Memorie di una bevitrice di Estahè

Memorie di una bevitrice di Estahè

mercoledì 18 giugno 2014

Thèma: Gli affetti familiari

Se avessi potuto scegliere, io avrei voluto una voce fuoricampo
Ehi tu, Dio!”, gli avrei detto “Non darmi tutte queste tette, dammi una voce fuoricampo”

Mi fa un po' strano pensare che i miei esami di maturità siano così lontani nel tempo. Sono passati undici anni da quel giorno di giugno del 2003 in cui io e il mio amato foglio protocollo ci siamo presentati davanti a un banco verde per la prima prova scritta: il tema d'italiano.
Di quel periodo, mi ricordo: lo studio matto e disperatissimo; un infermiere che mi misura la pressione; il mio professore di italiano che mi telefona per dirmi: «Iris, non mi deludere» e io che vomito dopo la telefonata; Évariste Galois che mi induce all'insonnia, ai duelli e alla resistenza politica e io che non dormo, pensando alle equazioni; la mia amica Mè che viene chiamata a estrarre una lettera per capire da che punto dell'alfabeto inizieranno gli orali e i suoi occhi che mi guardano spauriti: «Scusa!»; io che sono la prima esaminata del primo giorno degli orali e ho solo un week-end, per ripassare, tra le prove scritte e l'interrogazione della commissione; io che vomito prima e dopo l'esame; io che, più tardi, vomito ancora.
Quel giorno di giugno del 2003, ho fatto un tema sulla possibilità di (r)esistenza della poesia in una società delle comunicazioni di massa, ignorando sia Pirandello (che era sempre stato al mio fianco e che ha vissuto quella mia vigliaccata con grande sofferenza), sia il tema più bello di sempre: Gli affetti familiari. Incredibilmente, tra le tracce, c'era anche quella: il tema per antonomasia, quello che ti danno alle elementari e che, da che mondo è mondo, puoi iniziare con le stesse parole: La mia famiglia è composta da.

«La mia famiglia è composta da me, mia madre, mio padre, i miei nonni, Oris, Pezzetta, Léon e una bottiglia di Estathè. La mia famiglia è rumorosa e bizzarra, è faticosa e accogliente e poi è piena di bugiardi. Tutti i membri della mia famiglia sono dei bugiardi»
«Lo sapevo che lo avresti fatto»
«Cosa? Il tema?»
«No, prendere il giro il lettore»
«In che senso?»
«Nel senso che dire che tutti i membri della tua famiglia sono dei bugiardi significa che sei una bugiarda anche tu e che, quindi, se questa affermazione è vera, contemporaneamente è anche falsa»
«Ah, sei Epimenide di Creta, quello del paradosso del mentitore. Come mai sei qua? Mica avrai intenzione di uscire alla seconda prova del classico, visto che quest'anno è greco...»
«Perché? Non potrebbe essere?»
«Certo che potrebbe essere, tu eri molto chiacchierato ai tuoi tempi: gira voce che sei andato a cercare una pecora e hai dormito per cinquantasette anni...»
«Non stavamo parlando degli affari tuoi?»
«Infatti. Stavamo parlando degli affari miei, quelli familiari, di cui potrei scrivere per un'intera vita da quanto sono paradossali»

Sono ventiquattro anni che Oris aspetta il giornalino di Barbie: mia madre giura di averle pagato un abbonamento, ma sappiamo tutti che non è vero. Nonna Berta mette il basilico nel sugo, poi lo toglie, e cerca di convincere mia madre (che lo odia) che non può sentirlo nel sapore perché lei non l'ha mica usato («Vedi foglie in giro per i piatti? No! E allora non c'è!»). Vicino al camino della casa dei miei c'è una piccola libreria che contiene un catalogo fotografico di un mio amico per il quale io ho scritto l'introduzione: la copertina è stata strappata ma nessuno si prenderà mai la responsabilità del fatto («Ma che ci avete acceso il fuoco?» «No! Noi il fuoco lo accendiamo con il giornalino di Barbie!»). Il veterinario ci ha detto che a Léon non piace l'odore del rosmarino e che è per questo che sradica la pianta tutte le volte che mio padre prova a coltivarla: quindi anche se mio padre gli mente, dicendogli che quella è una pianta di basilico, non di rosmarino, lui continuerà a farlo («Léon, te lo giuro: questo non è rosmarino!»). Oris ha detto ai miei nonni che sposerà Pezzetta a settembre del 2015, anche se non sono ancora fidanzati e loro le hanno risposto: «Va bene, basta che gli fai accorciare la barba». Pezzetta ha detto a Oris che lui non si sposerà mai e lei gli ha sussurrato: «Questo è quello che credi tu, maledetto bugiardo!». Io dico a tutti che bevo sempre meno Estathè, che mi sto disintossicando, e nonno Peppino fuma delle sigarette della farmacia senza nicotina che sono una mistificazione quasi quanto il fatto che odorano di canna.

«Tutti i membri della mia famiglia sono dei bugiardi, caro Epimenide, anche io lo sono. E questo non è un paradosso, ma la pura e semplice realtà»
«Avresti scritto questo nel tuo tema?»

