paletta assassina che si muove lentissima verso di noi riuscirà a schiacciarci; cerchiamo di capire se siamo Pacey, Joey, Chandler, Philip Marlowe, Giuni Russo, Jon Snow, Darth Vader o quel pesantone di Dawson.
«E quindi?»
«Niente, Raymond, hai fatto un viaggio a vuoto. Mi avevano già convinto le motivazioni del giovane Spielberg e la cartella Spam...»
«Ma scusami, l'opera non era convincerti a dare una possibilità al Pelliccia? Di cosa parliamo quando parliamo d'amore

Credo sia stato a quel punto che si è sentita una botta fortissima, forse un impatto, dentro al frigo, tra due di quei missili di Estathè da un litro e settantacinque. E poi silenzio.
A conti fatti, firmare garbatamente un CID è la cosa migliore che ci può succedere.



«E hai ottenuto quello che
volevi da questa vita, nonostante tutto?
Sì.
E cos'è che volevi?
Sentirmi chiamare amato, sentirmi
amato sulla terra.»
Raymond Carver

martedì 18 agosto 2015

Ragnathèle

Se avessi potuto scegliere, io avrei voluto una voce fuoricampo
Ehi tu, Dio!”, gli avrei detto “Non darmi tutte queste tette, dammi una voce fuoricampo”

La casa in cui sono cresciuta è in campagna ed è sempre stata preda del tentativo di ingresso di moltissimi animali. Nel tempo, hanno cercato di fare occupazione delle nostre stanze: farfalle, gechi da terrazzo, migliaia di zanzare feroci, gatti, una volta un topo, corvi, cimici, rondinelle, cardellini che poi sono diventati cinciarelle. Mio padre ci ha sempre dissuase dall'ammazzare anche la formica più piccola (non per niente il post a lui dedicato si chiama Lo zen e l'arthè della manutenzione degli insetti): se un ragno, una falena o una scolopendra si arrampicavano su una delle pareti della nostra cameretta, lui arrivava con le mani a conca, ci intrappolava dentro l'animale ancora vivo e poi andava a liberarlo su uno dei balconi. Quando mia madre girava la scopa all'insù e distruggeva le ragnatele che erano state edificate in qualche angolo del soffitto, lo vedevi che soffriva. Non ci diceva: «Il ragno porta guadagno», ci diceva: «Il ragno è un predatore di tutto rispetto, è un architetto che lavora con la seta che secerne, che si protegge e tesse, vola senza avere le ali...».
Io, una volta, ho letto che hanno fatto degli esperimenti tossicologici sui ragni, dimostrando che tessono ragnatele diverse a seconda dello psicofarmaco che hanno ricevuto; esistono immagini dell'opera di un ragno sotto caffeina, ma nessuno ha mosso un dito per rifornire un ragnettino di Estathè: avrebbe fatto una tela bellissima.
Spiderman, vieni a trovarmi: ci penso io a te.

«Cri cri cri»
«Chi è che mi chiama?, disse Pinocchio tutto impaurito»
«Ma che conosci a memoria il libro di Collodi?»
«Non tutto a memoria, ma ho vissuto un particolare trauma quando il Grillo Parlante muore stecchito da un martello a pagina 17. La Walt Disney ha mischiato le carte...»
«Lo so, purtroppo non c'è giustizia in questo mondo»

