Memorie di una bevitrice di Estahè

Memorie di una bevitrice di Estahè

lunedì 28 ottobre 2013

Lo zen e l'arthè della manutenzione degli insetti

Se avessi potuto scegliere, io avrei voluto una voce fuoricampo
Ehi tu, Dio!”, gli avrei detto “Non darmi tutte queste tette, dammi una voce fuoricampo”

Se arriva novembre e giri ancora a mezze maniche, inizi ad avvertire un palpito di confusione. Ma come? E' autunno inoltrato, è subentrata l'ora legale, dovrebbe essere finito lo stress umorale ciclico provocato dal cambio di stagione!
Io voglio che la cipolla rientri nella mia vita portandosi dietro l'aglio, voglio chiudere a chiave Gaviscon in un cassetto, voglio tirare fuori i vestiti più pesanti senza sudare.
Perché non posso procedere dritta verso l'inverno? Cos'è veramente reale? Che senso ha il tempo? Perché esistiamo? Come faccio a esercitare la calma in un mondo in cui Ronn Moss, dopo 6400 puntate di Beautiful, dopo venticinque anni che interpreta Ridge Forrester, viene sostituito?
E, se a causa dell'ambiguità climatica, io dovessi decidere di non rinnovare il contratto a progetto che ho con me stessa, che succederebbe? Entrando in camera mia, Oris vedrebbe un'altra persona a tracannare Estathè, fissando la tavola periodica degli elementi? Leggerebbe una scritta di recast in sovraimpressione: «Il personaggio di Iris verrà interpretato da Gegia nel prosieguo delle puntate»?
Cosa diavolo mi sta succedendo? Perché mi sento in un limbo di confusione, come se fosse colpa della temperatura il fatto che non riesco a passare sotto il bastone? Perché non ce la faccio a calmarmi?
Eppure, quando sono tornata a casa, lo scorso week end, eravamo invasi dalle cimici verdi, così come dovrebbe essere in un autunno chiaro e limpido, senza ripensamenti.
Questo mi avrebbe dovuto pacificare con l'autunno.

«Papà, cos'è questa puzza?»
«Devi aver schiacciato una cimice. Come quasi tutti gli eterottori, anche i pentatomidi, per difendersi, rilasciano una sostanza fortemente revulsiva»
«Secondo te, può essere che il dipartimento della difesa degli Stati Uniti sia a forma di pentagono per ricordare una cimice? E' per questo che le piccole spie si chiamano cimici? Può essere che la Merkel ha scoperto il datagate perché ha sentito la puzza?»

Mio padre, ovviamente, non ha risposto a queste domande, non perché fossero retoriche o surreali, o perché fosse lapalissiana la babele delle mie questioni e la tangente intrapresa. Mio padre non ha risposto a queste domande, per il semplice fatto che lui è una voce fuori campo discriminatoria: politica internazionale no, tipologie di serpenti sì; sentimenti e ammennicoli vari no, funghi velenosi e mescole polimeriche sì.

«Papà, ti presento Pezzetta, un mio caro amico»
«...»
«Sai, accetta la mia dipendenza dall'Estathè e fa le pulizie al posto di Oris...»
«...»
«Svegliatosi una mattina da sogni agitati, si trovò trasformato, nel suo letto, in un enorme insetto immondo. Riposava sulla schiena, dura come una corazza, e sollevando un poco il capo vedeva il suo ventre arcuato, bruno e diviso in tanti segmenti ricurvi, in cima a cui la coperta del letto, vicina a scivolar giù tutta, si manteneva a fatica. Le gambe, numerose e sottili da far pietà, rispetto alla sua corporatura normale, tremolavano senza tregua in un confuso luccichio dinanzi ai suoi occhi...»
«Dunque, caro Pezzetta, hai subito una metamorfosi. Potremmo risalire alla tipologia di insetto, se mi dai maggiori informazioni»

Insomma, Kafka sì, «Con quale parte del mio corpo ho schiacciato questa fottuta cimice visto che la puzza me la sto portando dietro per tutta la casa?» no.

Se arriva novembre, giri ancora a mezze maniche, all'orizzonte non c'è ombra di un lavoro sensato o di un'esistenza chiara, la domanda dell'Estathè non si abbassa a causa del caldo, il viaggio sul regionale che ti riporta a casa non è per niente filosofico, flotte di cimici rincoglionite ti rumoreggiano intorno fino a che non ti siedi su una di loro (crepandola c'u mazz, come hai fatto con i Rayban vintage anni ottanta di tuo padre che, però, grazie al cielo, non puzzavano così) e poi scopri che per tua nonna, Ridge o non Ridge, è sempre Beautiful e che Il muto (ovvero tuo padre come lo chiamano i suoi amici della squadra di caccia al cinghiale, visto che non si degna di rispondere alla ricetrasmittente) si è preso una zecca dei boschi, certo che inizi ad avvertire un palpito di confusione e perpetri nella mancanza di calma. Altro che metafisica della qualità. Altro che non esistono più le mezze stagioni. Altro che lo zen e l'arte di procedere verso i livelli più elevati di svuotamento dalle ansie.

