Memorie di una bevitrice di Estahè

Memorie di una bevitrice di Estahè

venerdì 22 maggio 2015

Thèlecomando

Se avessi potuto scegliere, io avrei voluto una voce fuoricampo
Ehi tu, Dio!”, gli avrei detto “Non darmi tutte queste tette, dammi una voce fuoricampo”

Com'è universalmente noto (ne ho parlato anche nel mio ultimo post, in questo periodo è davvero un'ossessione per me), io non ho possibilità di stare davanti nei viaggi in automobile in cui è presente mia sorella. E questo succede in generale, ma quando si tratta di Fusette, la macchina di Pezzetta, la realtà è ancora più esasperata: il posto davanti della Peugeout 206 reca sopra incisa l'immagine sacra di Oris, con una palette di biondi Targaryen che se i tuoi capelli non corrispondono alla tonalità giusta il sedile prende fuoco (provare a ignorare questi segnali sarebbe una blasfemia inaccettabile e pericolosa).
Oris è sempre stata davanti a me, in questa battaglia -in tutti i sensi; ma con la storia di Fusette mi ha definitivamente disarcionata, nella giostra medioevale del «Tocca a me stare davanti» e regna incontrastata sul suo trono di spade con cintura di sicurezza.

Qualche settimana fa, mentre andavamo ad Ascoli Piceno o in Ascoli Piceno o per Ascoli Piceno -o con, su, tra, fra Ascoli Piceno- Pezzetta, evidentemente mosso a compassione, mi ha detto che aveva un regalo per me e, infilando la mano verso la parte povera dell'automobile, mi ha donato un telecomando sottile come una bustina di zucchero usata.
«Con questo, puoi controllare la musica da dietro...», ha proclamato con soddisfazione.
Io ho guardato commossa questo benefit inaspettato e mi sono sentita invasa da una gioia parificabile alla sensazione di quando sono entrata in un bar di Torino, ho timidamente chiesto del thè freddo e la ragazza al bancone mi ha detto: «Però...» (quando una frase inizia con un però è sempre molto insidiosa) «Però qui abbiamo solo Estathè» e io avrei voluto dirle «Amo te, Torino e i vostri però», ma mi sono trattenuta.
Alla vista del telecomando, Oris ha incrociato le braccia con dissenso, persino i suoi capelli si sono intrecciati di disapprovazione, e mi sono accorta che stava già pensando a una macchinazione per risolvere anche questo torneo in suo favore.

Non appena ho messo le dita sui tasti, ho capito: Mr Sandman, Earth Angel, Johnny B. Good, Ritorno al futuro, anni dieci del duemila che diventano anni ottanta del millenovecento e poi diventano anni cinquanta, viaggi nel tempo, Quantum Leap, nebulose di ricordi, Le cosmicomiche.

«Nell'universo ormai non c'erano più un contenente e un contenuto, ma solo uno spessore generale di segni sovrapposti e agglutinati che occupava tutto il volume dello spazio, era una picchiettatura continua, minutissima, un reticolo di linee e graffi e rilievi e incisioni, l'universo era scarabocchiato da tutte le parti, lungo tutte le dimensioni»
«Italo, io lo sapevo che prima o poi...»
«Se compri il biglietto alla vista di un fuoco fatuo in un calda sera d'agosto, mentre guardi una stella cadente e senti ululare un lupo mannaro, Italo ti fa uno sconto del 97% su La distanza della luna»
«Guarda che se cominciamo a fare giochi sui tuoi titoli o sulle tue parole, non la finiamo più. Non saresti Italo Treno manco se collegassi tutte le tue città invisibili, anche perché, se lo fossi, ti farebbero arrivare solo nelle stazioni secondarie...»
«Non mi sembra il caso di far polemica, adesso. Spiegami solo perché sono qui»
«Non lo so, forse è perché, in questo periodo, ho un problema col tempo...»

Il sedile posteriore di Fusette è tutta un'altra storia a dividerlo con Calvino, «il tempo cambia di forma, la notte si dilata, le notti diventano un'unica notte nella città attraversata...». E così.
E così tutto in blocco, di tasto in tasto, di canale in canale: mi sono cresciuti i capelli che nemmeno me ne sono accorta; ho picchiato una chiave inglese sulla testa di Oris perché lei ha cercato di tagliarmi un dito mentre nostra madre non ci teneva sotto controllo; un piccione mi ha cagato in testa a Via del Babuino, poco prima di Tiffany (che vite diverse io e Holly Golightly); mi sono ritrovata a Torino in una riunione di un gruppo civatiano del PD che doveva decidere se abbandonare il PD o rimanere; ho litigato con il bidello delle medie perché l'orologio andava male; ho partecipato alle dieci di mattina a un party su un treno con degli sconosciuti che mi hanno fatto bere due bicchieri di prosecco a stomaco vuoto (e non ho vomitato); mi sono trasferita a Roma in un giorno di febbraio con un sole incredibile; mi si è incastrata un'ape pelosa sotto la maglietta e ho pianto dal dolore mentre mia madre la ammazzava con una pratica di un suo cliente; Aldo è comparso con una maschera orrenda davanti alla finestra di quella cucina piccolissima della casa in cui stavamo, mentre lavavo i piatti di tutti quanti, e io mi sono spaventata tantissimo -che era il suo intento- e poi è scomparso d'improvviso, come se fosse davvero possibile; la mia migliore amica si sposa e quando mi ha detto che ero la sua testimone, ho pensato che forse testimone è il termine più giusto per definire un'amica, ancora più del termine amica; ho ballato in corridoio con Oris e Pezzetta tutti i giorni in cui siamo stati tristi.

«Che stai facendo lì dietro?», mi chiede Oris, muovendo indietro la sua chioma, solo per spaventarmi: «Che te l'abbiamo dato a fare questo telecomando, se non lo usi?»
«Abbiamo? Come se tu c'entrassi qualcosa... Me l'ha dato Pezzetta»
«Beh: abbiamo o no, usalo. Sennò dallo a me, così non devo allungare il braccio per cambiare canzone: sai, la cintura mi tira troppo...»
«Beh, forse è perché sei alta poco più di Tyrion Lannister»
Quando ho visto Pezzetta innervosirsi, ho capito che stava per dirci un paternalistico: «Se non la smettete me lo riprendo 'sto telecomando». Ecco qual era il suo piano: furba di una bionda. Me ne sono stata zitta, allora, sperando, come il signor Palomar, che il silenzio contenesse qualcosa di più di quello che il linguaggio può dire.
Ma essendo consapevole che non esiste silenzio al mondo che possa battere mia sorella, ho spinto i tasti 1 9 9 2 e d'un tratto, Pezzetta era nel sedile passeggero, Oris non era più bionda e stavamo nell'Alfa Sud di nostro padre.
«Papà, andiamo a sentire un po' di musica in macchina», gli avevamo detto perché eravamo nel maneggio di un suo amico ma non si poteva più cavalcare.
«Oris lo sai che se io mi metto ai pedali e tu al volante possiamo guidare?». Eravamo in discesa, lei mi ha messo le gambe intorno al collo, io ho tirato giù il freno a mano e poi ho cercato di spingere l'acceleratore con le mie mani di bambina. Abbiamo iniziato a muoverci subito, ci hanno fermato in quindici: tutti gli amici di mio padre si sono lanciati sulla macchina e l'hanno bloccata, con mio padre che sudava freddo e Pezzetta che diceva: «Ecco cosa c'è: voi siete sempre state due pazze».