Nel mio tema avrei scritto che la misura del mio affetto familiare è un cono gelato con cioccolato e limone. «Ci vuole anche la panna?» mi chiedono i gelatai, schifati. «Sì, grazie», rispondo io.
Il fatto è che io mangio il gelato anche se non mi piace, quindi quando mi trovo di fronte al bancone per ordinare, prendo i gusti che sceglie sempre mia madre: mangio la mia verità al limone mentre lascio che la bugia di cioccolato mi coli sulle mani.
Poi, male che vada, vomito.

giovedì 5 giugno 2014

Extreme makeover nottathè edition

Se avessi potuto scegliere, io avrei voluto una voce fuoricampo
Ehi tu, Dio!”, gli avrei detto “Non darmi tutte queste tette, dammi una voce fuoricampo”

Ho una forte esperienza personale nei disturbi del sonno. Risale a due anni fa la confortante scoperta che «No, non è schizofrenia, sono solo allucinazioni ipnagogiche». Ne ho perfino testimonianza in questo blog di quella confortante scoperta, in questo blog che ormai è testimone di tutto: il post si chiamava Onironauticamenthè e la voce fuoricampo era di Christopher Nolan.
Da almeno dieci anni soffro di: allucinazioni ipnagogiche, paralisi nel sonno ipnopompico, sogni lucidi con falsi risvegli a matriosca e, ovviamente, insonnia.
Un mio amico scrittore con un grande dono della sintesi direbbe: «Babam», anzi «Bababam», con l'aumento della sillabazione di sorpresa.

In momenti di grande nervosismo o di grande sbalordimento, penso sempre che magari sto sognando.
«Iris, ti devo dire una cosa, è meglio se ti siedi»
Quando Oris ha fatto outing, per esempio, io ho pensato di stare in un sogno lucido.
«Ti devo confessare una cosa che potrebbe cambiare per sempre il nostro rapporto»
«Spero non abbia a che fare con l'Estathè»
«No, però siediti»
Dopo vent'anni di rifiuti, di capricci, di «Mi fa schifo, mi fa schifo!» o «Ora vomito!»: Oris finalmente ha ceduto.
«Ho scoperto che mi piacciono le uova»
Bababam. Sogno o son desta?
«Pezzetta lo sa?»
«Non ancora»
Padelle lavate con l'acquaragia, finestre spalancate durante un diluvio universale perché la casa sennò puzza di frittata, invenzioni culinarie di ogni tipo per non lasciare Oris senza cena e poi?
Abbiamo dovuto spaccare un uovo e farlo respirare a Pezzetta, quando ha saputo la notizia.

Siccome conosco le regole per distinguere la realtà da un sogno lucido, di solito riesco a cavarmela anche nelle peggiori situazioni. Per questo, gli ultimi accadimenti notturni mi hanno sconvolto: pensavo di averle passate tutte e invece la vita riesce sempre a sorprendermi.
«Yo yo», direbbe il mio amico scrittore con il dono della sintesi.
Sono circa dieci giorni che ho un ipercinetismo notturno che mi fa sembrare una trota appena pescata, quindi mi sveglio ogni due ore a causa dei miei stessi movimenti. La mattina, la sensazione non è quella di aver dormito, ma quella di essere stata in palestra: per la prima volta, in (quasi) trent'anni, mi sono perfino venute le occhiaie (grazie alla mia forte pelle da contadina, non le avevo mai avute). Ho fatto finta di niente, per tutti questi giorni, fino a ieri notte quando, durante un sonno in posizione prona, mi sono svegliata perché ho dato un cazzotto sulla parete dietro la testiera del letto.
«Danza come una farfalla e pungi come un'ape», mi ha detto la voce di Muhammad Ali.
Io ero assonnata, sconvolta e mi faceva pure male la mano, quindi ho risposto: «Almeno l'ho ammazzata quella zanzara gigante che si nutre di me da talmente tanto tempo che dovrei mettermela a carico sulla dichiarazione dei redditi?»
«Le mani non possono colpire quello che gli occhi non possono vedere», mi ha detto Muhammad che, a quanto pare, di notte, parla solo attraverso i suoi slogan personali.
Mi sono alzata, erano le cinque di mattina, mi sono versata un bicchiere di Estathè e ho acceso il computer per capire cosa avesse da dirmi al riguardo Yahoo! Answers, la bibbia dell'autodiagnosi di fantasia.
«Ipereccitabilità neuronale», ha detto Muhammad Ali alla zanzara, leggendolo dallo schermo, ma bofonchiando alle mie spalle.
«Senti Muhammad, ci mancavi solo tu»

«Ammazza che bella cera», mi ha detto Oris stamattina. «Lo vuoi un ovetto sbattuto?»
«Sai cosa voglio? Voglio che Ty Pennington faccia un programma in cui risistema i ritmi di sonno e veglia, invece delle case in rovina. Voglio smettere di leggere l'oroscopo di Brezsny. Voglio che mamma ammetta di avermi regalato lei il quaderno con la Passera scopaiola per cui sono stata presa in giro per tutto il primo anno di liceo e che non dica: "Si chiama Prunella Modularis" per discolparsi. Voglio un referendum abrogativo sui cambi di stagione e sull'esofagite da reflusso e voglio pure che alla mia amica zanzara sia concesso il diritto di voto. Voglio un cavallo, una serbatoio di Estathè e un amico scrittore che non dica "Mmm" come costante commento a tutti gli accadimenti della mia vita»
«Sei sicura che non vuoi un ovetto?»
«Oris, di notte sto facendo un corso di pugilato. Hai davvero intenzione di continuare a farmi questa domanda?»