«La zecca è un ectoparassita ed è ematofago, si nutre di sangue»
«Dunque non conosce il concetto buddista della vacuità...»
«Spesso si stacca da sola dopo che ha finito il suo pasto, per questo non l'ho tolta subito»
«Oscilli tra essere una pagina di Wikipedia e una di Yahoo Answers, papà. Penso che, in caso di metamorfosi, diventeresti Philippe Daverio»
«...»

Se mio padre non soffrisse di mutismo selettivo avrebbe dovuto rispondermi con la frase simbolo della mia amicizia con Core.
Quando un ospite finisce il mio Estathè, quando le giornate sembrano non avere senso, quando Gegia si taglia i capelli corti per entrare di più nel mio ruolo, quando pesto tre merde con cinque passi e ottobre non sembra ottobre, io chiamo Core e lei, con lo stupore necessario a non farmi sentire pazza, esclama: «Ma che davero Daverio?», come se la filosofia estetica del mondo potesse essere salvata da una mano a cucchiara.
E' così che io mi calmo, respiro e divento vacua.
Come una bottiglia di Estathè a fine ottobre.

Prego, novembre, puoi arrivare: io e Gegia siamo pronte.

venerdì 18 ottobre 2013

Verdure gratinathè

Se avessi potuto scegliere, io avrei voluto una voce fuoricampo
Ehi tu, Dio!”, gli avrei detto “Non darmi tutte queste tette, dammi una voce fuoricampo”

La settimana scorsa sono stata invitata a un pranzo della domenica: pizzette, pasta al forno, farinata di ceci, verdure gratinate e non, torta al limone, mise en place in terrazzo, amiche che tornano sudate dal tiro con l'arco, altre che vanno a fare tatuaggi o da Leroy Merlin o a farsi tatuaggi da Leroy Merlin... Tutto, era tutto perfetto, quasi magico, tanto che sul terrazzo con noi c'erano anche Emily Dickinson e Virginia Woolf: la prima decisamente (e sorprendentemente) più ciarliera della seconda.
Eppure, è bastato un attimo perché ci mettessimo a parlare di maledizioni hollywoodiane e malattie, invece che di inciuci e bagordi.

Lo sai che pure io soffro di gastrite, I? Mi raccomando non andate in macchina con M, è praticamente cieca. Io mi sono fermata alle emicranie, A, ma potrei spostarmi anch'io sull'apparato gastrico se è così in voga. F, io non sono cieca, ho solo qualche allucinazione. Io sono L e sono un uomo, non parlo delle mie malattie. Ma non ti fa male bere l'estathè? Perché nessuno mangia le verdure non gratinate? Dàlle a Virginia, M, le mangerà lei.

Quando inizi a fare i pranzi della domenica, invece delle uscite del sabato sera, ti metti d'accordo per scambiarti articoli di medicina psicosomatica e fai bullismo contro Virginia Woolf, è ufficiale: non sei più il giaguaro di una volta.
Se mai quel giaguaro lo sei stato.
«Dormi tranquilla, Iris. Tu quel giaguaro non lo sei mai stato. Non sei mai stata nemmeno una tigre, un leone, un tenero micetto ben gratinato al forno...»
«Magica Magica Emi? Proprio tu a dirlo! Quando guardavo il tuo cartone, avevo già una precoce e incontrollata dipendenza da teina, ascoltavo i dischi in vinile di mio padre, suonavo la batteria, andavo a cavallo... Ero una bimba rock and roll!»
«Cara, mentre Oris si dimenava a squarciagola davanti alla sigla, tu la cantavi a bassa voce, con un senso di terrore e frustrazione che non ti ha mai veramente abbandonato. Altro che rock and roll!»
«Scusami, May, o Emi, chiunque tu sia delle due. Parliamo di un ritornello che diceva: C'è un cuore sul bracciale/ che è magico perché/ può sempre trasformare/ May in Emi, Emi in me... Non potevo non mettere in conto il fatto che, per colpa di quel cazzo di folletto che ti aveva donato il braccialetto, tu avresti potuto trasformarti in me in qualsiasi momento della mia vita, non credi?»
«Dì la verità, sei tu l'amica con le allucinazioni, vero?»
«No, non sono io. E poi, senti chi parla! Una bambina roscia prestigiatrice che, quando ha avuto la possibilità di trasformarsi, ha scelto i capelli azzurri. Che cattivo gusto...»
«Devo dirti una cosa che ti abbiamo tenuto nascosta per anni, io e Oris. Sei pronta? Il braccialetto donato da quell'amore di folletto, poteva trasformare May in Emi e Emi in May. Non eri tu la protagonista di quella sigla, Iris...»
«Che cosa? Ma voi mi avete rovinato la vita! Io ho fondato tutto su quella eventualità, mi sono preparata! Sono nata verdura gratinata e mi avete fatto diventare pian piano un cavolo bollito, è questa la verità. E' questo il motivo per cui, a un certo punto della mia carriera scolastica, dopo tredici anni passati a essere la prima della classe, ho avuto la brillante idea di iscrivermi a ingegneria meccanica. Sono colpa vostra i patimenti della cottura al vapore, i pomeriggi passati a disegnare con autocad i meccanismi a camma con disco eccentrico e cedente traslante, oppure le notti passate a risolvere assurdi esercizi di meccanica dei solidi, per non parlare delle mattine di lezione passate a osservare le migliori menti della mia generazione farsi calve dal giorno alla notte per lo stress di tutte quelle materie tutte insieme. Mi avete causato l'assenza di vita sociale, il bruciore di stomaco, l'aria condizionata delle aule studio il 29 luglio, che quando uscivi ti veniva un coccolone e nessuno poteva aiutarti perché era il 29 luglio ed eri rimasto solo tu a bestemmiare contro le variabili termodinamiche per l'orale di Fisica Tecnica. Come quando i genitori ti vengono a trovare nella tua casa di studente fuori sede e appiccichi le tende con lo scotch perché tanto devono star su solo quel giorno. Ho fatto tutto questo per senso di ospitalità e tu... Emi perché? Perché non ti sei mai trasformata in me?»

