Memorie di una bevitrice di Estahè

Memorie di una bevitrice di Estahè

giovedì 22 gennaio 2015

Il carthèllino

Se avessi potuto scegliere, io avrei voluto una voce fuoricampo
Ehi tu, Dio!”, gli avrei detto “Non darmi tutte queste tette, dammi una voce fuoricampo”

«Io vorrei sapere dove mi state portando», ha sussurrato Oris, coprendo il microfono dell'iPhone, mentre scendevamo dal Monte Lupone, dove eravamo stati a trovare un pezzo della nostra famiglia.
«Credo mi stiano rapendo. Non puoi capire», ha poi sentenziato al suo interlocutore telefonico: «Siamo in una lingua d'asfalto nei meandri di una foresta. Ci sono delle mucche in mezzo alla strada. Aiuto». Anche la macchina di Pezzetta, Fusette, era un po' preoccupata quando, in bilico sull'Antiappenino laziale, abbiamo incontrato il segnale di attraversamento animali domestici, prima, e quello di attraversamento animali selvatici, poi. E infatti, siamo entrati in contatto con tre mucche, cinque cavalli, un'istrice, una faina, due topi -di cui forse uno era uno scoiattolo, cinque cani e una volpe: ma solo perché era notte e la visuale non era abbastanza sgombra da poter apprezzare ancora più fauna.
«Potevamo morire», ha detto Oris quando siamo arrivati sani e salvi a casa dei nostri genitori.
«E jaaa! Che esagerata!», le ha risposto Pezzetta: «C'erano i cartelli, era tutto segnalato...».
Ne è seguita una discussione molto animata, quasi animale, per capire quanto una faccenda sia meno spaventosa se ti viene annunciata, ratificata, descritta, fatta lampeggiare su un tabellone analitico. Chiaramente, è stata una discussione infinita perché Pezzetta è capace di argomentare pure sulla piegatura delle fascette per montare i pedali sulla sua pedaliera e Oris ha una resistenza olimpionica al contraddittorio, esercitata in anni di litigi mattutini sulle responsabilità penali di Pezzetta riguardo alla mise en place della colazione.
Allora li ho chiusi fuori, in terrazzo, e ho appeso il cartello Non disturbare, per godermi un bicchiere di Estathè in cucina.

La mia è una vita fatta di foglietti e avvertimenti, di cose che so di non dover fare e poi faccio, di liste, annunci e dettami, post it e piccoli mantra quotidiani che non servono a niente.
Buongiorno.
Oggi: fare una passeggiata.
Mad Men 07x01: abbi il coraggio.
Non scrivere più a Babbo Natale.
Mostra sui numeri: vacci da sola, tanto non ci verrà nessuno.
Conferenza di Claudio Bartocci il 29 gennaio: ahahah! Invece qui non ti manderanno da sola, no no no. Credici. Prova a dire «L'irragionevole bellezza dei numeri», vedrai quanti calci in culo.
Questo penso, mentre mi rendo conto che mia madre, come al solito, ha lasciato l'Estathè fuori dal frigo e che sono davvero poche le possibilità che ci siano dei cubetti di ghiaccio in freezer, visto che è inverno.
Ma ci provo.
Rapa 10.10.2014
Fagiuolini 13.12.2014
Cinghiale 24.12.2014
Erba pazza 02.11.2014
Iris, questa è tutta ROBBA TUA
E poi il capolavoro, un pacchetto anonimo con sopra soltanto una data: 15.11.200014.
Da dentro il congelatore, nonno Peppino ci parla con bigliettini provenienti dal passato prossimo di un futuro distopico. Chissà cosa si nasconde in quei messaggi, chissà cosa vuole dirci.
I miei nonni sono l'enigma più arzigogolato della mia vita: nemmeno Alan Turing verrebbe a capo della sciarada di numeri telefonici dell'agendina di mio nonno (che lui, per confonderci, chiama La mia Argentina); nemmeno Alan Turing potrebbe decodificare i cassetti di mia nonna, pieni di vestiti nuovi con tanto di cartellini, che lei compra ma non usa mai («Potranno essere affari miei?», ci dice sempre).
Indicazioni, segreti, números de teléfono.
«Quelle sono le cose che nonno e nonna vi hanno preparato per il duro inverno di Roma. Ve le portate?»
«Certo», dico a mia madre, con la mano tremante di Estathè caldo e gli occhi pieni di rimprovero. Fusette lo sa che quando torniamo a casa deve travestirsi da camion per grandi sollevamenti e trasporti eccezionali.

[«State traslocando in questo palazzo?», mi ha detto una volta un condomine ignaro della gittata cardiaca del pozzetto dei miei nonni.
«Veramente, viviamo qui da due anni», ho risposto io, l'anonima inquilina del secondo piano. Lui mi ha guardato perplesso fino a quando non è arrivata Oris e allora ha cercato di pacificarsi con il suo stupore, dicendole: «Non conoscevo questa ragazza del palazzo. E lei?».
«Non la conosce nessuno, non si preoccupi. Le prometto che la doteremo di un badge identificativo, molto presto.»]

«Mamma, perché ti ostini a lasciare l'Estathè fuori dal frigo? Lo sai che lo odio...»
«Scusa, hai ragione. Come posso farmi perdonare?»
«Potresti leggere il libro che sto leggendo, per esempio. È di 900 pagine: è bellissimo»
«Iris, 900 pagine? E come lo tengo dritto?»
Lo so che quello che sto per dire ha dell'incredibile e che sarà sorprendente anche se lo sto annunciando, se sto mettendo le mani avanti, se sto cercando di prepararvi, ma è successo. Prima che potessi aggiungere altro alla mia richiesta, tipo una cartolina sul frigo con su scritto DonnaTartt.Pulitzer.2014, abbiamo sentito bussare alla finestra e mia madre ha urlato: «Eccolo. Viene tutti i giorni, non ce la faccio più: si sta mangiando il mio Ficus Benjamin, me lo sta sminuzzando, foglia per foglia, e poi mi graffia la finestra. L'anno scorso c'era il merlo che mangiava le bacche del Ligustro e adesso lui...»
«Ma lui chi?»
«Il cardellino»
Il bicchiere di Estathè mi è caduto dalle mani.
Sono rimasta in contemplazione di Lino, il mio nuovo amico cardellino, per tutto il tempo del suo pranzo. L'ho fotografato attraverso il vetro e l'ho mandato a una mia amica, che mi ha detto: «Mi pare grasso».
«Forse perché da selvatico sta diventando domestico», le ho risposto, mentre Lino colorava di feci il davanzale di mia madre e lei gli urlava: «Ho un fucile, Lino. Se non ti comporti bene, ti ammazzo».