Because the night belongs to boxers. 

martedì 13 maggio 2014

Via il denthè, dentro il dolore

Se avessi potuto scegliere, io avrei voluto una voce fuoricampo
Ehi tu, Dio!”, gli avrei detto “Non darmi tutte queste tette, dammi una voce fuoricampo”

Il dolore per me ha una rappresentazione precisa: è il piede di porco che il 2 gennaio 2008 ha cominciato a spingere sul secondo premolare della mia arcata dentale destra inferiore. Dall'interno della gengiva, durante i miei ventiquattro anni di vita, un piccolo e fetente doppione aveva percorso la strada che lo divideva dal suo gemello e, quello specifico giorno, dopo i bagordi del Capodanno, si era messo a spingere sul nervo, deciso a sfondare Abele, manco fosse un Ca(n)ino qualunque.
Il dolore per me sono le tre di notte con Oris che cerca di non farmi sbattere la testa al muro, che mi butta in bocca grappa, camomilla bollente, Estathè ghiacciato, colluttorio, farina, sale iodato, gocce per gli occhi: qualsiasi cosa. Essendo, in pratica, allergica alla totalità degli antidolorifici, sono costretta ad arrangiarmi quando sto male.
È chiaro che il mio è un implacabile destino di sofferenza.
Ogni volta che faccio un controllo dal dentista, ripenso alla faccia del medico dopo la lastra, a questi denti uno sopra l'altro, a lui che mi dice: «Dobbiamo intervenire» e poi all'operazione. Ho tolto un pacifico e innocuo dentino per far posto a un cazzo di facinoroso, portando, per quattro mesi, un apparecchio con un tirante di ferro che pescava il dente di sotto direttamente da dentro la gengiva e lo portava su piano piano, in modo che facesse la strada giusta e che prendesse il posto dell'altro con cognizione di causa.
La soglia del mio dolore si è alzata in quei tempi duri di cibi morbidi, durante i quali io e il mio frullatore, che non amiamo né lo yogurt né il gelato, abbiamo prodotto omogeneizzati di ogni tipo, arrivando a tritare perfino pane e salame.
Il dolore per me era fisico e psicologico, come tutti i dolori peggiori.
Ma, oltre a questo, io parlavo come Sloth de I Goonies.

Siccome sono una donna, sono riuscita a sopportare tutta quell'indecenza con un pizzico di dignità. Non ne voglio fare una questione di genere, ma è noto che gli uomini hanno una soglia del dolore ridicola, infima, quasi inesistente.
Quando Pezzetta ha il raffreddore, io e Oris chiamiamo la divisione Grandi Eventi della Protezione Civile per dargli supporto.
«Sendo di avere la febbre»
«Pezzetta, il termometro dice che hai una temperatura di 36.7»
«Il terbobetro deve essere roddo», ci dice con gli occhi a fessura, mentre ciabatta ad accucciarsi verso un termosifone spento a ferragosto.
Io, invece, in quei terribili giorni in cui: «Almeno puoi bere l'Estathè» era il mantra di rassicurazione, me la sono cavata: il dolore era così potente da rendermi remissiva e la fame così forte da rendermi aggressiva, quindi alla fine mi sono normalizzata e, a quei mesi, gli ho perfino scucito un fidanzato.
«Come hai detto che ti chiami?»
«Irif Vevficolov, ma non avvò pev fempve quefta effe fevpentina»
«Sai che parli come Sloth de I Goonies?»
«Lo fo. E Orif e Peffetta poffono infilavti le dita nel mio fvullatore fe glielo chiedo, cavo Chunk...»
«Ah, The Fratellis!»
Più in là nel tempo, quando la storia sarebbe naufragata malissimo (nessuna storia che inizia con un dente che ne spazza via un altro può andare molto lontano), in un delirio da 37.2 di febbre, Pezzetta avrebbe commentato: «Cobudque, dod è vera la sdoria che De Fradellis haddo preso il dobe da I Goodies»

Il motivo per cui scrivo tutto questo è che, in questi giorni, Sloth è tornato nelle nostre vite, sotto altre spoglie: Oris lo indossa prima di andare a letto la sera e ci si sveglia la mattina.
«Digrigni i denti, è un problema», le ha detto il medico: «Devi metterti un bite».
«Ho i denti grassi, tozzi, più larghi che lunghi», gli ha risposto lei: «Questo è il vero problema». Ma ha vinto il medico e allora lei ha cominciato a soffrire.
Il dolore per Oris ha una rappresentazione precisa: è il gilet trapuntato verde che ha indossato per andare a Napoli durante una gita in seconda media. Aveva gli occhiali rotondi, un cappello con la visiera ed era un po' cicciottella (lei direbbe: «Grassa, tozza, più larga che lunga»). Dall'interno del nostro armadio, durante i nostri primi quindici anni di vita, nostra madre aveva sempre tirato fuori delle scempiaggini (erano gli anni ottanta e poi i novanta, forse non era tutta colpa sua), ma quella volta aveva davvero toccato il fondo: Oris non è mai più stata la stessa persona.
È stato un dolore estetico, cromatico, quasi morale, come i dolori peggiori.
Ma, almeno, ai tempi, non parlava come il fratello deforme de The Fratellis.