Qualche settimana fa ero finalista in un premio letterario e mi sono fatta accompagnare da Oris in questo paesino bellissimo per presenziare di fianco al mio libro –per informazione: Spiderman, puoi andare anche lì, è un posto che possiede il bollino giallo Estathè, i bar sono fornitissimi. Ci hanno messo a dormire in un B&B appena fuori dal paese ed è stato lì che abbiamo incontrato il nostro Grillo Parlante biondo.
«Voi non sapete chi è Arnold Ehret, vero?», ci ha chiesto.
«No, non lo sappiamo», abbiamo risposto io e Oris, in coro.
«Si vede: avete la faccia ignara, tipica di chi non immagina di essere pieno di muco».
Ora, io lo so, che per quanto io possa giurare che questa conversazione è davvero avvenuta, sarà difficile crederci, ma è anche vero che io non avevo mai incontrato un fruttariano e forse voi sì, quindi c'è una possibilità che lo stupore rimanga solo il mio.
«Cosa mangiate, voi?», ci ha incalzato il Grillo.
«Io, principalmente, bevo Estathè. E tu?»
«Frutta dolce e ortaggi, ovviamente. Tutti coltivati da me. Anzi, ho un esubero di cetrioli se vi interessa...».
Sull'esubero di cetrioli, Oris è andata in brodo di (fruttarianissime) giuggiole, e ha iniziato a fare al nostro Grillo una miriade di domande in merito alle sue abitudini alimentari.
Ne è venuto fuori che il saccentissimo insetto ortottero era medico di se stesso da almeno cinque anni, regolando la sua vita sulla base dei dettami ehretiani di fruttarismo e periodi di digiuno; ci ha spiegato che il nostro corpo -anche il suo- combatte una guerra psicologica per non abbandonare il suo muco, ma che quel muco è il prodotto maligno della nostra alimentazione innaturale.
«Arrivano dei miei amici domani mattina, facciamo due settimane di digiuno tutti insieme...», ha detto a Oris, visto che lei lo seguiva con entusiasmo.
«Io non potrei mai fare un digiuno, soprattutto d'estate», ha spiegato Oris, che soffre di pressione bassa ed è pure ipocondriaca -è capace di dirmi frasi come: «Mi fa male la gamba, forse è una trombosi»- ed è stato in quel momento che è iniziata la discesa verso il peggio. 
Dopo aver rassicurato Oris sulla bontà della pressione bassa -di cui soffriva anche lui- e sulla sempiterna possibilità di appoggiarsi ai mobili in caso di principio di svenimento, il Grillo ha pensato bene di raccontarci che quelle sul muco non sono solo chiacchiere. Il professor Ehret aveva ragione e lui lo aveva sperimentato sulla sua pelle, dopo il suo primo digiuno.
«Le mie feci» -ve lo giuro, ha detto le mie feci- «erano una pasta bianca e filamentosa che mi ha sconvolto. Ehret sapeva analizzare questa pasta e dire che tipo di cibi sbagliati o medicinali inutili l'avessero nutrita, ma io non l'avevo mai vista, quindi ho preso un bastone e ho iniziato a percuoterla per capire che informazioni potevo tirarne fuori...».
A quel punto anche Oris ha ceduto: ho intuito che stava per fingere uno svenimento pur di mandarlo via -io non nego di aver guardato in giro per cercare un martello- ma con la scusa che ci dovevamo preparare per la serata, lo abbiamo cacciato.
Io non ho niente contro i fruttariani, i vegani e i vegetariani (anche se Word sottolinea di rosso due di questi tre sostantivi) e accetto anche di buon grado consigli sugli alimenti e sulla possibilità di diversificare le diete, ma l'immagine di un bastone che percuote delle feci filamentose è inaccettabile.
Temo che anche mio padre avrebbe ceduto all'eliminazione del grillo.

Comunque, io e Oris siamo andate in paese, abbiamo festeggiato il vincitore del premio insieme agli altri scrittori che erano in finale con me, il figlio di uno di loro e una norvegese bellissima che non ha rivolto la parola a nessuno -e che non mi è ancora ben chiaro il motivo preciso per cui era seduta al nostro tavolo- e poi siamo tornate a dormire.
Abbiamo tirato giù la zanzariera e ci siamo chieste se quel grillo era vero o se ce le eravamo immaginato, se era waltdisneyatamente vivo o collodianamente morto, se avevamo parlato con un insetto che amava la frutta o con un fantasma che ci voleva rimproverare per il peccato originale delle fettine panate di Cristina D'Avena in «Teneramente Licia».
La risposta l'abbiamo avuta la mattina dopo: mentre ci sembrava di essere braccate in una ragnatela di definizioni fruttariane di buon senso -vista l'assenza di qualsiasi tipo di colazione ad attenderci, il grillo si è presentato alla nostra porta con un cetriolo gigante tra le mani.
«Eccolo! Tutto per voi...» ci ha detto.
Io e Oris non abbiamo trovato nient'altro da dire che: «Scusa, ma non sappiamo davvero dove mettercelo» e abbiamo forzato le mani a conca di nostro padre per liberarci da grilli, ragni, mele, pere, cinciarelle e zucchine di ogni tipo.