Ho preso il libro della Tartt per farlo vedere a mia madre e dimostrarle che non stavo mentendo sul titolo e ho anche riaperto la finestra del terrazzo per avere testimoni, perché Oris e Pezzetta potessero apprezzare lo splendore di quel piccolissimo volatile. Nessuno poteva crederci.
Su un post it, ho scritto: «Lino, hai vinto il Pulitzer» e l'ho attaccato sulla copertina del mio libro per poterlo mostrare al cardellino.
«Il vetro è uno specchio unidirezionale e adesso è giorno», mi ha detto mia madre: «Non può vederti».

Oris ha coperto la sua bocca verso il microfono dell'iPhone e ha detto: «Non puoi capire. Mia sorella sta cercando di far leggere un cartellino a un cardellino. Questa giungla mi distrugge.»
Pezzetta, dall'altra parte del telefono, le ha risposto: «Questo non vuol dire che avevi ragione tu sui segnali stradali. Ho altre motivazioni da esporre».

Caro Lino, a Roma ho un giacinto, una tradescantia pallida, tre narcisi e un ciclamino. Posso portare pure l'Argentina di mio nonno, se ti piace.
Vieni a trovarmi, ti prego.
Mi riconoscerai: ho un badge con su scritto Iris Versicolor, bevitrice d'estathè, secondo piano.

venerdì 9 gennaio 2015

Controcorrenthè

Se avessi potuto scegliere, io avrei voluto una voce fuoricampo
Ehi tu, Dio!”, gli avrei detto “Non darmi tutte queste tette, dammi una voce fuoricampo”

Io, Oris e Pezzetta detestiamo il Capodanno: quindi, di solito, organizziamo un contro-veglione che è una semplice cena. Cuciniamo tantissimo e, poi, a tutti quelli che ci chiamano il pomeriggio del 31 per chiederci che programmi abbiamo, rispondiamo: «Facciamo una cena a casa. Vieni, se vuoi...». Facendo così, l'anno scorso abbiamo raccattato chiunque e poi siamo finiti a bere amari in un baraccio sotto casa. Praticamente: un trionfo.
Quest'anno, però, abbiamo deciso che volevamo fare una cosa ancora più alternativa, un'alternativa all'alternativa, e ci siamo molto interrogati su cosa potesse essere.
A introdurre la pesca al salmone tra le montagne dello Yemen ci aveva già pensato Torday. A far sognare pecore elettriche agli androidi ci aveva già pensato Philip Dick. Alla possibilità di infilarsi in un cunicolo dietro a un mobile di un'azienda situata al settimo piano e mezzo di un grattacielo di New York e essere John Malkovich ci avevano già pensato Spike Jonze e Charlie Kaufman (che è anche stato mia amata voce fuoricampo).
Potevamo far cambiare colore di capelli a Oris, visto che il pensiero le era stato già instillato dalla botta di allergia al biondo platino avuta la notte prima del matrimonio della sua migliore amica (grazie al cielo ha smesso di essere paonazza prima della cerimonia -anche se una testimone di nozze con la pelle fucsia sarebbe stato un esperimento interessante), ma la sua parrucchiera ha detto di no. E anche Oris non era troppo convinta.

Quindi, visto che era la settimana più fredda dell'anno, abbiamo deciso di andare in Valpolicella, a prendere il fresco vero, quello che ti penetra nelle ossa e rimane con te fino a inizio giugno. Ci ha ospitati Sandokan, a Pescantina, un paese vicino a Negrar, dove è cresciuto suo padre (Emilio Salgari), e quando siamo arrivati, bardati come se Verona fosse al Polo Nord, lo abbiamo trovato in camicetta e turbante che ci guardava come si guardano dei pazzi.
«Spero tu mi abbia comprato l'Estathè», ho esordito, invece di dire Ciao.
«Valpo, Amarone, Soave, Recioto e Estathè: tutte le bottiglie sono pronte», mi ha risposto lui, con quell'accento delicatissimo da voce fuoricampo del nordest, sguainando la scimitarra per fare un po' di scena.

Pezzetta, all'ultimo momento, ci ha abbandonati e forse, proprio per questo, il Capodanno è stato ancora più assurdo di quanto potesse essere, ancora più alternativo: Oris, tutte le mattine, ha pianto l'assenza della colazione, preparata dalle sue mani sapienti, sulla spalla alcolica della povera Irisetta -che allungava il caffè con la grappa di Amarone Barrique per sopportarla (eravamo due Iris e un'Irisetta, Sandokan, una SS partenopea, un Ukulele emigrato a Berlino e Yanez de Gomera, corsaro veronese fratello di Sandokan, che ha avuto l'ardire di finirsi la mia bottiglia di Estathè e per questo sarà maledetto -lui e tutta la sua stirpe- a bere thè freddo liofilizzato per sempre, nei secoli dei secoli).
Principalmente, per tutto il tempo, abbiamo avuto freddo e fame: quindi, principalmente, per tutto il tempo, abbiamo bivaccato nella cucina di Sandokan, pasteggiando, impastellando e friggendo pure le bottiglie di Estathè.
«Scarpa larga e goto pien, ciapa la vita come la vien...»
«Sandokan, tutti quegli anni in Malesia non hanno scalfito per niente la tua veronesità...»
«Sì, ma mi mancano le mie avventure in mare. L'Adige non mi dà le stesse soddisfazioni...»

È stato a quel punto che ci è venuta l'idea geniale: per rendere il nostro Capodanno un romanzo d'avventura popolare, con un pathos puntato verso il rischio di assideramento, ce ne siamo andati alle terme. Per convincermi del tutto, siccome la staticità mi annoia e non sono capace di rilassarmi, mi hanno detto che, nel percorso esterno dei bagni termali -sì, ho proprio detto percorso esterno nella settimana più fredda dell'anno- c'era un fiume da risalire controcorrente.
Fin dal principio abbiamo rasentato la perfezione assoluta: grotte kitsch, acqua calda, cocktail direttamente in acqua, corse al gelo su finta roccia umida per passare da una piscina esterna all'altra e Oris con la perenne paura di essere sul punto di morire («Ma anche voi avete i polpastrelli raggrinziti? Anche voi sentite l'acqua calda? Anche voi avete cinque dita per arto? Anche voi vedete tutta questa gente intorno a noi? Anche voi vi sentite bagnati da quest'acqua? Non è che mi sta succedendo qualcosa?»).
E poi l'apoteosi: il fiume.
Ci sentivamo pronti alla prova fisico-terapeutica di risalire la corrente.
Senonché.
Dal percorso arrivavano urla di giubilo e la grande velocità con la quale la gente lo affrontava aveva qualcosa di strano. Beh, nessuno, giuro, nessuno lo stava percorrendo controcorrente, si lasciavano tutti trasportare dal fluire degli eventi, con grande e immensa gioia.
«Ma anche voi sentite una corrente fortissima?», ha chiesto Oris quando ci siamo buttati a fare quello che tutti gli altri stavano facendo.
«Oris, a occhio e croce: non morirai, oggi...»