«Non riefco a immaginave una puniffione peggiove di quefta», ha detto la prima volta che ha indossato il bite: «Mi viene da vomitave».
«Doglidi quesdo bide che dod si capisce diende», ha risposto Pezzetta, starnutendo.

Non devo ancora sottolinearlo che il mio è un implacabile destino di sofferenza, vero?

mercoledì 30 aprile 2014

Tinthèggiature

Se avessi potuto scegliere, io avrei voluto una voce fuoricampo
Ehi tu, Dio!”, gli avrei detto “Non darmi tutte queste tette, dammi una voce fuoricampo”

A stare tutti i giorni con te stesso, non ti accorgi che stai invecchiando, succede come nelle trasformazioni termodinamiche quasi statiche: ogni giorno il tuo corpo e la tua mente variano in maniera infinitesimale, così che il sistema te stesso, lo spazio che occupi e la superficie di controllo che ti divide dall'ambiente circostante sono in equilibrio in ogni istante e i cambiamenti non si notano.
Pensi di essere meravigliosamente perpetuo, di vivere in uno stato di eterna adolescenza. Pensi che la calvizie non esista, che esista solo gente che si rasa molto a fondo. Pensi che le taglie dei tuoi vestiti diminuiscano in maniera inversamente proporzionale al passare dei mesi e che il problema non è che stai ingrassando. Pensi che, se solo volessi, potresti correre una maratona: non lo fai perché le tute dell'adidas non sono più quelle di una volta. Pensi che se lasci i libri sulle mensole, le parole diventano più piccole, un po' sfocate, e che ti devi mettere gli occhiali perché la letteratura è indisponente non perché ti si sta abbassando la vista.

Pensi un sacco di cose sulla vecchiaia che (credi) non ti apparterrà mai, fino a che non arriva il momento della consapevolezza: la presa di coscienza dell'aumento dell'entropia dell'universo.
Può succedere perché un diciottenne che smanetta con l'iPhone davanti allo scaffale dell'Estathè dice alla sua amica: «Fai passare la signora» oppure perché ti rendi conto di accogliere l'ennesima notizia su una tua compagna di classe che si sposa o procrea senza il minimo stupore. Può succedere perché l'autobus che sballonzola sui sampietrini inizia a darti fastidio oppure perché la nuova regola è che se esci il venerdì, non esci il sabato e viceversa.
A me la consapevolezza di non essere più quella di una volta mi ha guardato attraverso la faccia contrariata della mia amica Giaris che si metteva il rossetto allo stesso specchio davanti al quale io stavo rovistando nella mia chioma per strappare un enorme e corpulento capello bianco, ispido e presuntuoso come un pelo della barba di Pezzetta.
Giaris mi ha guardato con molto dissenso.
«Quello è il filo di collegamento con la realtà irreversibile della tua trasformazione, se lo strappi te ne ricrescono tre. La vecchiaia non la puoi estirpare, ti si ripropone», mi ha detto.
«Sai che la tua voce sembra quella di cosa... come si chiama... quell'attrice... cavolo!»
«Vedi? Già questo è un reflusso di senilità...»

Quando Oris ha intravisto un possibile cedimento da parte mia riguardo alla politica della naturalezza, ha capito che era il momento giusto per convincermi a fare qualcosa ai miei capelli e non se l'è fatto sfuggire: mi ha sbattuto fuori casa senza aspettare nemmeno che finissi di staccare quella canuta e infida cordicella di sventura.
L'eterna giovinezza del sistema Oris non ha a che fare con la termodinamica, dipende da una serie di fattori che si possono riassumere in Giulia, la sua parrucchiera, e nella cadenza con la quale questa le rinfresca il colore sbarazzino dei suoi capelli.
«Quanti anni hai? Ne dimostri ventidue!», le dicono.
Oppure: «Ma non hai la patente perché non hai ancora l'età per prenderla, vero?».
O anche: «Ma Iris quanti lustri ha più di te?».

Sulla strada, mentre Oris mi portava a comprare una tinta per sfuggire dalla freccia del tempo che puntava dritta verso di me, una signora di almeno ottant'anni le ha urlato: «Oh madonna che bella bionda!» e a me è sembrato che la sua voce fosse la stessa di quell'attrice che prima si era impadronita di Giaris. E anche quando, dentro al negozio, Oris ha detto con sgarbo: «Fateci passare» a due bambini che si erano messi tra noi e la parete di tinte tra le quali avrei dovuto scegliere, mi è sembrato di sentire sempre lei, sempre la stessa voce.
«Non fate passare due signore?», ho chiesto io, visto che uno dei due bambini non si spostava. Lui ha allungato tutte e due le braccia e ha dato una spinta a Oris.
«Vedi? Il bambino mi riconosce come una sua pari», ha detto lei scuotendo con gioia la sua capigliatura florida.
A quel punto, ne ero certa, quella voce, quel tono, quel modo erano sempre gli stessi, appartenevano a colei che si si era interposta tra me e i video di Youtube per un sacco di tempo e che si era fatta odiare, infilandosi nel mio cervello con quel «Posso resistere a tutto tranne che a questi...»