Alla stazione, prima di prendere il treno, ho bevuto due Estathè.
Spiderman, secondo me, se ti avessero dato come sostanza psicotropa un cetriolo, avresti fatto una ragnatela di merda. O di muco.
Roba comunque brutta, insomma.

lunedì 13 luglio 2015

Winthèr is coming

Se avessi potuto scegliere, io avrei voluto una voce fuoricampo
Ehi tu, Dio!”, gli avrei detto “Non darmi tutte queste tette, dammi una voce fuoricampo”

Giuro che un attimo fa era maggio, poi ho sbattuto le palpebre e, quando ho riaperto gli occhi, era luglio. Giuro che avevo le calze e il raffreddore e, d'improvviso, qualcuno ha acceso un gigantesco fohn su Roma. Ormai non faccio altro che parlare di quanto ho caldo.
«Come stai?» «Sudo». «Che fai stasera?» «Sudo». «Carta di credito o bancomat?» «Sudo».
Non so come sia possibile, ma succede ogni anno: guardiamo l'afa che abbiamo intorno e pensiamo che questa -proprio questa, non quella dell'anno scorso o quella dell'anno prima ancora- questa è l'estate più calda che abbiamo mai vissuto. Forse dipende dal fatto che le sensazioni non si possono congelare ed è facilissimo trasformare un disagio climatico nella tragedia termica peggiore di tutti i tempi o forse, a furia di guardare Game of Thrones, con tutta quella gente imbacuccata che non fa che ripetere che l'inverno sta arrivando, le nostre tristi stanze liquefatte (nonostante i ventilatori e le implacabili veglie notturne ad aspettare un po' di fresco) sembrano l'apocalisse.

«Ma perché? Perché usi sempre le parole a caso?»
«Oh, San Giovanni: ho detto apocalisse, mica t'ho detto cotica...»
«Iris, guarda che ti faccio scomunicare! Quello che l'Estathè non ha fatto in tanti anni in cui hai abusato del suo nome senza permesso, lo faccio io in un secondo»
«Ma sai che ieri non hanno fatto entrare me e Ioris nella tua chiesa perché avevamo le ginocchia scoperte?»
«Comunque quella non è la mia chiesa, è la Sacrosanta Cattedrale Papale Arcibasilica Romana Maggiore del Santissimo Salvatore e dei Santi Giovanni Battista ed Evangelista al Laterano, madre e capo di tutte le chiese della Città e del Mondo. La tua superficialità è talmente palese che dà la misura esatta di quello che puoi intendere con il termine apocalisse. L'apocalisse per te è il supermercato che finisce l'Estathè.»
«Non me ne parlare, gli scaffali sono pieni di quello schifo di summer edition arancia e lime, ma...»
«Ma ti hanno fatto la bottiglia da 1,75 litri e ti hanno comprata così»
«Esatto! Senti, San Giovanni, visto che hai studiato...»
«Non chiedermelo»
«Ti prego! Madonna, però: che caratteraccio...»
«Madonna?!? Ma allora vuoi proprio la scomunica...»