Abbiamo fatto un giro, due giri, tre giri: non ce la facevamo a fermarci, non ce la facevamo a essere gli unici pesantoni che abbracciano la fatica della risalita alle nove di sera, in Valpolicella, con il corpo diviso tra la piscina di quaranta gradi e l'aria esterna di meno due. Non ce la facevamo a essere controcorrente, contro il veglione, contro l'oroscopo di Branko, contro i brindisi, contro il freddo, contro gli inglesi colonizzatori, contro chi visualizza e non risponde, contro le ex-fidanzate di Sandokan e contro il thè alla pesca. Non ce la facevamo a essere contro il Müller Thurgau.
Quindi, molto semplicemente, abbiamo lasciato che la corrente ci portasse dove voleva, anzi, per andare ancora più veloci ci siamo messi a nuotare.

Oris, che pensa che raccogliere i panni dallo stendino sia la misura massima dello sforzo quotidiano possibile, si è appesa ai miei fianchi e io l'ho lasciata fare.
«Ammazza, come andiamo veloci!», mi ha detto e poi ha spinto Sandokan a provare.
Lui mi è balzato sulla schiena manco fossi la sua tigre da tiro, ha arpionato le bretelle del pezzo di sopra del mio costume a mo' di briglie e ha urlato: «Sono in groppa a una scrittrice!».
Purtroppo, quella mia voce fuoricampo l'hanno sentita tutti: bucanieri, filibustieri, Perle di Labuan, perfino Pezzetta (che non ha mai smesso di essere al telefono con Oris). Ci hanno guardati, qualcuno ha riso e io mi sono vergognata tantissimo.
L'ho disarcionato e mi sono avventurata a risalire il fiume controcorrente, insieme a un paio di vecchi -gli unici coraggiosi- e alla sigla di Sandokan che mi risuonava nel cervello.

Il 2015 è appena iniziato e già sembra una giungla nera.
Propongo di sbronzarci di Estathè e cantare:
Sandokan Sandokan
dammi forza 
ogni giorno ogni notte 
coraggio verrà.

mercoledì 24 dicembre 2014

Letthère d'amore

Se avessi potuto scegliere, io avrei voluto una voce fuoricampo
Ehi tu, Dio!”, gli avrei detto “Non darmi tutte queste tette, dammi una voce fuoricampo”

Prima di avere un computer, all'inizio degli anni duemila, io tiravo le fila di molti carteggi: aspettavo i postini, strappavo male le buste, bestemmiavo contro le Poste Italiane e alimentavo il falso mito di intingere le mie parole nell'inchiostro -grazie al fatto di aver comprato quella penna bic a piuma che vedete infilata nell'Estathè nell'immagine di copertina di questo blog. In un Natale di parecchi anni fa qualcuno mi regalò perfino un tagliacarte che sembrava un pugnale barocco, così che potessi sentirmi sempre più romantica e smettere di stracciare male le buste.
Da quando ho avuto un computer, nonostante una prova di resistenza iniziale, ho smesso di leccare francobolli e scrivere indirizzi: ho iniziato a curare i miei rapporti epistolari in maniera più diretta, più semplice e paradossalmente più intensa.
Non vorrei passare per una nostalgica perché non lo sono: è vero che quando Oris mi ha regalato il mio primo smartphone le ho detto «Grazie di avermi rovinato la vita...», ma posso ammettere con tranquillità che senza l'App RomaBus, mi sentirei una bambina perduta, un vettore libero, una forza non applicata.
Vivendo chiusa a riccio nelle mie confortevoli stanze, se non ci fossero Facebook, Gmail e Whatsapp non saprei assolutamente niente del mondo.

«Iris, quest'anno non ho ricevuto la tua letterina...»
«Babbo Natale, ti ho mandato dei messaggi vocali mentre ero a Torino. E' stato un mese confuso questo, non ho avuto il tempo di stilare una lista di desideri...»
«Non capisco perché mi chiami Babbo Natale, Iris: io sono Fernando Pessoa»
«Ah, chiedo scusa. Forse è per questo che non ti sono arrivate le mie richieste, Fernando: non ho il tuo numero...»

In totale, ho mandato tre whatsapp vocali per Natale (lo so che è un'orrenda sineddoche questa, e che, visto il panegirico sulle lettere di carta, l'inchiostro e i pugnali barocchi, mi dovrei vergognare, ma non posso fermare io il progresso, non posso autoescludermi dalla possibilità di scaricare sul mio telefono iFrusta e scudisciare sonoramente la schiena di Pezzetta tutte le volte che finisce per fare quello che Oris gli chiede di fare):

  1. Prima di salire sul palco di Fahrenheit, in concorso per Libro dell'Anno (in quanto libro del mese di Novembre): «Babbo, ti prego, fa che io non vomiti addosso al cantante dei Tre Allegri Ragazzi Morti, pure se quel vestito da mammuth assorbirebbe tutto il mio conato senza conseguenze».
  2. Prima di arrivare a Torino, per andare a conversare con i ragazzi della Holden: «Babbo, non ti chiedo molto: fai che ci sia l'Estathè, fai che piova Estathè, fai che il Po si riempia di Estathè».
  3. A seguito della scoperta che anche Pezzetta, come Oris, ha stabilito un certo feeling con gli esercenti del nostro quartiere: «Babbo, una domanda: perché sono l'unica della famiglia che viene trattata male dai commessi del Conad? Ti spiego: l'omino del ferramenta a Pezzetta gli fa i buchi gratis per la pedaliera ogni tre giorni e il pizzaiolo gli regala due chili di pizza per Natale. Il fruttivendolo ha stretto amicizia solo con Oris e tutte le bariste di Roma le fanno i complimenti per i suoi capelli, senza contare che ho visto autobus fermarsi a incroci non segnalati su Romabus per farla salire. Perché uno sconosciuto mi sta rimproverando, minacciando di tagliare il mio bancomat solo perché non sapevo che i bancomat scadono e non mi ero accorta di averne uno nuovo nella cassetta delle lettere? Vedi che succede a non aspettare più i postini con ansia?».