Pensi di essere immune alle pubblicità delle creme antirughe o degli yogurt contro il colesterolo, pensi di non aver bisogno di quella roba da vecchi, che tu sei sempre uguale, che sei immortale, che sei al di sopra del bene e del male e la vita, invece, ti sbugiarda. La vita ti ripaga nell'ingiurioso momento in cui devi affrontare la caduta libera della tua volontà di fronte al bene necessario, facendo suonare il tempo a lei, a Violante Placido, che ti dice nell'orecchio: «...riflessi glossy glossy».
E allora tu ripeti: «Riflessi glossy glossy».
I momenti successivi sono avvolti nella nebbia: Oris che zompetta fuori dal negozio felice come una pasqua (dopo aver spintonato moralmente i bambini con il suo potere d'acquisto), io con la testa dentro la vasca che spurgo nero ebano come se piovesse, un bicchiere di Estathè che mi guarda dalle mani di Pezzetta e io che lo rifiuto e poi la voce di Giaris, quella vera, che mi dice: «Ammazza quanto sei glossy glossy!».

«Secondo me, sono venuta troppo scura...», ho detto a Oris, alla fine di tutto.
«Beviti il bicchiere di Estathè e non fare la prosopopea su questa tinta, che tra l'altro ti dura solo 28 shampoo perché è senza ammoniaca. Non conservare questo momento nella memoria come se fosse l'inizio del resto della tua vita. Non essere pesante. Questa va via quando va via, non è che ti viene la ricrescita. Solo l'ammoniaca è per sempre...», mi ha risposto lei.

Tinte De Beers, spero che non mi avrete mai.

martedì 15 aprile 2014

Thèlefonia (che ti) fissa

Se avessi potuto scegliere, io avrei voluto una voce fuoricampo
Ehi tu, Dio!”, gli avrei detto “Non darmi tutte queste tette, dammi una voce fuoricampo”

C'è sempre un momento, nelle riunioni delle comitive di oggi: in fila a prendere l'ennesimo Negroni o intorno a un tavolo dopo aver mangiato anche le posate, durante un happening artigianale al pubbetto sotto casa oppure in macchina, fermi al semaforo, ad aspettare il verde; c'è sempre un momento in cui gli occhi di uno si alzano a scrutare gli altri, lo sguardo di un impavido si staglia oltre i pixel del proprio telefono, oltre lo status Facebook che ha appena scritto ma che non ha avuto nemmeno un mi piace, oltre whatsapp e quell'altra applicazione che ti dice quanti sampietrini mancano per arrivare dove devi arrivare. Tutti gli altri guardano il loro smartphone, ridono, si incazzano, rispondono a qualcuno, mentre lui, in poppa, su quella nave che ha attraversato i decenni dal Commodore 64 ai Google Glass, lui guarda oltre, verso il futuro, verso quel modo di vivere che è talmente lontano che sembra dover ancora arrivare. Vede uno spicchio di terra all'orizzonte, vede una ragazza in bici, sente un profumo di fiori e, per non essere l'unico detentore di quelle meraviglie, lo dice: «Oh, per colpa di questi telefonini, non viviamo più nella realtà. Ma ve lo ricordate quando c'avevamo solo il telefono fisso? Quando dovevamo telefonare a casa delle persone e dire Pronto, casa Nintendo? Per dire: sono SuperMario vorrei parlare con la principessa del Regno dei Funghi...»

All'inizio nessuno lo ascolta, pensano stia lasciando un messaggio vocale o parlando con Siri, ma non appena anche gli altri capiscono che si tratta di nostalgia, mollano il telefono e cominciano a parlare di riviste di musica, del vecchio packaging dell'Estathè, dei cartoni animati, di quando arrivava l'amico di qualcuno e ti faceva la richiesta.
«Piaci all'amico mio, volevo sapere se ti ci vuoi fidanzare»
«L'amico tuo? Ma chi è l'amico tuo? E pure a te, ma chi ti conosce...»
Per un attimo, tutti quelli della comitiva, prima di afferrare i Negroni, prima di prendere un Brioschi, prima di uscire dal pubbetto e prima di sentire i clacson di quelli delle macchine dietro che li invitano, insieme a li mejo mortacci loro, a vedere che è scattato il verde: tutti provano un forte senso di nostalgia.
Dura un minuto, giusto un minuto di silenzio, poi è tutto come prima, perché la voglia di ritornare al passato è solo un trucco. Nessuno di noi vorrebbe veramente tornare indietro, nessuno di noi riesce a immaginare una vita in cui non si può stalkerare la gente su Facebook, Twitter, Instagram, Tumblr, Pinterest, Linkedln.
Pure su Linkedln? Pure su Linkedln.
L'altro giorno, un mio amico mi ha detto: «Il colloquio numero 7 è andato molto male» e si riferiva a una ragazza con cui era uscito: credo fortemente che l'avesse trovata su Linkedln.