Quello che avrei voluto chiedere a San Giovanni era uno spoiler su un altro Giovanni, un Jon; volevo chiedere una piccola profezia su San Jon Snow del Sacrosanto Castello Nero degli Arciguardiani della Notte Buia e Piena di Terrori della Barriera del Confine Nord dei Sette Regni, ma lui si è innervosito e mi ha abbandonato.
Il fatto è che anche nella Apocalisse di Giovanni c'è un Trono (che non è di spade, ma di lampi e tuoni, ma sempre un trono è); ci sono sette sigilli, un agnello con sette occhi e sette corna, sette angeli con sette trombe, sette flagelli (che non sono sette regni, ma i ricorsivi numerici non vanno mai sottovalutati); e poi ci sono pure un drago, dei cavalieri, la guerra, le distruzioni e l'ira di Dio. Non sta a me dire chi ha copiato chi, tra San Giovanni e George R. R. Martin, ma vista la vicinanza di alcuni temi, secondo me l'apostolo poteva pure avventurarsi in un pronostico sulla sesta serie, no? Che gli costava?
«Sei appena stata scomunicata»
«Sii un tantinello più ironico, Giova'. Non hai nemmeno subito il martirio...»
«E tu smettila di sudare visto che non sei all'inferno...»
«Almeno dimmi dov'è l'Arca dell'Alleanza...»
Quando gli ho detto che Deuteronomio è una delle mie parole impronunciabili predilette, San Giovanni se ne è andato davvero, lasciandomi con il pensiero di essermi beccata una scomunica per colpa di Jon Snow.

Erano le due del pomeriggio e il sole sbatteva sulla finestra della mia stanza, quando mi sono messa a pensare alla cronologia degli eventi: il calore che veniva dalla tastiera del computer mi punzecchiava le dita e io non facevo altro che sudare ed essere confusa. E se fosse colpa della scomunica tutto questo caldo? Se tutto questo squagliarmi fosse a causa della mia insolenza? Ho sbattuto le palpebre prima o dopo aver iniziato a sudare? E se questa fosse davvero la mia apocalisse personale? Non è che hanno spacchettato il quarto flagello, il sole si è surriscaldato e io sto ardendo viva?
«San Giovanni, dammi una spiegazione...», ho cercato di dirgli in un delirio mistico, ma lui non mi ha risposto. «Lo so che non eri nella Top List dei miei santi, quando ero una bambina, ma non potevi battere Sant'Erasmo e Sant'Antonio, il primo è il patrono del mio paese, l'altro dà il nome al vicolo di nonna Berta, nonno Peppino e della nonna della mia amica M. Questa cosa delle liste era successa perché la nonna di M. sosteneva che c'erano i santi di serie A e i santi di serie B e che prendersela con quelli di serie B era meno peccato. Ma San Giovanni, te lo giuro, eri in A, te la giocavi per la Champions...», ho detto rivolta verso Piazza San Giovanni, ma lui: niente.

«Iris, mi passi il sale?» «Sudo». «L'hai visto il finale di Mad Men?» «Sudo». «Davvero il tuo libro è uscito in nuova collana?» «Sudo».

Io e Oris abbiamo fatto pilates in salotto, con i tappetini stesi davanti a un video di youtube, ma l'acido lattico non è valso come espiazione. Con Ioris, che da Torino era la prima volta che veniva a Roma, abbiamo girato per monumenti nelle ore più calde (dieci chilometri di bellezza e ricerca di nasoni per bagnarci i polsi) ma l'abbronzatura a maglietta non è valsa come espiazione. Io e Iaia siamo capitate sotto al getto di un innaffiatore automatico mentre andavamo a una festa di compleanno con le pochette e i vestitini, ma il contegno che abbiamo mantenuto non è valso come espiazione.
Niente è bastato a far abbassare la temperatura o la collera di San Giovanni; l'unica cosa che continua a calare è la pressione arteriosa.