I, stai bene? Guarda che quella è Virginia, non è Emily. F, visto che non sono l'unica con le allucinazioni su questo terrazzo? A, mi sta venendo l'emicrania. I, vuoi andare a fare un giro in macchina con M? Spiritosa, forse le farebbe bene bere dell'estathè. Io sono L e sono un uomo, posso andare in bagno? Mangiati due verdure non gratinate, ti faranno calmare.

L'autobus ci ha messo un'ora e quaranta per riportarmi a casa. Grazie all'ATAC, mi è sembrato di essere andata a pranzo a Firenze o a Napoli o da Leroy Merlin.
Immotivatamente, durante tutto quel tempo, non ho fatto che pensare al giorno in cui mi sono laureata, che era venerdì 17 dicembre, nevicava, io speravo ancora che Emi si sarebbe trasformata in me e Oris mi aveva spinta a indossare i RayBan vintage anni ottanta di nostro padre. Quel giorno, a conferma di quanto poco io sia gratinata, mi sono seduta sugli occhiali da sole e li ho spaccati.
Durante tutto il viaggio di ritorno dal pranzo della domenica, sono riuscita a pensare solo alla faccia sconvolta di Oris davanti ai suoi due pezzi di RayBan (tutto quello che è nostro appartiene in realtà a Oris, visto che è l'imperatrice dell'universo) e a Pezzetta che le dice: «Uà, che fa? L'ha crepati c'u mazz».
Al prossimo pranzo della domenica, me lo farò tatuale sul braccio.
Uà, che fa? L'ha crepati c'u mazz...
Amici, che giaguaro.



martedì 8 ottobre 2013

I pomeriggi senza thè

Se avessi potuto scegliere, io avrei voluto una voce fuoricampo
Ehi tu, Dio!”, gli avrei detto “Non darmi tutte queste tette, dammi una voce fuoricampo”

C'è sempre un momento di scoramento nella solitudine: è quel vestito che non riesci a chiudere da sola, è l'Estathè che termina e non puoi chiedere a nessuno di andare a procurartelo, è il cinema con la coppia davanti a te che pomicia e beve dei brick di Estathè («Oh, ma dove li avete comprati?»), è la lampadina che ti si fulmina e tu che devi fare su e giù dalla scala venti volte per stringerla e poi provare l'interruttore, ristringerla e riprovare l'interruttore, e la luce non torna mai.
Già, ti sembra che la luce non tornerà mai.
Quello è il momento in cui, di solito, la mia amica Marco Polo, donna di mondo e di veneta concretezza, mi dice: «Senti, Iris, io finisce che mi iscrivo a Meetic»; oppure mia madre, in macchina, mentre mi porta -a digiuno- ad affrontare la gastroscopia, afferma sicura: «Il medico lo conosco e mi sembra proprio il tuo tipo...», che ti verrebbe da dire «Certo, mamma: lo conquisterò con un conato di vomito», ma non puoi perché hai già un conato di vomito.
Come tutti i nati degli anni ottanta sanno, c'è solo una voce che può accompagnare tutto questo: capelli neri, ostinata gettoniera a separarli sulla testa e fianchi larghi melodicamente italiani.
La settimana scorsa, quando quei due debosciati membri della mia famiglia mi hanno abbandonato, è arrivata lei a farmi compagnia, cantando la solitudineee, questo silenzio dentro teee...
E, nella malinconia degli amarcord, abbiamo parlato del mio primo amore Marco che, anche se si chiamava come il suo (e come la mia amica veneta), non se n'è mai andato per non ritornare più, anzi: mi ha chiamato tutte le sere dei cinque anni delle elementari più i tre anni delle medie per chiedermi di controllare i compiti e, in queste millesettecento telefonate, mi avesse mai detto è l'inquietudine di vivere la vita senza te, 'sto stronzo.
Mi chiedeva solo di ripetergli i compiti per avere la sicurezza di averli segnati tutti, perché noi due eravamo i primi della classe e lui voleva che stessimo sempre allo stesso livello.
Laura Pausini avrebbe dovuto cantare La solitudine dei numeri primi della classe.
«Non è possiiibileee diviiidereee un nuuumero per zerooo, la solitudineee...»
«Hai visto Laurona? In metrica, ci sta...»