Mentre scendeva dalla macchina di Pezzetta, Calvino mi ha detto: «Iris, non avere problemi col tempo. Facci quello che vuoi. Sei sempre uno dei tu possibili».

P.S. Il telecomando, però, ce l'ho ancora io.

venerdì 10 aprile 2015

Parthènze

Se avessi potuto scegliere, io avrei voluto una voce fuoricampo
Ehi tu, Dio!”, gli avrei detto “Non darmi tutte queste tette, dammi una voce fuoricampo”

Ogni tanto, di fronte a una notizia, a un turbamento emotivo, a una girandola di nostalgie, mi capita di ritrovarmi nella panda blu di mia madre, quella con cui portava me e Oris a scuola quando eravamo piccole. Un sentimento improvvisamente forte mi coglie di sorpresa ed eccomi con le braccia incrociate sul sedile posteriore della panda, a guardare fuori dal finestrino, dopo aver litigato con Oris su chi deve sedersi davanti (prima vinceva sempre lei perché era più alta e comandava, ora sono passati gli anni, è più bassa, ma vince comunque). E allora sospiro di fatica, mia madre accende il motore e parte l'autoradio.
«Io ed i miei occhi scuri siamo diventati grandi insieme...», canta lui.
«Con l'anima smaniosa a chiedere di un posto che non c'è...», rispondiamo noi in coro.
Come tutti, anche io so a memoria le canzoni di Baglioni senza aver mai comprato un suo disco e lui, Claudione, mi colpisce sempre quando meno me lo aspetto, con sferzate di autotreni, telline, mezzerie, straccivendoli, agrifogli, asfalti acquosi, ringhiere, aerei supersonici e legnetti di cremini da succhiare.
Tra le cose di cui più mi vergogno al mondo, c'è la faccia sconvolta di Pezzetta quando, alla fine della mia storia con Chewbecca, mi ha trovato abbracciata al poggiatesta del sedile passeggero, a tenere il tempo di una musicassetta.
«Io ti baciavo mentre tu piangevi... Vai, Iris, ora tocca a te», mi istigava Baglioni.
«... ma adesso che io piango tu chi bacerai?», gli urlavo dietro io, con la voce spiegata -e stonata.

Qualche settimana fa, mi ha telefonato Core da Bruxelles: avevamo parlato a lungo della possibilità di un suo nuovo trasferimento e io sapevo che, in quella telefonata, avrei avuto la risposta definitiva alle mie -e alle sue- domande: la decisione finale.
Ho lasciato squillare il telefono per un po' perché, prima di rispondere, mi sono versata un bicchiere d'Estathè e mi sono dedicata a un breve amarcord.

Previously on Via Nardini, 29
Prima che Papa Luciani la rapisse e la portasse in Belgio (sì, Giovanni Paolo I non è morto, si occupa di economia e vive a Bruxelles), Core abitava sul mio stesso pianerottolo, mangiava alla mia stessa tavola, insultava i miei vestiti e il modo che avevo di truccarmi e non usciva mai con me: erano questi i capisaldi della nostra amicizia.
La mattina, mentre lei era al lavoro, io andavo a passeggio con India e Sophie, la sua labrador e la sua levriera italiana, le mie amate nipotine nere come la notte, e la sera lei insisteva a pagarmi: «Sei la loro dogsitter», mi diceva: «Io non credo nell'amicizia».
«E lei, lei mi guardava con sospetto, poi mi sorrideva...»
«No, Claudio, questo non è uno di quei momenti. Non interrompere!»
Dicevo che Papa Luciani, a un certo punto del suo pontificato, si è caricato Core, India e Sophie sopra a una furgone e, dopo 34 ore nette di viaggio, le ha stanziate a Bruxelles.
«Avrai avrai avrai il tuo tempo per andar lontano, camminerai dimenticando, ti fermerai sognando!», urlavamo io e Oris dalla panda blu di mia madre, durante quell'addio (purtroppo quell'automobile fa sempre gli stessi 5 chilometri di giro per portarci a scuola, quindi non si è potuta lanciare all'inseguimento del furgone del Papa verso il Belgio).
Fine dell'amarcord

Quando mi è arrivata la telefonata di Core, qualche settimana fa, eravamo a due anni di distanza da quella partenza.
«Senti freddo anche tu, senti freddo anche tu: perché stai a Bruxelles...», ha detto lui.
«Oh, Baglioni, non ti prendere tutte 'ste libertà, però. Le rivisitazioni non le accetto. E poi cerca di attenerti alla mia ritmica emotiva, non entrare fuori tempo...»
«Aò, nun me di' che sto fòri tempo che te lancio dietro uno de 'sti zigomi. Guarda che fanno male, eh...»

«Iris: è deciso. Ci trasferiamo a Washington...», mi ha detto Core e io ho pensato: Washington, fuso orario, Oceano Atlantico, «Ma dove cazzo le porti 'ste cagnoline che stavano tanto bene a Roma e mai avrebbero immaginato nella vita di diventare delle migranti?», nostalgia preventiva, «E adesso come faremo a sentirci?», paura, baratro, «Il tuo cervello, si sa, riesce a contenere solo due lingue: hai dovuto rinunciare all'inglese per il francese e mo' devi rinunciare al francese per l'inglese», mania del controllo, «Come fai a trasferirti in un paese in cui non vendono Estathè?», panda blu, Baglioni che urla: «Chi viene a prenderti? Chi ti apre lo sportello? Chi segue ogni tuo passo? Chi ti telefona e ti domanda 'Tu come stai?'». E poi le ho dato la risposta vera, quella che tiri fuori la musicassetta dall'autoradio senza premere stop, incasini il nastro, interrompi un arabesco vocale di Baglioni, spingi il sedile del passeggero in avanti, schiacci Oris contro il parabrezza, apri lo sportello della macchina senza guardare, scendi e glielo dici: «Che bello, Core! Sono così felice per te!».
Quando ho riattaccato, però, sono rientrata in macchina e mi è venuto il magone.
«Un treno per l'America, senza fermate...» ha provato a dire Baglioni, ma non io non gli ho dato corda. «E quel disordine che tu hai lasciato nei miei fogli andando via così...», ha provato ancora. «Cosa mi è preso adesso? Forse mi scriverai, ma sì è lo stesso...». Baglioni mi cantava tutte le sue frasi migliori sull'abbandono, ma io non ce la facevo a seguirlo.
«Claudio...»
«Eh, dimmi»
«Ma a te nella vita ti hanno solo lasciato?»
«Senti, se non la smetti, trasloco nella Uno bianca di tuo nonno...»