«Iris, Babbo Natale non esiste»
«Fernando...»
«Io non sono più Fernando Pessoa, se mai lo sono stato, sono Ricardo Reis...»
«Ricardo, io te lo dico: guarda che questi del Conad, se scoprono la storia dei tuoi eteronimi, ti tagliano il bancomat»
«Ricardo? Alberto Caeiro vorrai dire...»
«Senti, io ti posso chiamare pure Bernardo Soares, questo non cambia il fatto che non hai ancora visualizzato il mio messaggio su Facebook in cui ti ringrazio per la benedizione di quella sala da thè sabauda nella quale alla mia domanda Avete del thè freddo? mi è stato risposto Sì, ma purtroppo solo Estathè. Può andare?»

Quando ha visualizzato il mio messaggio su Facebook, Fernando Ricardo Bernardo Alberto, era Àlvaro de Campos e mi ha scritto una poesia. Io stavo impacchettando i regali di Natale quando l'ho letta, in particolare un libro che doveva essere spedito. La poesia, famosa, è quella che dice che tutte le lettere d'amore sono ridicole, che non sarebbero lettere d'amore se non fossero ridicole. Quello che non mi ricordavo è che la poesia finisce con una parentesi:
(Tutte le parole sdrucciole
come tutti i sentimenti sdruccioli
sono naturalmente
ridicole)
Io, quando mi chiedono la pronuncia del mio cognome, rispondo sempre che sono sdrucciola. E in quanto ragazza sdrucciola, invisa ai commercianti, che per avere un antibiotico senza ricetta è costretta a spingere Pezzetta verso la farmacia scaricandogli contro iFrusta come se fosse un termometro, io mi sento molto ridicola.
Quindi ho preso l'antibiotico (che ovviamente gli hanno dato, a quel barbone di Pezzetta), ho scritto una lettera d'amore e l'ho messa in mezzo a quel libro che stavo impacchettando.
Poi ho chiesto a Oris e a Fernando Pessoa di andarmela a spedire.

«Sono entrata alla Posta, brandendo il pacco e urlando Fatemi passare, fatemi passare, ho una lettera d'amore qui... Tutti si sono fatti indietro, mi hanno lasciato spazio. Io ho compilato la raccomandata, mentre la folla rumoreggiava di attesa. Poi, quando l'impiegato ha lanciato il pacco nella cassa che stava per partire, è scattato l'applauso. Fernando ha recitato la poesia, un'anziana è svenuta, è partito un pezzo di Vecchioni e il mondo ha ricominciato ad avere un senso...»
«Speriamo che Babbo Natale mi ricambi, allora»
«Ma, poi, tutto questo casino della lettera d'amore era per chiedergli di farti passare il dolore al dente del giudizio, visto che non puoi prendere gli antidolorifici?»
«Sai, non ascolta i miei messaggi vocali su Whatsapp...»
«Che vecchio»


Countdown non ti temo. Duemilaquindici ti aspetto. Babbo Natale ti amo. 

martedì 18 novembre 2014

Di transfert e trasferthè

Se avessi potuto scegliere, io avrei voluto una voce fuoricampo
Ehi tu, Dio!”, gli avrei detto “Non darmi tutte queste tette, dammi una voce fuoricampo”

Durante questo mese fuori dal comune, per motivi lavorativi, non ho fatto altro che scrivere «Miao!» a padroni di gatti che mi parlavano per voce dei loro felini. Sembra assurdo, ma è così, e io non posso continuare a tenermi dentro questa bizzarra e ingombrante palla di pelo.
Miao! Sono Puffetta ma mamma Lea, la mia umana di riferimento, mi chiama Ciccia. Dici che è una questione di amore oppure dipende dal fatto che peso 14 kg?
«Puffetta, non costringermi a fare psicologia spicciola...», avrei voluto scriverle, «Dammi retta: passa dai croccantini all'Estathè» e invece credo di averle risposto: «SuperMiao, Puffetta! Sei splendida!», in preda a un feroce distaccamento da me stessa.
Quando ho saputo che il mio romanzo era il libro del giorno a Fahrenheit, mi sono detta: «È la fine, non sono lucida. Farò un casino...», quindi ho chiamato mia madre per essere rassicurata.
Mia madre, oltre a essere un motorino di avviamento della mia ansia, è la mia voce fuoricampo per eccellenza: quella che mi risuona nelle orecchie quando sto per comprarmi un qualsiasi capo d'abbigliamento nero corvino («Iris, non sarà troppa allegria?») o quando decido di non uscire per il terzo weekend di seguito («Se mi arriva una mail scritta dalla tua pecora di peluche Castellana, sappi che ti faccio rinchiudere io, ma stavolta in maniera definitiva...»).
«Il problema di questa diretta radiofonica non è tanto che non sei lucida», mi ha detto la mia umana di riferimento. «Il problema è 'sta vocetta gne gne gne: mi immagino mezz'ora di trasmissione a sentire gne gne gne...»
«Mamma, non so come farei se non ci fossi tu»
«Faresti comunque gne gne gne, credo...»

Grazie alla mancanza di Estathè patita nell'ufficio dei gatti e alla maniera in cui mia madre mi ha motivato a non essere troppo me stessa, ho avuto un tremendo calo di voce, subito prima della diretta; quindi, alla fine dei conti, sono risultata un po' rauca, ma quasi raffinata (nonostante questo, sono riuscita a rispondere a una domanda usando la parola disincrostante, giusto per continuare a barcamenarmi tra la mia figura di scrittrice e il mio ruolo di massaia che deve ricomprare il WC Net).