C'è sempre un momento di scoramento nello stare assieme: è quel pensiero che non riesci a concludere perché Oris si annoia e vuole che tu le presti tutta la tua attenzione, è Pezzetta che toglie dal frigo l'Estathè per metterci la sua birra, è il cinema con la coppia davanti a te che mentre pomicia ti dice che i brick li ha comprati nel supermercato affianco e Oris e Pezzetta ti impediscono di uscire dalla sala per procurartelo, è la pubblicità di adottaunragazzo.it che rompe tutti gli equilibri in casa, scatena l'inferno delle prese di posizione e induce alla lotta senza quartiere: il silenzio non torna mai.
Già, ti sembra che il silenzio non tornerà mai.
«Ma che non l'hai vista la pubblicità? C'è una vecchia! Secondo me, il sito funziona che tu, vecchia, sola con la pensione di cui non sai cosa fare, aiuti economicamente un giovane precario e lui magari ti telefona la sera, viene a pranzo la domenica... Sennò perché si chiamerebbe adottaunragazzo.it
«Sì, ha ragione Oris.»
«Ma dove vivete? E' un sito d'incontri! La pubblicità è ironica...»
«A volte mi domando se vivrei lo stesso senza te...»
«Laura, non puoi cantare mentre litighiamo!»
«Ma quale ironia! Ma perché devi sempre pensare che tutto giri intorno all'accoppiarsi?»
«Perché tutto gira intorno all'accoppiarsi!»
«Lì da sooola, dentro a un briiivido, ma perché lui non c'è...»
«La senti questa? Questa vende milioni di dischi in tutto il mondo parlando dell'accoppiarsi...»
Quando ho fatto partire una googlata su questa storia per sbugiardare Pezzetta in nome della versione sociologicamente impeccabile mia e di Oris, come prima cosa ho pensato che la battuta su Meetic della mia amica Marco Polo sarebbe dovuta cambiare, visto che Meetic è niente rispetto a questo sito di incontri in cui puoi mettere gli uomini nel carrello, c'è un contatore di parole dolci scambiate, una selezione con offerte e gli uomini ti possono mandare degli incantesimi. Non vorrei insistere, ma alla voce Serie speciale: i preferiti dalle mamme, mi è parso di vedere la foto del mio gastroenterologo.
Mi è venuto un conato di vomito.
Non per il sito o per il mio medico, ma per altri due motivi: innanzitutto, negli scaffali non c'era Estathè e, seconda cosa, aveva ragione Pezzetta.
Tanti catastrofici affari possono succedere nella nostra vita, ma non può accadere che abbia ragione Pezzetta: quella è davvero la fine.
Orde di cagacazzi si sono riversati per strada a festeggiare, Laura ha cantato Don't mess up my baby dei Black Lips in suo onore, lui e Marco (tornato solo per la grande occasione) hanno stappato una bottiglia di Estathè e il cielo si è fatto scuro d'improvviso.

«Oris, lo sai che racconterà questa storia per anni?»
«Lascialo fare, per una volta che ha ragione...»
«Non ti crea imbarazzo essere talmente in un altro mondo da non riconoscere un sito d'incontri nemmeno se te lo sbattono in faccia?»
«No, mi crea più imbarazzo conoscere a memoria tutte le parole de La solitudine»

Pezzetta sta ancora festeggiando per la sua vittoria, si è accodato ai caroselli dei romanisti.
Se lo incontrate per strada, in un carrello della spesa insieme a Laura Pausini, dategli un'occhiata: è il piatto del giorno, scontato, in offerta, insomma, basta che ve lo prendete.
Si chiamano saldi.

E non c'è mai un momento di scoramento durante i saldi. 

domenica 22 settembre 2013

In thènera età

Se avessi potuto scegliere, io avrei voluto una voce fuoricampo
Ehi tu, Dio!”, gli avrei detto “Non darmi tutte queste tette, dammi una voce fuoricampo”

Da quando ho iniziato a essere una tipa sportiva, con questo fatto che le palestre sono piene di specchi nei quali ti puoi guardare mentre l'istruttrice di Fit Burlesque ti dice Ora, sensualità a corpo libero, è aumentato il mio leggero problema di dismorfofobia.
La suddetta patologia mi fa pensare di essere sempre troppo alta, troppo sgraziata, troppo imponente, in pratica un donnone (io lo so razionalmente che non è così, ma poi vedo tutta questa gente minuta intorno a me...): l'ortopedico mi ha detto che questo è il motivo per cui ho un atteggiamento cifotico. In pratica, passo troppo tempo con mia sorella e, a livello inconscio, mi sento la bambina che ha comprato la Polly Pocket bionda o Gulliver che è sbarcato a Lilliput, un paese in cui la gente è alta come un brick di Estathè; quindi mi incurvo e cerco di diventare più piccola.
Leopardi, avendo capito che le mie deformazioni erano troppo prosaiche per i suoi gusti, mi ha abbandonato di fronte a quello specchio, senza nessuna intenzione di esprimersi in una sensualità a corpo libero e, nell'immobilità di quel silenzio carico d'imbarazzo, è arrivato lui: il mio trauma rosso, calvo e in falsa camicia, al grido di: «Belin, Leopardi, ti spacco la faccia!».