Ho chiuso gli occhi e li ho riaperti. Una volta, due volte, un numero consistente di volte: ma luglio era e a luglio siamo rimasti, col fohn, l'apocalisse, un brick di Estathè summer edition nel mio frigo che nessuno vuole bere e i miei trentun anni tra meno di due settimane. San Giovanni non mi risponde più e l'inverno non è proprio dietro l'angolo.
O forse sì.
Dipende dai punti di vista.

venerdì 22 maggio 2015

Thèlecomando

Se avessi potuto scegliere, io avrei voluto una voce fuoricampo
Ehi tu, Dio!”, gli avrei detto “Non darmi tutte queste tette, dammi una voce fuoricampo”

Com'è universalmente noto (ne ho parlato anche nel mio ultimo post, in questo periodo è davvero un'ossessione per me), io non ho possibilità di stare davanti nei viaggi in automobile in cui è presente mia sorella. E questo succede in generale, ma quando si tratta di Fusette, la macchina di Pezzetta, la realtà è ancora più esasperata: il posto davanti della Peugeout 206 reca sopra incisa l'immagine sacra di Oris, con una palette di biondi Targaryen che se i tuoi capelli non corrispondono alla tonalità giusta il sedile prende fuoco (provare a ignorare questi segnali sarebbe una blasfemia inaccettabile e pericolosa).
Oris è sempre stata davanti a me, in questa battaglia -in tutti i sensi; ma con la storia di Fusette mi ha definitivamente disarcionata, nella giostra medioevale del «Tocca a me stare davanti» e regna incontrastata sul suo trono di spade con cintura di sicurezza.

Qualche settimana fa, mentre andavamo ad Ascoli Piceno o in Ascoli Piceno o per Ascoli Piceno -o con, su, tra, fra Ascoli Piceno- Pezzetta, evidentemente mosso a compassione, mi ha detto che aveva un regalo per me e, infilando la mano verso la parte povera dell'automobile, mi ha donato un telecomando sottile come una bustina di zucchero usata.
«Con questo, puoi controllare la musica da dietro...», ha proclamato con soddisfazione.
Io ho guardato commossa questo benefit inaspettato e mi sono sentita invasa da una gioia parificabile alla sensazione di quando sono entrata in un bar di Torino, ho timidamente chiesto del thè freddo e la ragazza al bancone mi ha detto: «Però...» (quando una frase inizia con un però è sempre molto insidiosa) «Però qui abbiamo solo Estathè» e io avrei voluto dirle «Amo te, Torino e i vostri però», ma mi sono trattenuta.
Alla vista del telecomando, Oris ha incrociato le braccia con dissenso, persino i suoi capelli si sono intrecciati di disapprovazione, e mi sono accorta che stava già pensando a una macchinazione per risolvere anche questo torneo in suo favore.

Non appena ho messo le dita sui tasti, ho capito: Mr Sandman, Earth Angel, Johnny B. Good, Ritorno al futuro, anni dieci del duemila che diventano anni ottanta del millenovecento e poi diventano anni cinquanta, viaggi nel tempo, Quantum Leap, nebulose di ricordi, Le cosmicomiche.

«Nell'universo ormai non c'erano più un contenente e un contenuto, ma solo uno spessore generale di segni sovrapposti e agglutinati che occupava tutto il volume dello spazio, era una picchiettatura continua, minutissima, un reticolo di linee e graffi e rilievi e incisioni, l'universo era scarabocchiato da tutte le parti, lungo tutte le dimensioni»
«Italo, io lo sapevo che prima o poi...»
«Se compri il biglietto alla vista di un fuoco fatuo in un calda sera d'agosto, mentre guardi una stella cadente e senti ululare un lupo mannaro, Italo ti fa uno sconto del 97% su La distanza della luna»
«Guarda che se cominciamo a fare giochi sui tuoi titoli o sulle tue parole, non la finiamo più. Non saresti Italo Treno manco se collegassi tutte le tue città invisibili, anche perché, se lo fossi, ti farebbero arrivare solo nelle stazioni secondarie...»
«Non mi sembra il caso di far polemica, adesso. Spiegami solo perché sono qui»
«Non lo so, forse è perché, in questo periodo, ho un problema col tempo...»