La donna è mobile, il telefono è mobile, l'Estathè sta dentro a un mobile. Insomma, c'è una certa conformità nella frivolezza della nostra esistenza: io, Oris e Pezzetta abbiamo cercato di combatterla, prendendoci un telefono fisso.
Lui sta lì e ci guarda, in un vestito rosso cordless. Il numero non ce l'ha tanta gente, giusto mia madre, la madre di Pezzetta e i miei nonni eppure lui squilla, altroché se squilla.
La gran parte delle volte sono call center che cercano di farci cambiare compagnia telefonica, compagnia del gas, qualsiasi tipo di compagnia, pure quella degli amici e, altre volte, sono persone che cercano Roberto Goffredo, l'uomo di cui abbiamo ereditato il numero, di cui conosciamo l'indirizzo e alcuni parenti, visto che, prima del suo matrimonio, non hanno fatto altro che chiamarci zie che avevano perso la partecipazione, cugini con la tosse o amici privi della cognizione della sera tardi, della mattina presto e del concetto di insistenza.

È così che arriviamo a domenica mattina, quando, alle otto in punto, il telefono fisso ha iniziato a squillare e io, che sono nella stanza più lontana di tutte dal salotto, mi sono svegliata, sono scattata in piedi e ho iniziato a correre. Ma, tra me e quel telefono, tra me e il mio bicchiere di Estathè mattutino, tra me e il mio immotivato senso di responsabilità per ogni voce che mi attende dall'altra parte della cornetta, c'era uno stendino.
«Ma ve lo ricordate quando usavamo lo stendino? Quando dovevamo appendere i vestiti per farli asciugare?», ci diremo un giorno, quando i telefonini faranno anche da essiccatori di abiti.
Domenica mattina, in questo tempo ancora imperfetto, nella corsa disperata verso la base del cordless, io mi sono buttata sullo stendino. Avendo giocato a calcio, so come cadere per farmi il meno male possibile, quindi mi sono protetta con il braccio sinistro e ho sbattuto quello. Il dolore non ha fermato gli squilli del telefono, quindi, stoica, mi sono rialzata e sono andata a rispondere, con un livido che iniziava a diventare verde, appena in tempo per sentire un lungo: «Tuuu... Tuuu...».

«Tuuu, Iris Versicolor, sei la classica persona che dice sempre Ma vi ricordate quando giocavamo a pallone davanti casa? e poi passi il tuo tempo attaccata al computer. Tuuu hai una rubrica scritta a mano, non hai mai comprato niente su eBay e non sei iscritta alla newsletter di Groupon, quando Oris ti ha regalato il tuo primo smartphone le hai detto Mi hai rovinato la vita! e adesso hai un programma che gestisce le tue mestruazioni. Tuuu non hai un Kindle, non hai un Mac, hai rotto il tuo lettore mp3 e non l'hai ricomprato, ma poi hai fatto un funerale laico per Windows 7 quando sei stata obbligata a interagire con l'8. Tuuu sei una nostalgica contraddittoria. Tuuu te lo meriti quello stendino. Tuuu te lo sei guadagnato quel livido. Tuuu... Tuuu...»

Sul livido, ho messo un brick di Estathè ghiacciato, ma non è servito.
Allora ho preso il mio smartphone e l'ho fissato fino a che non si è svegliata Oris, che non aveva sentito né me, né lo stendino, né il telefono che squillava.
«Mi fa malissimo», le ho detto.
«Te lo devi tenere, Iris. Non puoi mica tornare indietro nel futuro!», mi ha risposto.

Grande Giove, lo so che eri tu al telefono, che volevi offrirmi del plutonio e un flusso canalizzatore. Richiama, ti prego.  

giovedì 3 aprile 2014

Conthèggi

Se avessi potuto scegliere, io avrei voluto una voce fuoricampo
Ehi tu, Dio!”, gli avrei detto “Non darmi tutte queste tette, dammi una voce fuoricampo”

Una settimana fa, finalmente, è arrivato il corriere: dopo quasi otto mesi dalla consegna della raccolta punti, un intermezzo con un finto recapito e una mia lettera piena d'indignazione alla Ferrero (lettera della quale sono molto orgogliosa, visto che conteneva la parola «vettore»), è arrivato il nostro tostafette, quello che disegna le N di Nutella sul pane. Io non ero a casa quando è stato consegnato, quindi Oris e Pezzetta hanno pensato bene di provarlo e di mandarmi una foto del loro bel lavoro: ovviamente, non avevano letto le istruzioni e a me è arrivato lo scatto di una fetta con un'ustione di quarto grado intorno a una N minuscola, spalmata di una patina semitrasparente che ho immaginato essere Foille.

«Facciamo un breve conteggio», ha detto la voce del doppiatore di Russell Crowe, direttamente dalla N (che ho capito essere lì per interpretare John Nash).
«Vogliamo calcolare quanti minuti ci metterà Oris a far svampare il tostafette?»
«Non esattamente. Seguimi. I punti necessari per vincere il tuo premio erano 140; una trentina li avete ottenuti da insulse merendine e gli altri 110 dall'Estathè; calcolando che ogni bottiglia di Estathè valeva mezzo punto, ne otteniamo che, nei (circa) 10 mesi di raccolta, hai bevuto [110x2x1,5litri] 330 litri di Estathè. Ti pare normale?»
«Gradirei tu non spargessi la voce in giro, John»
«Tranquilla, soffro di una forma di schizofrenia, non mi crederebbe nessuno. A proposito di schizofrenia: per questa storia della voce fuoricampo, fatteli due conti...»
«Dici che sono A beautiful mind
«No, direi proprio di no»

La sicurezza con cui il doppiatore di Russell Crowe mi ha sbattuto in faccia che non sono un genio matematico mi ha molto indispettito. Ma, alla fine: come ti permetti, sottotitolo vivente?