Dopo quella telefonata, sono passate alcune settimane, sono partita e tornata un po' di volte per andare appresso al mio libro e, in una di queste partenze, mi sono ritrovata sul pianerottolo del quarto piano di Via Nardini 29.
Nessuna notizia, nessun sentimento forte mi ci avevano mai portato prima.
Mia madre e mia sorella avevano deciso di accompagnarmi, in quel viaggio in treno verso Torino, e, mentre mia sorella cercava un modo per mettersi sul sedile davanti («Oris, ma davanti a che?», le chiedeva mia madre) e io già mi prefiguravo tutte le discussioni surreali che avremmo avuto in trasferta (Oris che dice: «Iris, te lo giuro, quando ci hai lasciate da sole, mamma si è nascosta dietro una colonna...»; mia madre che le risponde: «È che non sai leggere le mappe sull'iPhone e mi stavi cercando con le indicazioni per il percorso in macchina...»), io mi sono ritrovata sul pianerottolo e Core mi ha detto: «È un mese che non scrivi sul tuo blog...».
«Sì, è perché Baglioni mi tiene sotto sequestro dentro la panda blu»
«Mmm... E adesso perché sei qui?»
«Credo sia per salutare te e papa Luciani, tifare per la vostra partenza...»

E allora siamo scese in strada, dove c'era la panda parcheggiata in doppia fila: Oris ha fatto salire Core con me sul sedile dietro, abbiamo sospirato di fatica e di gioia, mia madre ha acceso il motore ed è partita l'autoradio.
«Core, io e Oris per te siamo come le canzoni di Baglioni: ci sai a memoria pure se non ti sei comprata il disco. Non basta andare a Washington per liberarti di noi: non ti libererai mai di noi...»


P.S. Dopo questa affermazione, confido che Baglioni emigri nella Uno bianca di nonno Peppino. È solo per questo che ho scritto il post, non per amicizia. Tanto Core non ci crede nell'amicizia.

domenica 1 marzo 2015

Thès(t)la

Se avessi potuto scegliere, io avrei voluto una voce fuoricampo
Ehi tu, Dio!”, gli avrei detto “Non darmi tutte queste tette, dammi una voce fuoricampo”

Cosa faresti se, dopo aver citofonato a casa di amici, aver salito due piani di scale a piedi («Eddai! Sono solo due piani!», ti dice la parte di Pezzetta che c'è in te; «Sì, ma c'è l'ascensore!», ti risponde la parte di Oris che si ricava sempre uno spazio), cosa faresti se, arrivato davanti alla porta, qualcuno ti dicesse: «Prima di entrare, consegnami l'iPhone che ti devo chiedere una cosa: tu sai chi è Tesla?»?
Probabilmente, volteresti le spalle, rifaresti i due piani con l'ascensore e torneresti da dove sei venuto. Beh, amico, perché tu lo sappia: è tutta colpa di Pezzetta e Oris l'invenzione di questo Tesla Test e, poiché sia Pezzetta che Oris fanno parte di te, è anche colpa tua.
Io ti posso solo raccontare che cosa ho fatto io.

«A chi lo stai raccontando, Iris?»
«A te, che sei quello a cui si raccontano sempre le storie: il sultano Shahriyar...»
«Seee! Da mo che dorme quello! Siamo solo io e te che soffriamo d'insonnia, Iris: io è da mille e una notte che non dormo...»
«Ah, sei tu, Shahrazad! Meno male, tu sei meravigliosa: io ti adoro! Non so come avrei reagito se mi fosse capitato Shahzaman, tuo cognato, quell'impiccione che se lo metti vicino allo stereo, indovina cantante, canzone, marito, amante, codice fiscale e 7e40...»

Comunque, erano diverse notti che non dormivo, quindi ho deciso di ritirarmi presto e mettermi a leggere, nella speranza che, prolungando la notte, prolungassi le possibilità di riuscita del sonno. E così le undici -musica dall'altra stanza; mezzanotte -«Mi fumo un'ultima sigaretta e vado a letto!»; l'una -«Allora chiudo a chiave la porta»; le due -silenzio. Io continuavo a non dormire, ma la casa mi sembrava tacere, quindi allo squillo del mio telefono mi sono spaventata tantissimo. Ho pensato a un numero consistente di catastrofi, prima di veder comparire il nome di Oris e sentire:
«Tu sai chi è Tesla?»
«...»
«Iris?»
«...»
«Mi sa che ha riattaccato», ha detto Oris a Pezzetta.
«Sono qui, cretina», le ho risposto, comparendole davanti: «Cioè, tu mi telefoni alle due di notte, mentre siamo all'interno della stessa casa, per chiedermi se so chi è Nikola Tesla? Sei impazzita?»
«No! Sai che si chiama Nikola! Allora lo conosci!»

«Ti spiego, Shahrazade...»
Pezzetta, in questo periodo, è elettromagnetismo addicted quindi lo si trova spesso a disquisire di corrente, circuiti magnetici, trasformatori, ecc (ha notevolmente spaventato un mio amico che, mentre aspettava che mi mettessi il cappotto per uscire di casa con lui, si è ritrovato con Pezzetta in tralice che gli diceva: «Vedi J, Iris sta sfruttando la spinta del tuo campo elettromagnetico per uscire...»); è successo che, l'altra notte, mentre Oris cercava di attirare la sua attenzione, lui le abbia detto: «Smetto di leggere solo se rispondi a questa domanda: tu sai chi è Tesla?» (stava leggendo la sentenza della Corte Suprema USA che riconosce la vera paternità della radio a Tesla, invece che a Guglielmo Marconi).
Oris non sapeva chi fosse costui e il Pezzetta furioso si è accanito contro di lei in un'arringa difensiva della memoria dell'inventore della corrente alternata, del tubo catodico, dei motori elettrici, delle lampade al neon -per dire solo alcune invenzioni, senza contare che ha buttato le basi per la robotica, i raggi x, il wireless e che ha tentato di creare un sistema mondiale di energia libera che lo ha reso inviso al mondo dei finanziatori e che ha fatto sì che si cercasse di farlo passare per un pazzo e di sminuire la sua importanza di scienziato.
«Il fatto che tu non lo conosca è inaccettabile», pare abbia affermato con forza Pezzetta, prima che Oris mi telefonasse.
«E comunque, il Tesla è anche l'unità di misura dell'induzione magnetica», ho detto io, scalza, insonne e incazzata, scavando nelle mie reminiscenze ingegneristiche.
«È proprio inutile che fate i bulli solo perché questa è una vostra materia di studio. Allora io adesso mi metto a parlare di John Rawls e vediamo se lo conoscete...»