«Mamma, ti volevo dire che ora che ho finito questa cosa dei gatti, devo partire: faccio una specie di mini tour idraulico in Emilia Romagna per presentare il libro»
«Una trasferta, insomma», mi ha risposto lei, sfregandosi le corde vocali tremolanti sulla cassa armonica dei suoi meccanismi inconsci.
A mia madre ogni trasferta procura un transfert: le mille tappe lavorative di Oris non le hanno fatto superare questo trauma. Così, la sua mente procede in un viaggio emotivo che sposta i sentimenti che lei provava per me bambina (quando ero una cucciola scontrosa incapace di interagire con il mondo) e li appiccica sui sentimenti che prova adesso per me trentenne.
Quella del transfert è una disciplina olimpica molto in voga tra le mamme ansiose e poco concilianti: mia madre è campionessa mondiale di rimozione dalla sua coscienza della mia vera età, delle mie nuove (anche se tentennanti) capacità.
«Te lo dico prima, mamma: non chiamarmi tremila volte! Farò pure gne gne gne, ma non sono una bambina»
«Infatti non sei UNA bambina, tu sei LA MIA bambina»

Mamma sono sul treno. Mamma sono sempre sul treno, mi hai chiamato dieci minuti fa. Mamma, se ti dico che parto alle 12:28 e mi chiami alle 12:26 mi fai squillare il telefono mentre sto sistemando la valigia, può essere che non lo capisci? Sì, Frederick mi ha fatto trovare l'Estathè a casa sua perché qui in Emilia Romagna i bar sono un po' sforniti. Mamma, non è che sto sempre a cazziarti, è che sei una persona impossibile. Mamma, non ti ho risposto perché stavo salutando il mio amico Frederick che non vedo mai e, se vogliamo dirla tutta, mi hai pure interrotto il momento del distacco con questo dannato drìììn. Mamma, non dire che non vedo mai nemmeno te. Ah, non ti ricordi più se sono la tua figlia bionda o quella mora? Povere noi. Mamma, lo sai che Oris, al mio posto, non ti risponderebbe più? Mamma, ciao: sono sul treno. Guarda che non ti sto mentendo: sono sempre sul treno. Non faccio altro che prendere treni anche se tu fai di tutto per farmeli perdere.

Questa è più o meno la sintesi del mio tour di presentazioni: le parti salienti hanno una protagonista assoluta, che veniva annunciata da un temibile Drìììn.
E poi, a un certo punto, dopo aver fatto Roma-Bologna, Bologna-Rimini, Rimini-Bologna, Bologna-Rimini-Cesenatico e in attesa di fare Cesenatico-Rimini-Bologna-Roma, mi sono ritrovata di notte, da sola, in riviera, con il freddo, la grandine che mi aveva reso fradicia e quasi tutti i ristoranti chiusi. Mia madre mi aveva chiamato una volta di troppo e l'avevo minacciata che se mi avesse fatto squillare ancora il telefono l'avrei buttato in un canale.
La solitudine mi stava facendo quasi pentire della cosa, quando: drìììn.
«Papà. Oh, papà, dimmi. È successo qualcosa? Non mi compariva il tuo nome sullo schermo del cellulare da tredici mesi...»
«No, è che sono ancora a caccia e volevo sapere se tutto andava bene...»
«Ancora a caccia? Di domenica notte?»
«Eh, sì...»
[Intanto, su un'altra linea telefonica...
«Mamma, non ti capisco, se non parli più forte, non ti capisco. Ma ti assicuro che Iris sta bene, non la devi richiamare... Alza un pochino la voce. Dai!»
«Oris bhhhhrhssbbsb tuo padre pshoshpos qui haischohi stiamo facendo finta che sia ancora a caccia brshbace»]
Mezzucci. Vergogne. Dinamiche impossibili da disincrostare.

«Nonna, ciao. Sono tornata a Roma! Come va?»
«Oddio, Peppì! È Iris, sta bene!»
«Nonna, certo che sto bene...»
«Abbiamo avuto il divieto di telefonarti. Tua madre ci ha terrorizzati, ha detto che non volevi sentire nessuno. Io, ogni volta che sto telefono sguillava, gli urlavo Peppì, magari è Iris!»
Famiglie. Palle di pelo. Ansia congenita. Litri di Estathè.

Miao Puffetta! Sono Iris, non so se ti ricordi. Volevo parlarti della mia seconda intervista radiofonica, fatta per Radio Bruno, in cui ho urlato e parlato così velocemente da sembrare sotto botta di cocaina. Tu che dici? È dipeso dalla paura della mia voce che fa gne gne gne? Dal fatto che mio padre e mia madre mi prendono in giro come ai tempi della Madonnina della 'Mella? Dai miei nonni che vanno nel panico e mi danno per dispersa? Oppure è sempre tutta una grande questione d'amore?

In attesa di risposte, incrocio le vibrisse.
E miao a tutti.

lunedì 27 ottobre 2014

Fucilathè

Se avessi potuto scegliere, io avrei voluto una voce fuoricampo
Ehi tu, Dio!”, gli avrei detto “Non darmi tutte queste tette, dammi una voce fuoricampo”

Oggi è uno di quei giorni che mi capitano ogni tanto. Inizio a riflettere e a bilanciare, a tirare linee di conto e a spingere i tasti della calcolatrice pensando di poter trasformare in lettere i pulsanti numerici.
«Nel 1958, 1 giovane donzella si imbarcò per un viaggio di fortuna su una nave con 5 marinai che le promisero che l'avrebbero portata X i 7 mari. Dopo un terribile naufragio, però, si persero i marinai e le promesse. Chi rimase?»
Ho fatto scivolare la calcolatrice verso Charlie Kaufman, stamattina, dopo avergli raccontato questa storia. Ero convinta che avrebbe capito, almeno lui, in tutto questo strano e semplicistico universo.
«1370705», mi ha risposto.
Sbuffando, gli ho spiegato che avrebbe dovuto girare la calcolatrice per leggere la fine della storia: «Vedi?», gli ho detto. «C'è scritto: SOLOLEI. Chi rimase? Solo lei».
«Non hai battuto lo spazio, Iris. Ecco perché non ho capito...»
Non me la sono sentita di rispondere male a Charlie Kaufman, stamattina, anche se è uno di quei giorni in cui, tra le operazioni di compensazione e i calcoli sbagliati, finisco per decimare le mie scorte di Estathè ed essere sempre più nervosa. Ma, in nessun caso, puoi dire al tuo sceneggiatore preferito che, se non è a conoscenza del fatto che non è possibile battere lo spazio sulle calcolatrici, allora che vada a parlare con qualcun altro.
Quello che mi frega, quando penso in maniera ossessiva alle cose che mi succedono, è che ci metto in mezzo la storia del fucile di Cechov, ovvero la necessità di una premeditazione narrativa: mi dico che se la vita fosse scritta bene, non dovrebbero inserirci elementi che poi non sparano, fucili che si infiltrano nella nostra personale sceneggiatura e che poi non servono a niente.
«Dammi tempo», mi ha detto Charlie.
«Non si può battere il tempo sulle calcolatrici», gli ho risposto io. «Cavolo, però: non sai niente di niente, Charlie Kaufman!»