Per rifarmi, ho pensato di dare il mio meglio durante una passeggiata con Oris.
«Iris, potresti camminare più lentamente?»
«La questione non è camminare più lentamente»
«Ah, no? E qual è la questione? Che ti piace farmi arrivare nei posti con il fiatone, manco avessi fatto la maratona di New York e poi fossi tornata a Roma a nuoto?»
«No, la questione è la tua prepotenza. Facciamo un breve conteggio. Il vantaggio che ti sei presa nascendo ventitré mesi prima di me, ha fatto sì che io mi sia dovuta impegnare per aumentare il mio coefficiente angolare di crescita, in modo da intersecare la retta che rappresentava la proporzionalità lineare del tuo sviluppo e raggiungerti. Ma tu, furbescamente, hai bloccato la tua altezza e, dopo tutta la fatica, mi sono ritrovata a essere più alta, con un'ampiezza di passo maggiore, quindi, quando camminiamo, oltre a sentire il ticchettio delle tue scarpe fuori tempo, ti devo sempre aspettare, mi devo adeguare, devo rallentare. Non è giusto: sei prepotente»
«Iris, di' la verità: hai di nuovo sognato che Sofja Kovalevskaja e Alan Turing non ti facevano giocare con loro?»
«Ecco un'altra questione: la tua insolenza. Tu sottovaluti sempre le mie esternazioni. Quando dobbiamo uscire, mi dici che sei quasi pronta e io mi incappotto e invece non hai ancora iniziato a pettinarti quella capigliatura da Barbie Raperonzolo che hai e, intanto che rifinisci il trucco, il surriscaldamento globale mi fa sudare e butta me e il mio cappotto fuori da ogni stagione. Quando ti dico che mi devo alzare in piedi almeno una fermata prima di ogni mezzo di locomozione per essere tranquilla, tu mi distrai e mi fai alzare quando le porte si sono già aperte: poi succede, come è successo, che rimani incastrata con il borsone nelle porte del treno che sta per per ripartire e io ti devo tirare fuori con uno strattone e un calcio rotante per non farti portare via dal treno agganciata a una borsa...»
«Oddio, sì. Io non ho fatto altro che ridere, tu hai avuto un attacco d'ansia epico dopo che tutto era stato risolto!»
«Non voglio nemmeno immaginare cosa scoprirei se facessi un conto finale, un bilancio di tutti i minuti, le ore, i giorni che ti ho aspettato, le bottiglie che ti ho aperto, i passi che ho rallentato, le valigie che ti ho portato, le lavatrici che ho fatto, le grucce che ho appeso, i capelli che ho raccolto, le risse che ti ho evitato...»
«... e le cose che mi hai rinfacciato»
«Queste sono definizioni, assiomi, dimostrazioni: è matematica. E' Russell Crowe che interpreta Massimo Decimo Meridio, Oris! Numeri, al mio segnale, scatenate l'inferno!»

La teoria dei giochi cerca di risolvere le situazioni di conflitto tramite modelli. L'equilibrio di Nash è una combinazione di strategie tale che ogni giocatore sceglie in base alla massimizzazione del proprio profitto che, per essere sicura, deve accadere indipendentemente dalle scelte degli altri.
La strategia di bere 330 litri di Estathè ha consentito che noi avessimo in regalo il tostafette.
La massimizzazione del profitto, però, ha anche implicato che Oris e Pezzetta, giornalmente, abbiano dovuto combattere con la mia iperattività e le mie overdose di zuccheri.
Il fatto che Oris e Pezzetta brucino le fette tostate, mi prendano in giro, approfittino dell'inesauribilità della mia energia cinetica e rallentino la mia vita con i loro tempi biblici comporta che, in un qualche modo, ogni giorno, quasi sempre, vinciamo tutti.

Certo, Oris vince più degli altri, ma quella è un'altra storia, un problema che nessun premio Nobel potrà mai risolvere.

«Alan, John, Sofja e anche tu, doppiatore di Russell Crowe, vi prego, ogni tanto, fatela giocare con voi!»  

lunedì 17 marzo 2014

Maledette bottiglietthè

Se avessi potuto scegliere, io avrei voluto una voce fuoricampo
Ehi tu, Dio!”, gli avrei detto “Non darmi tutte queste tette, dammi una voce fuoricampo”

Quando ero piccola, mia madre mi faceva lo shampoo e la doccia in due momenti diversi. Pare che io avessi un'avversione per l'acqua sulla faccia, quindi per non rischiare di vedermi saltar fuori dalla vasca e scappare via senza vestiti e tutta bagnata (ero piccola, insolente e velocissima), mia madre mi lavava i capelli in un momento distinto.
Ogni volta, mi attirava in bagno con una scusa, poi mi faceva inginocchiare davanti alla vasca e mi diceva di coprirmi la faccia con le mani, mentre lei mi emulsionava e sciacquettava la testa. Sapevo di non poter fuggire, che ero obbligata a fare lo shampoo, ma questo non mi impediva di urlare al complotto del mondo contro di me.
Il resto di quelle giornate, mia madre le passava a giustificarsi con i vicini, a dirgli che ero una bambina melodrammatica, che se urlavo «Perché mi fai questo?» e «Chiamerò il telefono azzurro per denunciare queste sevizie!» era solo perché avevo questa fobia dell'acqua sulla faccia, non perché lei mi usasse davvero violenza.