«Iris, scusami...»
«Dimmi, Shahrazade»
«Questa storia ha un colpo di scena? Un finale al cardiopalma? Una costruzione narrativa che faccia sì che mio marito rimandi la nostra morte a domani, ancora una volta?»
«Beh, poi Oris e Pezzetta hanno iniziato a fare il Tesla Test ai nostri amici e un buon cinquanta percento non sapeva chi fosse uno degli uomini che ha contribuito all'inizio della seconda rivoluzione industriale...»
«Mmh...»
«Poi c'è questa cosa che Tesla era un soggetto molto particolare: un igienista asessuato che pretendeva diciotto tovaglioli impilati di fianco al suo piatto, quando mangiava, e che soggiornava in albergo solo se il numero della sua camera era divisibile per tre...»
«Altro?»
«Non so: un'altra cosa è che il mio nome è comparso nei ringraziamenti di un libro scritto da un tipo con il quale non parlo da un anno...»
«E questo che c'entra?»
«No, è che volevo chiederti: secondo te mi ha ringraziato per il fatto che non gli parlo più da un anno?»
«Mmh. Questo è un affare in cui ci può aiutare Shahzaman o Shazam, come lo chiami tu. Se lo avviciniamo a questa storia potrà dirci tutto quello che non sappiamo»

Shazam non ha citofonato, non sappiamo se ha fatto le scale o se ha preso l'ascensore; io, Oris, Pezzetta e Shahrazad sappiamo solo che ce lo siamo ritrovati sull'uscio che trascinava una bobina di Tesla su un carrettino rosso, come Jack White in Coffee and Cigarettes.
«Direi che è inutile chiederti se sai chi è Tesla...»
«Sono un coiler, sono qui per darvi tutte le risposte, ma prima dovete indossare questi...»
Ci ha passato quattro paia di fantastici occhiali steampunk da scienziati pazzi (Pezzetta era esaltatissimo) e poi ci ha detto: «Dovete immaginare la Terra come un conduttore di risonanza acustica» e ha messo in funzione la bobina.

«Shahrazad, ma questo che c'entra con il tizio che mi ha messo nei ringraziamenti del suo libro?»
«Non lo so, ma di certo è un gran finale!»

Pare che Shazam non sia più lo stesso da quando Seven Nation Army è diventata Pó popoppó popó pó, ma almeno sa chi è Tesla e Pezzetta ha trovato un nuovo amico.

martedì 10 febbraio 2015

Galleggianthè

Se avessi potuto scegliere, io avrei voluto una voce fuoricampo
Ehi tu, Dio!”, gli avrei detto “Non darmi tutte queste tette, dammi una voce fuoricampo”

A un certo punto, in un giorno qualsiasi, senza che nessuno abbia fatto niente di male, si rompe lo scarico del bagno. Succede nelle migliori famiglie; figuriamoci nella nostra.
Pezzetta, in queste occasioni, si veste da maschio alfa e inizia a galleggiare.
«Galleggiare: v. intr. – Stare a galla, mantenersi, o avere la capacità di mantenersi, alla superficie di un liquido, di una massa d'acqua», ha urlato con sdegno il vocabolario, dal secondo scaffale della libreria.
«Stai calmo, eh! Usavo galleggiare in un altro senso, intendevo che inizia a fare il galletto del pollaio: secondo me, ci sta. Dai, non fare il conservatore! Per piacere, guardalo. Guarda come galleggia...»
Da quando, oltre alla barba, Pezzetta si è fatto crescere anche i capelli, sembra Francesco Guccini negli anni settanta e finisce che, quando si veste da maschio alfa, più che altro somiglia a un Alfa-Alfa con la barba: una simpatica canaglia di un metro e ottanta, uno steccolecco con la brillantina.
«Ci penso io ad aggiustare lo scarico», ci ha detto.
«Pensare: v. intr. - Sinonimo di ragionare, riflettere, considerare, meditare, rimuginare. Contrario di fare, agire», ha sussurrato il vocabolario, con la voce sconsolata di chi sa che Pezzetta è un gallo ponderatore: per lui procrastinare è sinonimo di fare le cose come devono essere fatte.
«Sei sicuro che ci pensi tu?», gli ha chiesto Oris, mentre lui iniziava l'osservazione esterna dello sciacquone e si leccava un dito per capire da che parte tirava il vento.
Lui ha gonfiato il petto alla maniera di Gaetano, il gallo partenopeo della mia amica SS che, istintivo come un combattente celtico sotto la guida di Vercingetorige, ha sottomesso tutte le galline, il cortile, la famiglia, la casa e i fidanzati di SS, pure quelli alti e imponenti come brachiosauri.
Ovviamente, io ho proposto di buttare un po' di Estathè nella vaschetta di ceramica: poteva essere utile per sgorgare i tubi o per far ringalluzzire la batteria di scarico; ma Pezzetta, a quel punto, aveva già pinze, giraviti e una chiave a pappagallo sull'ultimo gradino della sua scala pieghevole e stava facendo roteare in aria il galleggiante, le ghiere, le guarnizioni e la batteria.
«Sto riflettendo sul da farsi», ci ha detto, senza smettere di lanciare oggetti in aria.
«Se ti metti il tubo del galleggiante in bilico sul naso, ti lasciamo un'offerta nel bidet», abbiamo risposto in coro io, Oris e il vocabolario.
«Bidè: s. m. - dal fr. bidet, propr. 'piccolo cavallo'...»
«Comunque, Iris, ti vorrei far notare che questo vocabolario sta simpatico solo a te», mi ha screziato Oris.
«Iris, diglielo, forza: è arrivato il momento!», ha detto il vocabolario per rispondere allo screzio; ma io non ce l'ho fatta.