Il sedile posteriore di Fusette è tutta un'altra storia a dividerlo con Calvino, «il tempo cambia di forma, la notte si dilata, le notti diventano un'unica notte nella città attraversata...». E così.
E così tutto in blocco, di tasto in tasto, di canale in canale: mi sono cresciuti i capelli che nemmeno me ne sono accorta; ho picchiato una chiave inglese sulla testa di Oris perché lei ha cercato di tagliarmi un dito mentre nostra madre non ci teneva sotto controllo; un piccione mi ha cagato in testa a Via del Babuino, poco prima di Tiffany (che vite diverse io e Holly Golightly); mi sono ritrovata a Torino in una riunione di un gruppo civatiano del PD che doveva decidere se abbandonare il PD o rimanere; ho litigato con il bidello delle medie perché l'orologio andava male; ho partecipato alle dieci di mattina a un party su un treno con degli sconosciuti che mi hanno fatto bere due bicchieri di prosecco a stomaco vuoto (e non ho vomitato); mi sono trasferita a Roma in un giorno di febbraio con un sole incredibile; mi si è incastrata un'ape pelosa sotto la maglietta e ho pianto dal dolore mentre mia madre la ammazzava con una pratica di un suo cliente; Aldo è comparso con una maschera orrenda davanti alla finestra di quella cucina piccolissima della casa in cui stavamo, mentre lavavo i piatti di tutti quanti, e io mi sono spaventata tantissimo -che era il suo intento- e poi è scomparso d'improvviso, come se fosse davvero possibile; la mia migliore amica si sposa e quando mi ha detto che ero la sua testimone, ho pensato che forse testimone è il termine più giusto per definire un'amica, ancora più del termine amica; ho ballato in corridoio con Oris e Pezzetta tutti i giorni in cui siamo stati tristi.

«Che stai facendo lì dietro?», mi chiede Oris, muovendo indietro la sua chioma, solo per spaventarmi: «Che te l'abbiamo dato a fare questo telecomando, se non lo usi?»
«Abbiamo? Come se tu c'entrassi qualcosa... Me l'ha dato Pezzetta»
«Beh: abbiamo o no, usalo. Sennò dallo a me, così non devo allungare il braccio per cambiare canzone: sai, la cintura mi tira troppo...»
«Beh, forse è perché sei alta poco più di Tyrion Lannister»
Quando ho visto Pezzetta innervosirsi, ho capito che stava per dirci un paternalistico: «Se non la smettete me lo riprendo 'sto telecomando». Ecco qual era il suo piano: furba di una bionda. Me ne sono stata zitta, allora, sperando, come il signor Palomar, che il silenzio contenesse qualcosa di più di quello che il linguaggio può dire.
Ma essendo consapevole che non esiste silenzio al mondo che possa battere mia sorella, ho spinto i tasti 1 9 9 2 e d'un tratto, Pezzetta era nel sedile passeggero, Oris non era più bionda e stavamo nell'Alfa Sud di nostro padre.
«Papà, andiamo a sentire un po' di musica in macchina», gli avevamo detto perché eravamo nel maneggio di un suo amico ma non si poteva più cavalcare.
«Oris lo sai che se io mi metto ai pedali e tu al volante possiamo guidare?». Eravamo in discesa, lei mi ha messo le gambe intorno al collo, io ho tirato giù il freno a mano e poi ho cercato di spingere l'acceleratore con le mie mani di bambina. Abbiamo iniziato a muoverci subito, ci hanno fermato in quindici: tutti gli amici di mio padre si sono lanciati sulla macchina e l'hanno bloccata, con mio padre che sudava freddo e Pezzetta che diceva: «Ecco cosa c'è: voi siete sempre state due pazze».

Mentre scendeva dalla macchina di Pezzetta, Calvino mi ha detto: «Iris, non avere problemi col tempo. Facci quello che vuoi. Sei sempre uno dei tu possibili».