Per spiegare questo trauma, devo tornare a un tempo lontano, fare un passo indietro verso la tenera età, anche se più che tenera, io sono sempre stata molto stoppacciosa.
(Oris sostiene che si può parlare di tenera età entro i tre anni, tre anni e mezzo al massimo, che lei non mangerebbe mai un bambino quattrenne, sarebbe già troppo duro. Ma si sa che Oris è un buongustaia).
Faccio fatica a fare questo passo indietro, proprio a causa della mia dismorfofobia: non riesco a pensare di essere mai stata fisicamente piccola. Quando, quest'estate, ho ritrovato il mio completino da giovane fantina, ho passato varie ore con le braccia infilate nei pantaloni beige e il cap che mi copriva metà testa, a riflettere su quanto e perché si fossero sviluppate così tanto le mie ossa; fino a quando non mi ha visto mia madre in quelle condizioni e mi ha detto: «Non sei mai stata normale, ma quandanche volessimo affrontare tutto questo con l'ippoterapia, hai bisogno di un completino nuovo».
Eppure c'è stato un tempo lontano, da qualche parte, in cui io sono stata piccola, addirittura più piccola di Oris.
«Tutti gli anni, mi obblighi a mettere vestiti di carnevale usati. Tutti gli anni, sono costretta a essere un personaggio che mia sorella è stata già. Me lo ricordo come se fosse ieri» mi dice mia madre quando vuol farmi sentire in colpa «hai recitato quell'accusa e mi hai guardato come se fossi la madre peggiore del mondo»
Leggenda narra che, dopo che l'ho smascherata, mia madre mi ha portato in un negozio di maschere. Quella furbona linguistica.
«C'è la principessa delle nevi, ci sono Barbie Manager e Barbie Gran Galà; guarda c'è anche la principessa Sissi! Sono bellissimi Iris! Quale vuoi che sia il vestito tuo solo tuo?».
Non so se è stata la sua domanda ironica, quel tuo solo tuo, o se è stato il fatto che non sono mai stata normale, ma, a quel punto, ho visto rosso, ho visto calvo, ho visto falsa camicia e ho detto: «Mi voglio vestire da Gabibbo».
Pausa. Faccia basita di mia madre. Acquisto. Trauma.
Era il 1991, avevo sette anni, e il pomeriggio di quel giovedì grasso, in un imbarazzo incredibile che mi ricorderò per sempre, Iris-Gabibbo e Oris-Marie Antoinette uscirono di casa mano nella mano.
(Sono quasi certa che la stessa scena si sia verificata in casa Coppola e che questa sia la motivazione della carriera cinematografica di Sofia: non tanto Marie Antoinette, più la parte delle Vergini suicide).
E' stato il peggiore carnevale di sempre: tutte le principesse mi guardavano, i pirati e i zorro mi sfidavano a singolar tenzone, c'è stato perfino un arlecchino che mi ha riso in faccia. Era come uno di quei sogni in cui cammini nudo per strada e non sai perché e non puoi farci niente, perché Marie Antoinette si sventola con la sinistra senza lasciarti libera la mano e tua madre ti guarda con lo sconcerto di chi si ripete: «Figli piccoli, problemi piccoli. Figli grandi, problemi grandi. Cosa mi riserverà il futuro?»

Quando l'istruttrice ha alzato la musica e ha iniziato a muoversi, io ho chiesto con voce sottile se gli addominali potevano considerarsi validi e quello sboccacciato del Gabibbo ha iniziato il suo show.
«Mea, ragassa, mi sei simpatica! Facciamola insieme questa sensualità a corpo libero»
«Vattene via, frodatore razzista, lo sanno tutti che il tuo costume appartiene a Big Red, la mascotte della Western Kentucky University...»
«Uè, besugo d'un besugo»
«...ecco, appunto, besugo è un sinonimo di terrone...»
«Ti sei fatta un lifting col leasing? Mea, mi sei simpatica!»

Ovviamente, non ho fatto l'esercizio di sensualità a corpo libero, visto che perfino il Gabibbo era più aggraziato di me, nonostante sia il pupazzo più imbarazzante del secolo, nonché l'unico costume al mondo che impedisce la fruizione dell'Estathè durante il suo utilizzo.
Freud, l'ortopedico che si occupa di correggere i miei atteggiamenti cifotici, dice che vestirmi da Gabibbo è stato un modo contorto per esprimere la mia diversità, per rendermi ridicola, una specie di masochismo infantile con l'accento genovese.
Perché non mi sono vestita da fantino, da Gulliver, da Polly Pocket oppure da brick di Estathè? Perché, dopo un anno sabatico (l'anno dopo mi sono chiaramente rifiutata di indossare alcunché), ho rinunciato alla sobrietà in nome di un costume da finestra? Perché a ventinove anni, mano nella mano con Oris, sto seguendo un corso di Fit Burlesque?
«Perché sei un macaco perdibraghe, ecco perché!»
A fine lezione, sembrava sparito, sembrava esserci più spazio nel mondo, io mi sentivo addirittura più piccola; invece era in agguato dentro l'armadietto, pronto a cantarmi: «Tutto torna, tutto nasce, nella rumenta...»