Dopo sette ore, tre conversazioni con l'omino del ferramenta e svariati scarichi non soddisfacenti, Pezzetta era talmente fuori di sé che ha iniziato a litigare con Oris per come la poverina aveva passato l'anticalcare nella vasca e, nella foga, continuava a chiamarlo: antecalcare. Io ho trovato questo nome così geniale che ho cercato di aggiungerlo a penna sul vocabolario, ma quest'ultimo mi ha chiuso le pagine in faccia, minacciando di fare la spia e confessare al mio posto quello che stavo continuando a tacere.
«Se fossimo in un ufficio marketing, antecalcare sarebbe il naming dell'anno. Ante calcareum natum...»
«Forse galleggiare può anche voler dire essere sospesi nella menzogna, come te adesso. Aggiungiamo questo secondo significato sulla mia definizione!», ha detto il vocabolario.
«Oris, sai che forse 'sto vocabolario non sta più tanto simpatico nemmeno a me?»

Era già notte quando Pezzetta è arrivato in cucina sudato e sconvolto e ci ha comunicato che, nonostante avesse aggiustato il galleggiante, lo scarico non funzionava e che, per non deprimersi, aveva dovuto ripassare l'anticalcare nella vasca per due volte.
Da Gaetano a brachiosauro; da brachiosauro a brecciolino dell'aia dei polli di SS: una débâcle.
«Àia: s. f. - ...»
«Oh, ahia!», ha detto Pezzetta, quando Oris gli ha picchiato il vocabolario sulla testa: «Se non lo sai fare, chiamiamo un idraulico, ma dillo! Per una volta, ammetti di aver sbagliato...»
«A proposito di errori, c'è una cosa che vi devo dire», ho annunciato con solennità per evitare che Oris e Pezzetta si mettessero a litigare; e poi ho confessato.
Ero stata così esaltata dalla storia del cardellino che mangiava il Ficus Benjamin di mia madre che non mi sono preoccupata di controllare se si trattava veramente di un cardellino, mi sono fidata di quello che mio padre le aveva detto.
Ogni volta che passavo vicino alla libreria, però, sentivo una voce che diceva: «Cardellino: s. m. – Piccolo uccello passeraceo...»; sono riuscita a ignorarla solo fino a un certo punto.
Quando mi sono fermata a sentire la fine della frase, l'amara scoperta: il cardellino è noto per la mascherina rosso scarlatto che gli circonda gli occhi. Lino, il mio cardellino, è azzurro e giallo. Quindi, molto semplicemente, Lino non è un cardellino.
«Che amarezza!», ha commentato Pezzetta, riempiendo il galleggiante di Estathè: «Magari l'Estathè aggiusta tutto...»
Oris gli ha provato la febbre con una mano: «Non è che hai respirato troppo anticalcare?».

Siamo andati tutti in bagno a sostenere Pezzetta e, con l'aiuto di Google Immagini, io e il vocabolario abbiamo iniziato una ricerca per risolvere l'arcano del mio uccellino grasso.
Ma neanche il mio grande amico Yahoo Answers ha saputo aiutarmi.
Poi, subito prima che Pezzetta provasse di nuovo galleggiante e che noi, con le zampette incrociate, sperassimo nel miracolo, è arrivata l'illuminazione.
Jonathan Franzen, Libertà, la dendroica cerulea.
A partire da quell'altro famosissimo uccellino letterario, sono arrivata a un link inaspettato e risolutivo: la famiglia delle Cince.
Lino non è Lino, ma Lella.
Lella la cinciarella, parente della cinciallegra, della cincia mora, della cincia dal ciuffo, di quella bigia, dell'azzurra, della siberiana e della dalmatina. 
Ecco.

A un certo punto, in un momento qualsiasi, senza che nessuno abbia fatto niente di buono, lo scarico ricomincia a funzionare. Succede nei migliori pollai; figuriamoci nel nostro.

giovedì 22 gennaio 2015

Il carthèllino

Se avessi potuto scegliere, io avrei voluto una voce fuoricampo
Ehi tu, Dio!”, gli avrei detto “Non darmi tutte queste tette, dammi una voce fuoricampo”

«Io vorrei sapere dove mi state portando», ha sussurrato Oris, coprendo il microfono dell'iPhone, mentre scendevamo dal Monte Lupone, dove eravamo stati a trovare un pezzo della nostra famiglia.
«Credo mi stiano rapendo. Non puoi capire», ha poi sentenziato al suo interlocutore telefonico: «Siamo in una lingua d'asfalto nei meandri di una foresta. Ci sono delle mucche in mezzo alla strada. Aiuto». Anche la macchina di Pezzetta, Fusette, era un po' preoccupata quando, in bilico sull'Antiappenino laziale, abbiamo incontrato il segnale di attraversamento animali domestici, prima, e quello di attraversamento animali selvatici, poi. E infatti, siamo entrati in contatto con tre mucche, cinque cavalli, un'istrice, una faina, due topi -di cui forse uno era uno scoiattolo, cinque cani e una volpe: ma solo perché era notte e la visuale non era abbastanza sgombra da poter apprezzare ancora più fauna.
«Potevamo morire», ha detto Oris quando siamo arrivati sani e salvi a casa dei nostri genitori.
«E jaaa! Che esagerata!», le ha risposto Pezzetta: «C'erano i cartelli, era tutto segnalato...».
Ne è seguita una discussione molto animata, quasi animale, per capire quanto una faccenda sia meno spaventosa se ti viene annunciata, ratificata, descritta, fatta lampeggiare su un tabellone analitico. Chiaramente, è stata una discussione infinita perché Pezzetta è capace di argomentare pure sulla piegatura delle fascette per montare i pedali sulla sua pedaliera e Oris ha una resistenza olimpionica al contraddittorio, esercitata in anni di litigi mattutini sulle responsabilità penali di Pezzetta riguardo alla mise en place della colazione.
Allora li ho chiusi fuori, in terrazzo, e ho appeso il cartello Non disturbare, per godermi un bicchiere di Estathè in cucina.