In giorni come questo, mi chiedo tante cose. Del tipo.
Domanda di Iris: «A che cosa è servito farmi rimorchiare da quel documentarista biondo un po' sovrappeso che mi ha fermato, a una festa, chiedendomi a che cosa davo 10 nella mia vita? A cosa è servito dare una gomitata alla mia amica ubriaca lurida che mi ha urlato nell'orecchio, a pochi centimetri da lui: Ma che te devo libera' da sto ciccione?? A cosa è servito uscirci insieme, urlare di gioia alla notizia che aveva un Basset Hound, farsi convincere ad andare a casa sua a vedere il cane, come una sprovveduta qualunque?»
Risposta di Charlie: «È servito. È servito a regalarti quel momento unico in cui eri seduta sul divano e lui, dalla poltrona, ti ha detto: Tra qualche minuto ti chiederò di fare una cosa e tu sarai costretta a farla e tu hai pensato: Ecco, brava, complimenti, stai per morire a casa di un ciccione biondo che ti ha convinto a venire nel luogo del delitto con la scusa di mostrarti un cane ansimante che ti ha sbavato sulle converse e poi è salito sul divano solo per iniziare un'opera di spinta fuori dai cuscini di questa stronza che si vuole evidentemente rubare il mio padrone. È servito perché quello che doveva chiederti era di ballare un lento con lui, stava solo aspettando che partisse Can't help falling in love with you di Elvis sulla playlist che aveva accuratamente preparato; e tu hai potuto guardare male il Basset Hound, farlo rosicare, abbracciando quell'uomo come se non volessi fare altro che ballare con lui, per sempre (anche se, in realtà, dopo quella sera, non lo avresti visto mai più)...»

«E INVECE NON È SERVITO, CHARLIE! DICIAMOCI LA VERITÀ: NON METTEREMO MAI QUESTA SCENA NEL TRAILER...», ho urlato sul finire della seconda bottiglia di Estathè. « E scusa se urlo, è la teina, non sono veramente io».
Ci abbiamo riprovato, con un triliardo di esempi di cose inutili e irrilevanti, persone che sono entrate nella mia vita solo per uscirne, uomini che mi hanno corteggiata per poi dirmi: «È una questione politica, non posso creare un precedente con te» o migliori amici single incontrati, per caso, mano nella mano con le loro fidanzate (non erano così single come dicevano), alle quali hanno presentato solo una Oris sconvolta dai fatti, fingendo di non conoscermi, per poi dirmi, in separata sede: «E' una questione matematica, non ti potevo aggiungere alla nostra equazione».

«La tua non è semplice sfortuna», mi ha detto Charlie. «È un enigma matematico complesso, una geometria narrativa non euclidea. Non risolveremo le cose con una calcolatrice sulla quale non si possono computare lo spazio e il tempo...»
«Dannato di un Charlie Kaufman, hai sempre ragione tu!».

E infatti, a quel punto, il mio sceneggiatore preferito ha fatto squillare il telefono, come una fucilata. Era mia madre che rideva scomposta da casa di nonno Peppino e nonna Berta: mi ha raccontato che i carabinieri hanno telefonato a mio nonno e gli hanno detto che, visto che non va più a caccia, non può detenere ancora il suo fucile d'epoca, la carabina che possiede da sessant'anni. Lo hanno convocato e gli hanno spiegato che la cosa più semplice da fare era donare l'arma a mio padre che ha tutti i documenti in regola e può sistemarlo in casa, senza rischiare denunce.
Lui ha accettato e mio padre ha firmato, ma poi.
«Peppì, mo' tuo genero si deve portare via il fucile», gli ha detto nonna Berta a cena.
«Non credo proprio. Il fucile non si muove da questa casa»
«Ma se gli fanno un controllo, ci passa i guai...»
«E chi se ne frega. Il fucile non si muove da questa casa, tanto è scarico. Non ho nemmeno una cartuccia...»
«Non è vero! Ne hai quattro nel tuo comodino...»
«IL FUCILE È MIO. PUNTO E BASTA!»
Era proprio mio nonno che urlava, non c'entrava l'Estathè. Mia madre rideva al telefono, mentre lui continuava a dire che non glielo voleva dare quel fucile a mio padre, che lo voleva dare a sua figlia, che quel fucile sarebbe uscito da quella casa solo tra le braccia di mia madre.
«Mamma, ma che ti ridi?», le abbiamo detto io e Charlie.
«Rido perché, per farlo calmare, gli ho dovuto dire che non importa che la carabina non è intestato a me, che tanto, alla fine di tutto, sarà tua e di Oris...»
«E quindi ve lo ha smollato 'sto fucile?»
«Certo che no», mi ha detto lei, continuando a ridere.

E allora ho cominciato a ridere anche io perché ho pensato che, forse, tutti questi conti che non tornano, queste calcolatrici che non risolvono i miei guai, queste persone che agiscono e parlano in maniera assurda, questi documentaristi che fanno odiare Elvis dai loro cani e queste bottiglie di Estathè che sembrano avere un buco sotto da quanto finiscono in fretta sono fucili che è bene che non sparino. Come quello di nonno Peppino.
«NON TOCCATE LE MIE CARTUCCE!», è stata l'ultima cosa che ho sentito.

«Questo sì che lo mettiamo nel trailer», mi ha detto Charlie.



martedì 23 settembre 2014

Manuale delle giovani marmotthè

Se avessi potuto scegliere, io avrei voluto una voce fuoricampo
Ehi tu, Dio!”, gli avrei detto “Non darmi tutte queste tette, dammi una voce fuoricampo”