E' ufficiale: la vita è un incubo senza fine e va in onda su canale cinque.
Mamma mia, quanto odio il Gabibbo!

giovedì 12 settembre 2013

Pilathès

Se avessi potuto scegliere, io avrei voluto una voce fuoricampo
Ehi tu, Dio!”, gli avrei detto “Non darmi tutte queste tette, dammi una voce fuoricampo”

Mia sorella Oris ha acquisito, nel tempo, diverse specializzazioni: ha un master in persuasione silenziosa di soggetti iperattivi (fa le cose con una lentezza talmente snervante da condurti a terminarle al suo posto, pur di vederne la fine -ok, lo ammetto, sono io il soggetto iperattivo), un diploma in movimenti ondulatori post-cena (riesce a girarti intorno mentre sparecchi, facendoti pensare che ti sta aiutando, ma in realtà la sua è la danza di chi non sta muovendo un dito) e una laurea in Se fossimo in un mondo giusto, io ne sarei l'imperatrice.
Poco tempo fa, abbiamo ritrovato un suo tema delle elementari (ripeto: elementari!) che cominciava così: «Io ottengo sempre quello che voglio...».
Credo che, a tal fine, lei utilizzi una forma raffinata di pressione. Pressione bassa, ovviamente: molto bassa. Un'ipotensione che non riusciamo nemmeno a percepire ma che ci lavora ai fianchi, mistifica, confonde le carte in tavola, e porta a:
«Pezzetta, perché stai lavando i piatti?»
«Perché Oris li ha lavati ieri e oggi a pranzo»
«Veramente, ieri li ho lavati io e oggi, a pranzo, lei nemmeno c'era»
«Cazzo, m'ha fregato pure oggi. Vabbè, tanto ormai ho finito...»

E' stato così che è successo tutto. E' stato così che io e Leopardi ci siamo ritrovati su uno step, in imbarazzo, sudati e senza che io potessi bere Estathè.
Ora, come ben sapete, ho già il mio bel carico di problemi, quindi lo sguardo fisso di Oris, con quegli occhi giganti da Pollon Combina guai, e il mantra Andiamo almeno a vedere com'è la palestra che ha usato contro di me, non ho potuto sopportarlo oltre un certo tempo.
Dopo sette anni, ho ceduto e l'ho seguita.
L'infida biondina dei Ricchi e poveri, mentre io guardavo veramente com'era la palestra, ha tirato fuori il bancomat e ha fatto l'abbonamento di tre mesi per entrambe; poi mi ha detto «Ormai ho pagato, ora ci devi venire». E poi, piano piano, dentro di sé, io lo so, si è detta: «Io ottengo sempre quello che voglio!».

«Irisù, tu non me pòi fa quescdo. Ce simo messo tandi anni pe' fatte venì quella bella gobetta sulle spalle. Mo' la volemo perdè cuscì, de pundo in bianco?»
«Giacomo, lo so, ma mi ha ricattato»
«Se chiama Silvia 'sda stronza, vè?»
«No, si chiama Oris»
«Eravamo quasci arrivadi alla seconda gobba, c'eravamo quasci. Scendi da sto scalino, 'namo a scrive 'n sonetto...»
«Giacomino, non so che dire. Ora non mi distrarre, però, sto facendo GAG!»

Il ventinovesimo cerchio della mia vita, in questa quotidiana (e poco divina) commedia, è stato finora suddiviso in tre gironi infernali: rottura del gancio della tenda, matrimonio senza amore con il Gaviscon e scoperta dell'esistenza del GAG.
Gambe-addominali-glutei è una forma di tortura moderna, durante la quale un istruttore sudato dai bizzarri gusti musicali racconta a uno specchio pieno di donne molto più sudate di lui una serie di mosse ritmate con step, tappetino e bilanciere.
Mentre Giacomino beveva Estathè alle mie spalle, cercando di trovare un termine giusto per descrivere le ragazze di quella classe, a me ne è venuto in mente solo uno, in romanesco.
Erano «ingarellate». Eravamo ingarellate.
Io, che inciampo pure a ballare l'Hully Gully, mi ostinavo ad andare avanti anche se usavo sempre il piede sbagliato, muovevo sempre il braccio opposto; mentre Oris, molto più musicale, seguendo meglio, assumeva un colorito sempre più nefasto, molto simile al ravanello, che contando che di solito è una bambola di porcellana che ha mangiato troppi latticini, faceva davvero impressione.
«Simo pazzi? Guardate che potete morì se 'nnate avandi! Altro che sudate carte
Quando ci ha fatto stendere a terra, la mia esofagite si è fatta sentire: ho guardato Oris, Oris ha guardato me e ha capito che mi stava venendo la nausea perché non posso essere distesa senza un sostegno per la testa.
«Ti prego, non vomitare», mi ha detto.
«Soffrirei troppo nel non poterti riprendere con l'iPhone. Lo sapevo che dovevo portarmelo!»
La sorellanza è un amore profondo, si sa.

Grazie alla disambiguazione su Wikipedia, Leopardi è tornato indietro da gag, scena umoristica a GAG, sequenza di esercizi di fitness, io ho finalmente bevuto un po' di Estathè e mi sono salvata.
Potevamo morire, ma non siamo morte. Oris ci ha messo tre ore a tornare del suo colorito naturale e non ci siamo dette del disagio vissuto fino a quando non abbiamo incontrato il Pilates, ugualmente faticoso, ma molto più consono alle nostre peculiarità.
«Qui mi sento più a mio agio», mi ha detto Giacomo. «Te posso pure legge' le poesie, mentre mantieni la posizione...»

«Pezzetta, lo sapevi che abbiamo più di settecento muscoli nel nostro corpo?»
«No»
«Io e Iris ne usavamo meno di un decimo, calcola che tutti gli altri ci bruciano»
«E quindi?»
«Puoi lavare tu i piatti?»