La mia è una vita fatta di foglietti e avvertimenti, di cose che so di non dover fare e poi faccio, di liste, annunci e dettami, post it e piccoli mantra quotidiani che non servono a niente.
Buongiorno.
Oggi: fare una passeggiata.
Mad Men 07x01: abbi il coraggio.
Non scrivere più a Babbo Natale.
Mostra sui numeri: vacci da sola, tanto non ci verrà nessuno.
Conferenza di Claudio Bartocci il 29 gennaio: ahahah! Invece qui non ti manderanno da sola, no no no. Credici. Prova a dire «L'irragionevole bellezza dei numeri», vedrai quanti calci in culo.
Questo penso, mentre mi rendo conto che mia madre, come al solito, ha lasciato l'Estathè fuori dal frigo e che sono davvero poche le possibilità che ci siano dei cubetti di ghiaccio in freezer, visto che è inverno.
Ma ci provo.
Rapa 10.10.2014
Fagiuolini 13.12.2014
Cinghiale 24.12.2014
Erba pazza 02.11.2014
Iris, questa è tutta ROBBA TUA
E poi il capolavoro, un pacchetto anonimo con sopra soltanto una data: 15.11.200014.
Da dentro il congelatore, nonno Peppino ci parla con bigliettini provenienti dal passato prossimo di un futuro distopico. Chissà cosa si nasconde in quei messaggi, chissà cosa vuole dirci.
I miei nonni sono l'enigma più arzigogolato della mia vita: nemmeno Alan Turing verrebbe a capo della sciarada di numeri telefonici dell'agendina di mio nonno (che lui, per confonderci, chiama La mia Argentina); nemmeno Alan Turing potrebbe decodificare i cassetti di mia nonna, pieni di vestiti nuovi con tanto di cartellini, che lei compra ma non usa mai («Potranno essere affari miei?», ci dice sempre).
Indicazioni, segreti, números de teléfono.
«Quelle sono le cose che nonno e nonna vi hanno preparato per il duro inverno di Roma. Ve le portate?»
«Certo», dico a mia madre, con la mano tremante di Estathè caldo e gli occhi pieni di rimprovero. Fusette lo sa che quando torniamo a casa deve travestirsi da camion per grandi sollevamenti e trasporti eccezionali.

[«State traslocando in questo palazzo?», mi ha detto una volta un condomine ignaro della gittata cardiaca del pozzetto dei miei nonni.
«Veramente, viviamo qui da due anni», ho risposto io, l'anonima inquilina del secondo piano. Lui mi ha guardato perplesso fino a quando non è arrivata Oris e allora ha cercato di pacificarsi con il suo stupore, dicendole: «Non conoscevo questa ragazza del palazzo. E lei?».
«Non la conosce nessuno, non si preoccupi. Le prometto che la doteremo di un badge identificativo, molto presto.»]

«Mamma, perché ti ostini a lasciare l'Estathè fuori dal frigo? Lo sai che lo odio...»
«Scusa, hai ragione. Come posso farmi perdonare?»
«Potresti leggere il libro che sto leggendo, per esempio. È di 900 pagine: è bellissimo»
«Iris, 900 pagine? E come lo tengo dritto?»
Lo so che quello che sto per dire ha dell'incredibile e che sarà sorprendente anche se lo sto annunciando, se sto mettendo le mani avanti, se sto cercando di prepararvi, ma è successo. Prima che potessi aggiungere altro alla mia richiesta, tipo una cartolina sul frigo con su scritto DonnaTartt.Pulitzer.2014, abbiamo sentito bussare alla finestra e mia madre ha urlato: «Eccolo. Viene tutti i giorni, non ce la faccio più: si sta mangiando il mio Ficus Benjamin, me lo sta sminuzzando, foglia per foglia, e poi mi graffia la finestra. L'anno scorso c'era il merlo che mangiava le bacche del Ligustro e adesso lui...»
«Ma lui chi?»
«Il cardellino»
Il bicchiere di Estathè mi è caduto dalle mani.
Sono rimasta in contemplazione di Lino, il mio nuovo amico cardellino, per tutto il tempo del suo pranzo. L'ho fotografato attraverso il vetro e l'ho mandato a una mia amica, che mi ha detto: «Mi pare grasso».
«Forse perché da selvatico sta diventando domestico», le ho risposto, mentre Lino colorava di feci il davanzale di mia madre e lei gli urlava: «Ho un fucile, Lino. Se non ti comporti bene, ti ammazzo».

Ho preso il libro della Tartt per farlo vedere a mia madre e dimostrarle che non stavo mentendo sul titolo e ho anche riaperto la finestra del terrazzo per avere testimoni, perché Oris e Pezzetta potessero apprezzare lo splendore di quel piccolissimo volatile. Nessuno poteva crederci.
Su un post it, ho scritto: «Lino, hai vinto il Pulitzer» e l'ho attaccato sulla copertina del mio libro per poterlo mostrare al cardellino.
«Il vetro è uno specchio unidirezionale e adesso è giorno», mi ha detto mia madre: «Non può vederti».

Oris ha coperto la sua bocca verso il microfono dell'iPhone e ha detto: «Non puoi capire. Mia sorella sta cercando di far leggere un cartellino a un cardellino. Questa giungla mi distrugge.»
Pezzetta, dall'altra parte del telefono, le ha risposto: «Questo non vuol dire che avevi ragione tu sui segnali stradali. Ho altre motivazioni da esporre».

Caro Lino, a Roma ho un giacinto, una tradescantia pallida, tre narcisi e un ciclamino. Posso portare pure l'Argentina di mio nonno, se ti piace.
Vieni a trovarmi, ti prego.
Mi riconoscerai: ho un badge con su scritto Iris Versicolor, bevitrice d'estathè, secondo piano.

venerdì 9 gennaio 2015

Controcorrenthè

Se avessi potuto scegliere, io avrei voluto una voce fuoricampo
Ehi tu, Dio!”, gli avrei detto “Non darmi tutte queste tette, dammi una voce fuoricampo”

Io, Oris e Pezzetta detestiamo il Capodanno: quindi, di solito, organizziamo un contro-veglione che è una semplice cena. Cuciniamo tantissimo e, poi, a tutti quelli che ci chiamano il pomeriggio del 31 per chiederci che programmi abbiamo, rispondiamo: «Facciamo una cena a casa. Vieni, se vuoi...». Facendo così, l'anno scorso abbiamo raccattato chiunque e poi siamo finiti a bere amari in un baraccio sotto casa. Praticamente: un trionfo.
Quest'anno, però, abbiamo deciso che volevamo fare una cosa ancora più alternativa, un'alternativa all'alternativa, e ci siamo molto interrogati su cosa potesse essere.
A introdurre la pesca al salmone tra le montagne dello Yemen ci aveva già pensato Torday. A far sognare pecore elettriche agli androidi ci aveva già pensato Philip Dick. Alla possibilità di infilarsi in un cunicolo dietro a un mobile di un'azienda situata al settimo piano e mezzo di un grattacielo di New York e essere John Malkovich ci avevano già pensato Spike Jonze e Charlie Kaufman (che è anche stato mia amata voce fuoricampo).
Potevamo far cambiare colore di capelli a Oris, visto che il pensiero le era stato già instillato dalla botta di allergia al biondo platino avuta la notte prima del matrimonio della sua migliore amica (grazie al cielo ha smesso di essere paonazza prima della cerimonia -anche se una testimone di nozze con la pelle fucsia sarebbe stato un esperimento interessante), ma la sua parrucchiera ha detto di no. E anche Oris non era troppo convinta.