P.S. Il telecomando, però, ce l'ho ancora io.

venerdì 10 aprile 2015

Parthènze

Se avessi potuto scegliere, io avrei voluto una voce fuoricampo
Ehi tu, Dio!”, gli avrei detto “Non darmi tutte queste tette, dammi una voce fuoricampo”

Ogni tanto, di fronte a una notizia, a un turbamento emotivo, a una girandola di nostalgie, mi capita di ritrovarmi nella panda blu di mia madre, quella con cui portava me e Oris a scuola quando eravamo piccole. Un sentimento improvvisamente forte mi coglie di sorpresa ed eccomi con le braccia incrociate sul sedile posteriore della panda, a guardare fuori dal finestrino, dopo aver litigato con Oris su chi deve sedersi davanti (prima vinceva sempre lei perché era più alta e comandava, ora sono passati gli anni, è più bassa, ma vince comunque). E allora sospiro di fatica, mia madre accende il motore e parte l'autoradio.
«Io ed i miei occhi scuri siamo diventati grandi insieme...», canta lui.
«Con l'anima smaniosa a chiedere di un posto che non c'è...», rispondiamo noi in coro.
Come tutti, anche io so a memoria le canzoni di Baglioni senza aver mai comprato un suo disco e lui, Claudione, mi colpisce sempre quando meno me lo aspetto, con sferzate di autotreni, telline, mezzerie, straccivendoli, agrifogli, asfalti acquosi, ringhiere, aerei supersonici e legnetti di cremini da succhiare.
Tra le cose di cui più mi vergogno al mondo, c'è la faccia sconvolta di Pezzetta quando, alla fine della mia storia con Chewbecca, mi ha trovato abbracciata al poggiatesta del sedile passeggero, a tenere il tempo di una musicassetta.
«Io ti baciavo mentre tu piangevi... Vai, Iris, ora tocca a te», mi istigava Baglioni.
«... ma adesso che io piango tu chi bacerai?», gli urlavo dietro io, con la voce spiegata -e stonata.

Qualche settimana fa, mi ha telefonato Core da Bruxelles: avevamo parlato a lungo della possibilità di un suo nuovo trasferimento e io sapevo che, in quella telefonata, avrei avuto la risposta definitiva alle mie -e alle sue- domande: la decisione finale.
Ho lasciato squillare il telefono per un po' perché, prima di rispondere, mi sono versata un bicchiere d'Estathè e mi sono dedicata a un breve amarcord.

Previously on Via Nardini, 29
Prima che Papa Luciani la rapisse e la portasse in Belgio (sì, Giovanni Paolo I non è morto, si occupa di economia e vive a Bruxelles), Core abitava sul mio stesso pianerottolo, mangiava alla mia stessa tavola, insultava i miei vestiti e il modo che avevo di truccarmi e non usciva mai con me: erano questi i capisaldi della nostra amicizia.
La mattina, mentre lei era al lavoro, io andavo a passeggio con India e Sophie, la sua labrador e la sua levriera italiana, le mie amate nipotine nere come la notte, e la sera lei insisteva a pagarmi: «Sei la loro dogsitter», mi diceva: «Io non credo nell'amicizia».
«E lei, lei mi guardava con sospetto, poi mi sorrideva...»
«No, Claudio, questo non è uno di quei momenti. Non interrompere!»
Dicevo che Papa Luciani, a un certo punto del suo pontificato, si è caricato Core, India e Sophie sopra a una furgone e, dopo 34 ore nette di viaggio, le ha stanziate a Bruxelles.
«Avrai avrai avrai il tuo tempo per andar lontano, camminerai dimenticando, ti fermerai sognando!», urlavamo io e Oris dalla panda blu di mia madre, durante quell'addio (purtroppo quell'automobile fa sempre gli stessi 5 chilometri di giro per portarci a scuola, quindi non si è potuta lanciare all'inseguimento del furgone del Papa verso il Belgio).
Fine dell'amarcord

Quando mi è arrivata la telefonata di Core, qualche settimana fa, eravamo a due anni di distanza da quella partenza.
«Senti freddo anche tu, senti freddo anche tu: perché stai a Bruxelles...», ha detto lui.
«Oh, Baglioni, non ti prendere tutte 'ste libertà, però. Le rivisitazioni non le accetto. E poi cerca di attenerti alla mia ritmica emotiva, non entrare fuori tempo...»
«Aò, nun me di' che sto fòri tempo che te lancio dietro uno de 'sti zigomi. Guarda che fanno male, eh...»