Immagino sia stata molto dura per mia madre: io che, per ripicca, dopo la scena della vasca, mi arrampicavo sulle pareti del bagno come un gatto quando lei accendeva il phon, poi i vicini che la guardavano con sospetto e infine ci si metteva pure Oris, dotata di una chioma leonina folta e lunghissima, che si rifiutava di farsi tagliare i capelli manco fosse Sansone (la piccola rastafari si faceva pettinare, ma in cambio di ogni concessione otteneva qualcosa: ha sempre avuto un grande spirito di commercio).
Il giorno in cui i capelli di Oris sono stati accesi come una torcia, durante una processione, da un signore (più fedele all'alcol che a Gesù Cristo) che ondeggiava un grosso cero dietro i suoi crini biondi, mia madre deve aver pensato a una maledizione divina.
Da quel giorno, non ha mai più letto un'etichetta dello shampoo, ha sempre comprato a caso, afferrando il primo prodotto che trovava sugli scaffali.
Negli anni, io e Oris ci siamo lavate con shampoo antiforfora senza avere la forfora, con shampoo per capelli colorati senza averli tinti e, certe volte, pure solo con il balsamo perché nella confusione del momento dell'acquisto aveva preso quello al posto dello shampoo.
Maledette bottigliette.

«Acqua / Gastro-esophageal reflux / Ansia generalizzata / Quasimodo's attitude (a.k.a. gobba) / Iperattività / Estathè / Mania del controllo / Oris'hair / ...»
«E questo cosa sarebbe? La mia etichetta? Le percentuali che compongono la mia persona? Ce l'ho attaccata sulla schiena?»
«Il nuovo shampoo Iris Versicolor, grazie alla brillantezza ottenuta mediante i travasi di bile e alla luminosità che i capelli di Oris generano, rimanendo attaccati a tutti i vostri indumenti, vi permetterà di avere riflessi naturali e reflussi splendenti. Il disagio costante e l'atteggiamento cifotico sono componenti essenziali e selezionate per dare ai vostri capelli una vertigine che, prima, non avevate mai avuto»
«In ogni caso, vorrei ricordare che le etichette degli shampoo sono i bestsellers del cesso, ingiustamente dimenticati...»
«Iris Versicolor, mélange mélo, disponibile in brick da 29 cL»

Nel tempo, la maledizione si è evoluta e diversificata: frangette, lacca, permanenti da dimenticare («No no, non sono io nella foto: è mia cugina che sta in America, una donna priva di gusto...»), tinte di tutti i colori (Oris una volta si è comprata una giacca di pelle beige e poi si è tinta i capelli dello stesso colore e un'altra volta aveva una tinta rossa talmente carica che potevi seguire la sua scia chimica in mare mentre nuotava); poi caschi bollenti, parrucchieri cattivi e «Mi sono lasciata, mi taglio i capelli così mi vedo diversa» (il peggiore); fino a che non si è assestata su un punto.
La maledizione, alla fine dei conti, quando io ho iniziato a non avere più fobie, mia madre ha cominciato a comprare i prodotti giusti e Oris ha trovato un equilibrio cromatico, si è assestata su un solo punto, anzi su uno spazio di contenimento.
Per un principio di compensazione tra l'acqua sulla mia faccia, Sansone che ammazza i Filistei e Oris che prende fuoco in una processione: nessuna bottiglietta inizierà mai, tutte le bottigliette finiranno soltanto.

Pezzetta, hai usato tu il mio shampoo? L'ho comprato ieri e sembra già vuoto! Per caso, oltre ai semi di lino usi pure questo per profumarti quella tua barbaccia? E poi i semi di lino non sono di Oris? Oddio, ma non c'è l'acetone! Come faccio a togliermi lo smalto? Ma quanto ci laviamo in questa casa, consumiamo ettolitri di bagnoschiuma! Il detersivo per i pavimenti ve lo siete bevuto al posto dell'amaro? Ora ci metto le tacche sulle bottiglie di Estathè! Ma che succede? Perché mi fate questo? Chiamerò il telefono azzurro per denunciare queste sevizie!

Sono quasi certa che, sulla mia etichetta, ci sia scritta la percentuale di melodramma, la capacità che ho di vedere una trama dietro tutte le mie sfortune, la mia spiccata empatia per gli accadimenti peggiori, perché quell'etichetta l'ha scritta mia madre mentre mi lavava i capelli, mentre io mi coprivo la faccia per non affogare e urlavo al mondo la mia disperazione. Vatti a fidare dei parenti.

«Iris, ma la tua bottiglia di Estathè è appena cominciata...»
«Pezzetta, non te lo ricordi Sergio Endrigo che dice La festa appena cominciata è già finita
«Non parlava di certo di bottigliette...»
«Quindi?»
«Quindi, falla finita sennò ti ci faccio lo shampoo con tutto questo Estathè»

Maledette bottigliette.