Quindi, visto che era la settimana più fredda dell'anno, abbiamo deciso di andare in Valpolicella, a prendere il fresco vero, quello che ti penetra nelle ossa e rimane con te fino a inizio giugno. Ci ha ospitati Sandokan, a Pescantina, un paese vicino a Negrar, dove è cresciuto suo padre (Emilio Salgari), e quando siamo arrivati, bardati come se Verona fosse al Polo Nord, lo abbiamo trovato in camicetta e turbante che ci guardava come si guardano dei pazzi.
«Spero tu mi abbia comprato l'Estathè», ho esordito, invece di dire Ciao.
«Valpo, Amarone, Soave, Recioto e Estathè: tutte le bottiglie sono pronte», mi ha risposto lui, con quell'accento delicatissimo da voce fuoricampo del nordest, sguainando la scimitarra per fare un po' di scena.

Pezzetta, all'ultimo momento, ci ha abbandonati e forse, proprio per questo, il Capodanno è stato ancora più assurdo di quanto potesse essere, ancora più alternativo: Oris, tutte le mattine, ha pianto l'assenza della colazione, preparata dalle sue mani sapienti, sulla spalla alcolica della povera Irisetta -che allungava il caffè con la grappa di Amarone Barrique per sopportarla (eravamo due Iris e un'Irisetta, Sandokan, una SS partenopea, un Ukulele emigrato a Berlino e Yanez de Gomera, corsaro veronese fratello di Sandokan, che ha avuto l'ardire di finirsi la mia bottiglia di Estathè e per questo sarà maledetto -lui e tutta la sua stirpe- a bere thè freddo liofilizzato per sempre, nei secoli dei secoli).
Principalmente, per tutto il tempo, abbiamo avuto freddo e fame: quindi, principalmente, per tutto il tempo, abbiamo bivaccato nella cucina di Sandokan, pasteggiando, impastellando e friggendo pure le bottiglie di Estathè.
«Scarpa larga e goto pien, ciapa la vita come la vien...»
«Sandokan, tutti quegli anni in Malesia non hanno scalfito per niente la tua veronesità...»
«Sì, ma mi mancano le mie avventure in mare. L'Adige non mi dà le stesse soddisfazioni...»

È stato a quel punto che ci è venuta l'idea geniale: per rendere il nostro Capodanno un romanzo d'avventura popolare, con un pathos puntato verso il rischio di assideramento, ce ne siamo andati alle terme. Per convincermi del tutto, siccome la staticità mi annoia e non sono capace di rilassarmi, mi hanno detto che, nel percorso esterno dei bagni termali -sì, ho proprio detto percorso esterno nella settimana più fredda dell'anno- c'era un fiume da risalire controcorrente.
Fin dal principio abbiamo rasentato la perfezione assoluta: grotte kitsch, acqua calda, cocktail direttamente in acqua, corse al gelo su finta roccia umida per passare da una piscina esterna all'altra e Oris con la perenne paura di essere sul punto di morire («Ma anche voi avete i polpastrelli raggrinziti? Anche voi sentite l'acqua calda? Anche voi avete cinque dita per arto? Anche voi vedete tutta questa gente intorno a noi? Anche voi vi sentite bagnati da quest'acqua? Non è che mi sta succedendo qualcosa?»).
E poi l'apoteosi: il fiume.
Ci sentivamo pronti alla prova fisico-terapeutica di risalire la corrente.
Senonché.
Dal percorso arrivavano urla di giubilo e la grande velocità con la quale la gente lo affrontava aveva qualcosa di strano. Beh, nessuno, giuro, nessuno lo stava percorrendo controcorrente, si lasciavano tutti trasportare dal fluire degli eventi, con grande e immensa gioia.
«Ma anche voi sentite una corrente fortissima?», ha chiesto Oris quando ci siamo buttati a fare quello che tutti gli altri stavano facendo.
«Oris, a occhio e croce: non morirai, oggi...»

Abbiamo fatto un giro, due giri, tre giri: non ce la facevamo a fermarci, non ce la facevamo a essere gli unici pesantoni che abbracciano la fatica della risalita alle nove di sera, in Valpolicella, con il corpo diviso tra la piscina di quaranta gradi e l'aria esterna di meno due. Non ce la facevamo a essere controcorrente, contro il veglione, contro l'oroscopo di Branko, contro i brindisi, contro il freddo, contro gli inglesi colonizzatori, contro chi visualizza e non risponde, contro le ex-fidanzate di Sandokan e contro il thè alla pesca. Non ce la facevamo a essere contro il Müller Thurgau.
Quindi, molto semplicemente, abbiamo lasciato che la corrente ci portasse dove voleva, anzi, per andare ancora più veloci ci siamo messi a nuotare.

Oris, che pensa che raccogliere i panni dallo stendino sia la misura massima dello sforzo quotidiano possibile, si è appesa ai miei fianchi e io l'ho lasciata fare.
«Ammazza, come andiamo veloci!», mi ha detto e poi ha spinto Sandokan a provare.
Lui mi è balzato sulla schiena manco fossi la sua tigre da tiro, ha arpionato le bretelle del pezzo di sopra del mio costume a mo' di briglie e ha urlato: «Sono in groppa a una scrittrice!».
Purtroppo, quella mia voce fuoricampo l'hanno sentita tutti: bucanieri, filibustieri, Perle di Labuan, perfino Pezzetta (che non ha mai smesso di essere al telefono con Oris). Ci hanno guardati, qualcuno ha riso e io mi sono vergognata tantissimo.
L'ho disarcionato e mi sono avventurata a risalire il fiume controcorrente, insieme a un paio di vecchi -gli unici coraggiosi- e alla sigla di Sandokan che mi risuonava nel cervello.