Il Pilates incoraggia l'uso della mente per controllare i muscoli.
Oris utilizza lo scoramento dei muscoli per controllare la mente.
Pezzetta lava i piatti e io, con molto probabilità, mi ritroverò a «provare» un corso che si chiama Fit burlesque.

Ha sempre più armi contro di noi: lei è l'imperatrice del mondo. 

lunedì 2 settembre 2013

Indomite thèssere

Se avessi potuto scegliere, io avrei voluto una voce fuoricampo
Ehi tu, Dio!”, gli avrei detto “Non darmi tutte queste tette, dammi una voce fuoricampo”

Quando ho scritto il mio ultimo post, a luglio, pensavo che mi sarei buttata tra le grinfie di quest'estate con spavalderia, che non avrei speso un pensiero uno per le preoccupazioni quotidiane che mi avevano afflitto durante il terribile nugolo di mesi di questa prima metà d'anno. Avrei scoperchiato le onde, bevuto Estathè e rinvigorito la pigmentazione della mia pelle, lasciando danzare la melatonina verso lidi a me più consoni rispetto all'opaco olivastro che mi regala la mia reclusione cittadina.
Niente poteva andare storto.
Già. Niente.

Questo pensiero di quieto ottimismo, lo devo imputare al mio amico Seitan, già detto Ukulele che, dopo che Mark Zuckerberg ha cancellato tutte le nostre chat per contenuti pericolosamente tristi, si è licenziato, è diventato vegano, ha deciso di andare via dall'Italia ed è sorprendentemente diventato una vocina positiva nella mia testa.
«Mo, basta. Famola finita co' sto mood emotivo da 'voglio rimpinguare le tasche di un cazzo psicanalista a caso'!».
Mi ha convinto.
Niente. Poteva. Andare. Storto.
Non come quella volta che mi sono messa a succhiare una biglia di vetro perché ero sicura che tutto, in fondo, fosse masticabile, e quella mi si è incastrata in gola e sono quasi morta.
«Iris, le tessere del domino non sono biscotti. No, non sono il negativo dei pan di stelle»
Questa voce fin troppo realista è di Oris, invece, di parecchio tempo fa, in quel mio periodo confusamente sinestetico, durante il quale lei smazzava carte da poker che nemmeno una croupier e io mangiavo scontrini che manco un evasore totale.

Quando ho scritto il mio ultimo post, non sapevo che il giorno dopo mi sarei svegliata strana, con un groppo in gola e che quel groppo ce l'avrei avuto per i successivi venti giorni, durante i quali, non avrei scoperchiato Estathè o bevuto onde, ma ripetuto ossessivamente: «Ho sputato sangue», in un senso troppo poco lato per essere motivo di orgoglio.
Inutile dire che io ho pensato fosse la tubercolosi, una cosa che mi avrebbe fatto sentire molto più letteraria di quanto potrò mai essere.
Inutile dire che tutti mi hanno giudicato con un: «È colpa dell'Estathè!».
Inutile dire che è stata tutta colpa delle tessere del domino.

Le tessere del domino, infatti, non sono biscotti, sono ore, giorni, mesi, sono pezzi di tempo, sono la maniera in cui ci muoviamo all'interno della nostra vita. Ognuno ci gioca come vuole. Alcuni costruiscono lunghe code sfavillanti, figure che partono dal geometrico per arrivare all'artistico. Altri incastrano sezioni di pallini in serpenti bidimensionali con uno spiccato senso matematico. Certi, lasciano tutte le tessere nel sacchetto.
Io, a quanto pare, inanello coreografiche catene di sfiga che nemmeno a programmarle sarebbero così perfette.

Riassumerei il mio agosto nei seguenti punti:

  1. Sputo sangue.
  2. Torno a casa per andare dal mio medico di fiducia indossando una maglietta troppo larga, quindi alla stazione un'ape di quattro centimetri di quelle pelose mi si infila sotto la maglietta e mi punge pancia e mano.
  3. Al pronto soccorso scopriamo che non sono allergica, ma quella stronza cicciona (prontamente ammazzata da mia madre con una raccomandata) mi lascia un dolore immenso per i successivi due giorni.
  4. Il medico dice che, come al solito, è l'esofago, ha attaccato la faringe, facendola sanguinare (no turbecolosi, no party).
  5. Dieta («No, non fa niente che voi vi mangiate la frittura di pesce», «No, grazie, non posso bere nulla», «No, cazzo, non è colpa dell'Estathè»).
  6. Trattative con il medico: «Posso bere qualche Estathè?» «No» «Lei non capisce, io sono intollerante al latte! Devo fare colazione con l'acqua calda?» «Uno, ne può bere uno» «Uno? Ma è estate! È Sta Thè!» «Io credo che lei non voglia guarire».
  7. Fiducia mal riposta: impellente necessità di cambiare medico.
  8. Sotto l'ombrellone: io, un libro e Noremifa, una musicale alternativa al Gaviscon che mi procura delle macchie sulla pancia che mistifico dicendo a mia madre «No, non ti preoccupare, ci sono partita da Roma».
  9. Blocco intestinale causa dieta («A questo punto era meglio mangiare la frittura di pesce», direbbe quel burlone del mio medico).
  10. Rash cutaneo sulla fronte («Che bella pelle che ti fa il mare!»).