«Iris: è deciso. Ci trasferiamo a Washington...», mi ha detto Core e io ho pensato: Washington, fuso orario, Oceano Atlantico, «Ma dove cazzo le porti 'ste cagnoline che stavano tanto bene a Roma e mai avrebbero immaginato nella vita di diventare delle migranti?», nostalgia preventiva, «E adesso come faremo a sentirci?», paura, baratro, «Il tuo cervello, si sa, riesce a contenere solo due lingue: hai dovuto rinunciare all'inglese per il francese e mo' devi rinunciare al francese per l'inglese», mania del controllo, «Come fai a trasferirti in un paese in cui non vendono Estathè?», panda blu, Baglioni che urla: «Chi viene a prenderti? Chi ti apre lo sportello? Chi segue ogni tuo passo? Chi ti telefona e ti domanda 'Tu come stai?'». E poi le ho dato la risposta vera, quella che tiri fuori la musicassetta dall'autoradio senza premere stop, incasini il nastro, interrompi un arabesco vocale di Baglioni, spingi il sedile del passeggero in avanti, schiacci Oris contro il parabrezza, apri lo sportello della macchina senza guardare, scendi e glielo dici: «Che bello, Core! Sono così felice per te!».
Quando ho riattaccato, però, sono rientrata in macchina e mi è venuto il magone.
«Un treno per l'America, senza fermate...» ha provato a dire Baglioni, ma non io non gli ho dato corda. «E quel disordine che tu hai lasciato nei miei fogli andando via così...», ha provato ancora. «Cosa mi è preso adesso? Forse mi scriverai, ma sì è lo stesso...». Baglioni mi cantava tutte le sue frasi migliori sull'abbandono, ma io non ce la facevo a seguirlo.
«Claudio...»
«Eh, dimmi»
«Ma a te nella vita ti hanno solo lasciato?»
«Senti, se non la smetti, trasloco nella Uno bianca di tuo nonno...»

Dopo quella telefonata, sono passate alcune settimane, sono partita e tornata un po' di volte per andare appresso al mio libro e, in una di queste partenze, mi sono ritrovata sul pianerottolo del quarto piano di Via Nardini 29.
Nessuna notizia, nessun sentimento forte mi ci avevano mai portato prima.
Mia madre e mia sorella avevano deciso di accompagnarmi, in quel viaggio in treno verso Torino, e, mentre mia sorella cercava un modo per mettersi sul sedile davanti («Oris, ma davanti a che?», le chiedeva mia madre) e io già mi prefiguravo tutte le discussioni surreali che avremmo avuto in trasferta (Oris che dice: «Iris, te lo giuro, quando ci hai lasciate da sole, mamma si è nascosta dietro una colonna...»; mia madre che le risponde: «È che non sai leggere le mappe sull'iPhone e mi stavi cercando con le indicazioni per il percorso in macchina...»), io mi sono ritrovata sul pianerottolo e Core mi ha detto: «È un mese che non scrivi sul tuo blog...».
«Sì, è perché Baglioni mi tiene sotto sequestro dentro la panda blu»
«Mmm... E adesso perché sei qui?»
«Credo sia per salutare te e papa Luciani, tifare per la vostra partenza...»

E allora siamo scese in strada, dove c'era la panda parcheggiata in doppia fila: Oris ha fatto salire Core con me sul sedile dietro, abbiamo sospirato di fatica e di gioia, mia madre ha acceso il motore ed è partita l'autoradio.
«Core, io e Oris per te siamo come le canzoni di Baglioni: ci sai a memoria pure se non ti sei comprata il disco. Non basta andare a Washington per liberarti di noi: non ti libererai mai di noi...»


P.S. Dopo questa affermazione, confido che Baglioni emigri nella Uno bianca di nonno Peppino. È solo per questo che ho scritto il post, non per amicizia. Tanto Core non ci crede nell'amicizia.