Il 2015 è appena iniziato e già sembra una giungla nera.
Propongo di sbronzarci di Estathè e cantare:
Sandokan Sandokan
dammi forza 
ogni giorno ogni notte 
coraggio verrà.

mercoledì 24 dicembre 2014

Letthère d'amore

Se avessi potuto scegliere, io avrei voluto una voce fuoricampo
Ehi tu, Dio!”, gli avrei detto “Non darmi tutte queste tette, dammi una voce fuoricampo”

Prima di avere un computer, all'inizio degli anni duemila, io tiravo le fila di molti carteggi: aspettavo i postini, strappavo male le buste, bestemmiavo contro le Poste Italiane e alimentavo il falso mito di intingere le mie parole nell'inchiostro -grazie al fatto di aver comprato quella penna bic a piuma che vedete infilata nell'Estathè nell'immagine di copertina di questo blog. In un Natale di parecchi anni fa qualcuno mi regalò perfino un tagliacarte che sembrava un pugnale barocco, così che potessi sentirmi sempre più romantica e smettere di stracciare male le buste.
Da quando ho avuto un computer, nonostante una prova di resistenza iniziale, ho smesso di leccare francobolli e scrivere indirizzi: ho iniziato a curare i miei rapporti epistolari in maniera più diretta, più semplice e paradossalmente più intensa.
Non vorrei passare per una nostalgica perché non lo sono: è vero che quando Oris mi ha regalato il mio primo smartphone le ho detto «Grazie di avermi rovinato la vita...», ma posso ammettere con tranquillità che senza l'App RomaBus, mi sentirei una bambina perduta, un vettore libero, una forza non applicata.
Vivendo chiusa a riccio nelle mie confortevoli stanze, se non ci fossero Facebook, Gmail e Whatsapp non saprei assolutamente niente del mondo.

«Iris, quest'anno non ho ricevuto la tua letterina...»
«Babbo Natale, ti ho mandato dei messaggi vocali mentre ero a Torino. E' stato un mese confuso questo, non ho avuto il tempo di stilare una lista di desideri...»
«Non capisco perché mi chiami Babbo Natale, Iris: io sono Fernando Pessoa»
«Ah, chiedo scusa. Forse è per questo che non ti sono arrivate le mie richieste, Fernando: non ho il tuo numero...»

In totale, ho mandato tre whatsapp vocali per Natale (lo so che è un'orrenda sineddoche questa, e che, visto il panegirico sulle lettere di carta, l'inchiostro e i pugnali barocchi, mi dovrei vergognare, ma non posso fermare io il progresso, non posso autoescludermi dalla possibilità di scaricare sul mio telefono iFrusta e scudisciare sonoramente la schiena di Pezzetta tutte le volte che finisce per fare quello che Oris gli chiede di fare):

  1. Prima di salire sul palco di Fahrenheit, in concorso per Libro dell'Anno (in quanto libro del mese di Novembre): «Babbo, ti prego, fa che io non vomiti addosso al cantante dei Tre Allegri Ragazzi Morti, pure se quel vestito da mammuth assorbirebbe tutto il mio conato senza conseguenze».
  2. Prima di arrivare a Torino, per andare a conversare con i ragazzi della Holden: «Babbo, non ti chiedo molto: fai che ci sia l'Estathè, fai che piova Estathè, fai che il Po si riempia di Estathè».
  3. A seguito della scoperta che anche Pezzetta, come Oris, ha stabilito un certo feeling con gli esercenti del nostro quartiere: «Babbo, una domanda: perché sono l'unica della famiglia che viene trattata male dai commessi del Conad? Ti spiego: l'omino del ferramenta a Pezzetta gli fa i buchi gratis per la pedaliera ogni tre giorni e il pizzaiolo gli regala due chili di pizza per Natale. Il fruttivendolo ha stretto amicizia solo con Oris e tutte le bariste di Roma le fanno i complimenti per i suoi capelli, senza contare che ho visto autobus fermarsi a incroci non segnalati su Romabus per farla salire. Perché uno sconosciuto mi sta rimproverando, minacciando di tagliare il mio bancomat solo perché non sapevo che i bancomat scadono e non mi ero accorta di averne uno nuovo nella cassetta delle lettere? Vedi che succede a non aspettare più i postini con ansia?».

«Iris, Babbo Natale non esiste»
«Fernando...»
«Io non sono più Fernando Pessoa, se mai lo sono stato, sono Ricardo Reis...»
«Ricardo, io te lo dico: guarda che questi del Conad, se scoprono la storia dei tuoi eteronimi, ti tagliano il bancomat»
«Ricardo? Alberto Caeiro vorrai dire...»
«Senti, io ti posso chiamare pure Bernardo Soares, questo non cambia il fatto che non hai ancora visualizzato il mio messaggio su Facebook in cui ti ringrazio per la benedizione di quella sala da thè sabauda nella quale alla mia domanda Avete del thè freddo? mi è stato risposto Sì, ma purtroppo solo Estathè. Può andare?»

Quando ha visualizzato il mio messaggio su Facebook, Fernando Ricardo Bernardo Alberto, era Àlvaro de Campos e mi ha scritto una poesia. Io stavo impacchettando i regali di Natale quando l'ho letta, in particolare un libro che doveva essere spedito. La poesia, famosa, è quella che dice che tutte le lettere d'amore sono ridicole, che non sarebbero lettere d'amore se non fossero ridicole. Quello che non mi ricordavo è che la poesia finisce con una parentesi:
(Tutte le parole sdrucciole
come tutti i sentimenti sdruccioli
sono naturalmente
ridicole)
Io, quando mi chiedono la pronuncia del mio cognome, rispondo sempre che sono sdrucciola. E in quanto ragazza sdrucciola, invisa ai commercianti, che per avere un antibiotico senza ricetta è costretta a spingere Pezzetta verso la farmacia scaricandogli contro iFrusta come se fosse un termometro, io mi sento molto ridicola.
Quindi ho preso l'antibiotico (che ovviamente gli hanno dato, a quel barbone di Pezzetta), ho scritto una lettera d'amore e l'ho messa in mezzo a quel libro che stavo impacchettando.
Poi ho chiesto a Oris e a Fernando Pessoa di andarmela a spedire.

«Sono entrata alla Posta, brandendo il pacco e urlando Fatemi passare, fatemi passare, ho una lettera d'amore qui... Tutti si sono fatti indietro, mi hanno lasciato spazio. Io ho compilato la raccomandata, mentre la folla rumoreggiava di attesa. Poi, quando l'impiegato ha lanciato il pacco nella cassa che stava per partire, è scattato l'applauso. Fernando ha recitato la poesia, un'anziana è svenuta, è partito un pezzo di Vecchioni e il mondo ha ricominciato ad avere un senso...»
«Speriamo che Babbo Natale mi ricambi, allora»
«Ma, poi, tutto questo casino della lettera d'amore era per chiedergli di farti passare il dolore al dente del giudizio, visto che non puoi prendere gli antidolorifici?»
«Sai, non ascolta i miei messaggi vocali su Whatsapp...»
«Che vecchio»


Countdown non ti temo. Duemilaquindici ti aspetto. Babbo Natale ti amo.