Non è facile muoversi con grazia e abilità in questa natura ostile, sia quando essa è sotto forma di intricata giungla online che quando è una desolata tundra off. È questo il motivo principale per cui io procedo goffa e scontrosa lungo i sentieri sconnessi di questo mio perenne campeggio esistenziale.
Sono una giovane marmotta dipendente dalla teina, alla disperata ricerca di regole di vita sensate, di linee guida che mi facciano sembrare un po' più elegante e un po' meno impervia nelle mie esternazioni. Non ho fatto altro che pensare a questo, nei giorni confusi che sono passati tra l'uscita del mio libro e la sua prima presentazione pubblica.
Mentre ero alla ricerca di punti fermi, mi sono ricordata che, nella mia vecchia casa, quella in cui ho vissuto per tanti anni e con tanta -troppa- gente, avevamo un Manuale di sopravvivenza tra i libri: ce lo aveva lasciato la proprietaria di casa, insieme a un paio di spade incrociate dietro a uno scudo e a un quadro del Vate, appeso molto in alto, che ci ammoniva torvo quando mangiavamo la Nutella del Todis, foriero di cattivissimi presagi. La meraviglia di questo Manuale di sopravvivenza era nel suo essere perfettamente inutile, visto che ci forniva risposte a domande che non ci saremmo mai fatti: la prima volta che lo abbiamo sfogliato voracemente è stata la sera che una tempesta ha allagato il terrazzo della nostra palazzina e l'acqua ha iniziato a uscire dai lampadari e dalle prese della corrente del nostro attico. Lo abbiamo sfogliato a lume di candela («Sì, anche questa candela l'abbiamo comprata al Todis, Gabriè!») e la pagina più utile che abbiamo trovato per risolvere il nostro problema è stata: Come difendersi dall'attacco inatteso di un gruppo di oche.
Era letteratura di altissimo livello, chiaramente, ma assolutamente priva di un'utilità di qualche tipo; infatti Qui, Quo e Qua, che erano con me quella sera, mi hanno fatto notare che non ci avrebbero potuto accendere nemmeno un fuoco con quelle pagine, tanto erano insolventi.
È per loro e per me che ho provato a fare un piccolo decalogo fuoricampo, una voce che possa seguirmi e seguirci quando, strafogandoci di Estathè e guardando la nostra bussola interna, ci diciamo: «Vabbè, quello è il nord. E quindi?».

PUNTO PRIMO: Essere specifici e concreti; ambire alla precisione e curare le bugie fino a renderle quasi verità con i cerotti.
«Qui, Quo e Qua, vi piace leggere?»
«Noi leggiamo solo il Manuale delle giovani marmotte»
«C'è una cosa che vi devo dire e allora vorrei farmi aiutare da un saggio di John Barth sulla scrittura, che ne parla in termini di specificità e cita questa frase meravigliosa di Dylan Thomas sulle descrizioni generiche che certi scrittori fanno...»
«Taglia corto, Iris»
«Tutti gli alberi sono querce -tranne i pini»
«Ovvero?»
«È la frase di Thomas»
«Non capiamo»
«Era per dire che voi vi chiamate Giovani Marmotte, ma in realtà siete disegnati come anatre antropomorfe, pur essendo dei paperi»
«E quindi?»
«I paperi sono i maschi delle oche che non hanno ancora raggiunto la maturità sessuale. Quindi, in pratica, voi siete un gruppo di oche»
«...»
«Ok, forse non avrei dovuto dirvelo»
«...»
«Scusatemi»

PUNTO PRIMO bis: Essere specifici e concreti; ambire alla precisione e curare le bugie fino a renderle quasi verità con i cerotti MA stando attenti a non essere troppo puntigliosi e pedanti.
«Pallax, ho letto il tuo messaggio che diceva EMERGENZA. Che è successo?»
«Una tragedia, Iris. Una tragedia. Sai l'orecchio che mi faceva male?»
«Eh, non era domani che dovevi vedere l'otorino?»
«Sì, è domani. Ma siccome 'sto tipo non lo conosco, ho pensato di andarlo a cercare su Google e mi è uscita la sua pagina Facebook»
«E quindi?»
«Oh, è della LAZIO! Della LAZIO! Mi farà malissimo, sarà cattivo e stronzo, un tipo improponibile, già lo so. E ho paura!»
«...»
«Iris‽»
«...»
«Cos'è quel segno incomprensibile che mi hai fatto usare‽ Ecco! L'hai fatto di nuovo!»
«È il punto esclarrogativo. Direi che te lo sei meritato. Non credi?»

PUNTO PRIMO tris: Essere specifici e concreti; ambire alla precisione e curare le bugie fino a renderle quasi verità con i cerotti, stando attenti a non essere troppo puntigliosi e pedanti E fidandosi delle opinioni degli altri.
«Iris che c'hai? Ti vedo pensierosa»
«Eh, nonno: domani ho la prima presentazione. Ho paura»
«Non devi avere paura»
«Eh, ma ce l'ho»
«Ci pensa nonno. Beviti sto vinello frizzantino, me l'ha portato zio»
«Nonno, non lo so se è il caso»
«Fidati di nonno»
(…)
«Peppì, dove sta tua nipote?»
«In bagno...»
«Nonna, eccomi. Scusa»
«Scusa di cosa?»
«Ho vomitato»
«Quello è stato l'Estathè. Non ti preoccupare. Hai scaricato?»
«Il fatto è che è stata una cosa improvvisa e ho vomitato nel lavandino»
«...»

PUNTO PRIMO quater: Essere specifici e concreti; ambire alla precisione e curare le bugie fino a renderle quasi verità con i cerotti, stando attenti a non essere troppo puntigliosi e fidandosi delle opinioni degli altri MA fino a un certo punto.
«Sapete qual è quel punto, cari Qui, Quo e Qua? Quello che ti impedisce di vomitare nel lavandino del bagno dei tuoi nonni...»
«...»
«Scusatemi: il fatto è che non sono capace di fare i decaloghi, non sono stata in grado di andare nemmeno oltre il punto uno»

È per questo che l'altro giorno ho costretto Oris a venire con me nella casa in cui abbiamo vissuto per tanti anni e con troppa gente, con la scusa della borsa di quando faceva danza da piccola, persa nel trasloco che abbiamo fatto due anni fa (ovviamente, Oris si è accorta di averla persa l'altro ieri e potrebbe essere praticamente ovunque). Ma io l'ho spinta a fare quell'improvvisata perché il mio vero intento era di rubare il fantastico e folle Manuale di sopravvivenza, sotto agli occhi sconvolti del Vate. Invece mi sono ritrovata a cercare la borsa di Oris con la testa in un soppalco impolverato e un paio dei nuovi inquilini di quella casa che mi guardavano sconvolti.
E ho perseverato nel mio essere goffa, scontrosa, impervia e poco elegante.
Ma che vi devo dire? Almeno ci ho provato.

Ho imparato a leggerla quella dannata bussola, ma con questo nord non so davvero cosa farci.


P.S. Per mera informazione: la presentazione del mio libro è andata, in qualche modo, e non ho vomitato in nessun altro lavandino. Solo che della cosa ho ricordi vaghi: non so cosa ho detto, in che modo l'ho detto, con che voce l'ho detto. Era come se fossi ubriaca. Deve essere colpa del vinello frizzante che mi ha fatto bere nonno Peppino.

P.P.S. Il punto esclarrogativo è un'arma per difendersi dai fattoriali che mi ha insegnato una mia amica molto pericolosa. Vi invito a servirvene, in caso di necessità.


giovedì 28 agosto 2014

Thèoria idraulica delle famiglie

Se avessi potuto scegliere, io avrei voluto una voce fuoricampo
Ehi tu, Dio!”, gli avrei detto “Non darmi tutte queste tette, dammi una voce fuoricampo”

Da ieri il mio primo romanzo si trova in libreria e io mi sento tranquilla. Se togliamo tutta quella roba inconscia di vertigini, formicolii e del secondo e terzo dito del piede destro che mi si sono addormentati, posso dire di sentirmi tranquilla.
Sono stati versati fiumi di Estathè, serviti calici a forma di brick, raccolte gocce con le cannucce bianche, esattamente come succede in tutti i giorni appicciccosi e chimici di questa mia vita, perché, in fondo, ieri è stato un giorno identico a tutti gli altri, con la gente che urlava «Maria puttana incivile» dal palazzo di fronte e quelli di sotto che soffriggevano l'aglio alle dieci di mattina.
Quindi, cari Illice e Trillice, vi sareste pure potuti svegliare, senza continuare a mandare avanti questo melodramma di nervi tesi, tanto Crosta è ormai lontano da qui e non può farci niente...
Crosta. Già, Crosta. Mi spiego, visto che la cosa riguarda il modo in cui la mia condizione di scrittrice può essere sintetizzata da un cocktail.
Un mese fa, quando ho compiuto trent'anni, sono andata con degli amici in un locale e, a un certo punto, si è avvicinato questo sedicente Crosta, mentre ero con un sottogruppo di belle fanciulle, e si è presentato.
«Che strano nome Crosta. E' un diminutivo del cognome?»
«No no. So' proprio io...»
«Una crosta?», ha chiesto una delle mie amiche, indisponendolo. E allora lui ha concentrato le sue attenzioni su di me, la solita fortunata.
«Aò, ma che c'hanno le amiche tue? Je rode er culo?»
«No, è che stiamo festeggiando il mio compleanno»
«Ah, ecco. È il tuo compleanno, Itis»
«Veramente il nome sarebbe Iris. Itis fa troppo Istituto Tecnico Industriale Statale...»
«Quindi tu lavori in questo istituto?»
«No, no. Veramente io scrivo»
«Che fai tu?»
«Io scrivo, ecco. Sono una scrittrice»
Non so bene perché l'ho detto. Forse perché era il mio compleanno, forse perché lui capiva la metà delle cose che dicevo o forse perché un po' me lo sentivo che Crosta mi avrebbe regalato quello splendido momento d'ira in cui, con gli occhi fuori dal suo bicchiere, ha aspettato di deglutire per bene, prima di urlami: «Ma mo' te tiro 'sto cocktail 'n faccia, mortacci tua!».
È stato grazie alla mia amica Pallax, avvezza al romanesco e amante di Richard Benson, se il mio compleanno non è finito in tragedia.
Crosta, se mi ascolti, te lo dico da qui: non ti stavo prendendo in giro. Scrivo davvero. Ho scritto. E spero che scriverò ancora. Ho pure un accenno di gobba, se guardi bene.
E poi, oh: ho questo. Te lo dovrei tirare io un cocktail in faccia, mortacci tua.


«Abbiamo problemi più grandi di questo, cara Iris Versicolor: problemi peggiori della tua condizione di scrittrice, delle tue dita dei piedi e di Crosta»
«Quali problemi, Iris?»
«Ecco, esattamente questo. Io sono un personaggio del tuo libro, sto facendo la voce fuori campo del tuo blog e mi chiamo come te. Iris. Non credi che questo creerà confusione?»
«Non tutte quelle che si chiamano Maria sono puttane incivili. Non tutte quelle che si chiamano Iris bevono Estathè. Prova a cercarle Iris e Maria per Roma e chiedigli se bevono l'Estathè...»
«Io non so nemmeno cosa sia l'Estathè e tu sembri farneticare...»
«In effetti, mi sento confusa»
«Visto che avevo ragione?»

Ok, lo ammetto. Non sono tranquilla. Per niente. Pezzetta e Oris mi hanno comprato una scorta di Estathè che sembrava infinita, ma devo averne bevuto due lettere perché adesso sembra finita. E poi le cose che si realizzano sono sia bellissime che spaventose: se solo penso a quando il mio amico Tommasino mi faceva soffiare sui denti di leone per esprimere i desideri o a quando le candeline, le stelle, i primi frutti di stagione mi spingevano a desiderare sempre la stessa cosa, trovo assurdo che sia successo.
«Mo si può pure cambiare 'sto desiderio, no? Passare alle cose normali, tipo: trovarsi un fidanzato, farmi un nipotino...», mi ha detto una persona di cui cercherò di mantenere l'anonimato (dirò solo che inizia per M e finisce con IA MADRE).
Ma il libro è stato effettivamente sistemato in libreria e allora io, ieri, mentre impedivo a un piccione di sostare sul mio davanzale e indossavo il busto ortopedico di Oris, sperando che qualche muscolo si rilassasse e che Illice e Trillice si svegliassero, ho pensato a due cose.
La prima è il giorno in cui Simone, il mio editor, mi ha detto che la Elliot avrebbe pubblicato il libro. Ero con mio nonno, in una camera di ospedale, perché lui era in terapia intensiva (ora Peppino sta bene, è insolente come sempre): l'ho guardato e gli ho detto «Nonno, mi pubblicano il libro». Lui ha strizzato gli occhi e mi ha risposto: «Io invece ho fatto cadere per terra tutta la camomilla che mi hai portato». Le due cose, in effetti, hanno vari punti di equivalenza.
E poi ho pensato al giorno in cui hanno stampato il libro e io sono andata dalla mia famiglia per mostrarglielo. Non sapevo bene cosa dire a nonna Berta (che ha sempre guardato i libri con un certo sospetto -da piccola me la immaginavo urlami dietro la poesia del Belli: «Li libri nun so' robba da cristiano: Fiji, pe’ carità, nun li leggete.»), quindi le ho dato il libro e le ho detto: «Nonna, dopo i libri che ho letto, adesso uno l'ho scritto»; lei mi ha risposto con uno sguardo truce, si è rivoltata quel mattoncino verdeacqua tra le mani e preoccupata mi ha chiesto: «Quindi pure questo ti sei letto?».
«Beh, nonna, l'ho scritto. Quindi, sì, me lo sono dovuta pure leggere.»
«Aò, vabbè. Ma io che ne so...»

Ieri è stato un giorno come tutti gli altri. Ma forse anche no.
Pure io, in fondo in fondo, cosa volete che ne sappia...