Potrei continuare, ma mi fermo perché dieci tessere mi sembrano abbastanza per dire che dopo che, a luglio, ho fulminato tutto ciò che di elettronico possedevo e che, ad agosto, ho resettato il mio apparato gastrointestinale (per inciso: sto facendo ancora la cura e sono intrattabile), non mi aspetto grandi cose da questo settembre.
Ma siccome voglio essere fiduciosa, ruberò la voce a un amico bandito (che stava parlando con Oris e non con me, quindi è un vero furto): «Bisogna chiudere questa stupida estate e iniziare una nuova stagione. La sorte ce lo deve. Ho bisogno di tornare al 2004 per incontrare certi apici di malinconia».
Se volete avere notizie di Pezzetta, l'ultimo suo avvistamento è stato su Monte Miletto: ha pensato di scalare 2050 metri con le Clarks fino a che, perculato da due ornitologi (stavano cercando un Piviere Tortolino e hanno trovato Pezzetta, pensate che sfiga pure loro, poveracci), ha comprato 90 euro di scarpe da trekking e ci ha telefonato con un attacco di dispnea talmente acuto che sembrava calabrese.

Quando voi postavate su Facebook le foto strafighe della vostra vacanza, sappiate che io brindavo a voi con il mio musicale Noremifa che mi ha dimostrato che, alla fine, non tutto è commestibile, visto che quell'antiacido, sia alla vista che al gusto, sembra uno di quegli shampoo monouso che ti danno in albergo.
Però, almeno, grazie a lui, mi sono sentita un po' in vacanza anch'io.

martedì 23 luglio 2013

Thècnologia della fede

Se avessi potuto scegliere, io avrei voluto una voce fuoricampo
Ehi tu, Dio!”, gli avrei detto “Non darmi tutte queste tette, dammi una voce fuoricampo”

Quando ero piccola, mi è capitato (in rare occasioni, che ho comunque reso cruciali nei miei ricordi) che una lampadina si fulminasse al mio contatto con l'interruttore che la gestiva.
"E' perché sei elettrica!", mi diceva mia madre.
Ero fermamente convinta che se stonavo avrebbe piovuto, che stringendo il telecomando forte forte non avrei provato dolore durante le iniezioni (questa credenza in particolare è merito del delirio di onnipotenza televisiva di Oris) e che Del Piero avrebbe segnato solo se me ne stavo zitta e immobile sulla poltrona del salotto.
Nelle ultime due settimane, oltre al gancio della tenda, mi si è rotto il telefono, poi il computer e poi di nuovo il telefono: allora mi sono ricordata di Licia Maglietta in Agata e la tempesta e ho pensato di essere una specie di slider (SLI sta per Street Lamp Interference, ma credo di poter allargare il fenomeno al lampadario della mia camera da letto di bambina, andato in pappa non appena ho toccato l'interruttore; "E' perché sei elettrica!", mi ha detto mia madre).
Io non credo al paranormale, nemmeno quando lo si giustifica con i campi elettromagnetici, ma quando il tipo che mi ha aggiustato il telefono mi ha detto che era tutto a posto e che probabilmente era colpa della maniera in cui spingevo il pulsante di accensione, ho pensato davvero a un fenomeno di compensazione tecnologica della mia ansia. Ho pensato che fosse tutta colpa mia.

"Non piangere, Iris!"
"Devo piangere, Madonnina della 'mella"
"E perché? Sentiamo..."
"Essenzialmente per due motivi: il primo è che, a luglio, questi stronzi di accaldati fanno impennare la domanda di Estathè e la Ferrero non tiene botta, quindi io mi ritrovo molto spesso a dover razionare le mie risorse. E poi..."
"E poi?"
"Mi si sono rotti il computer e il telefono, non so nemmeno quanti dati ho perso..."
"Devi avere fede, Iris"
"Ho tante cose, Madonnina, ma non la fede. Domani compio 29 anni, è escluso che io possa avere fede"
"Fai così: pensa intensamente al mare mentre fai due giravolte intorno al computer, irrori la ventola con l'aria fredda di un fohn e spingi a ripetizione il tasto E sulla tastiera. Se bevi un sorso di Estathè al contrario, fissando una capra e urlando Angela Lansbury, vedrai che il computer si riaccende"

Ognuno di noi sceglie in cosa credere: l'oroscopo di Brezsny, la colonna destra di Repubblica.it, la Street Lamp Interference o la Casaleggio&Associati.
Io e Oris, quando eravamo piccole, credevamo nella Madonnina della 'mella: ci inginocchiavamo davanti a un quadro e chiedevamo delle caramelle; le 'melle ci arrivavano uscendo direttamente dalla cornice. 
Prima che io diventassi così elettrica da fulminare le lampadine, quello era il prodigio più esaltante che conoscessimo. 
I nostri genitori erano passibili di denuncia per vari motivi: innanzitutto la Madonnina della 'mella non era una vera madonna ma un ritratto di nonna Oris fatto da un artista amico di mio padre (nonna Oris è quella che ha dato il nome alla regina del telecomando); e poi le caramelle venivano lanciate da loro sul quadro che, a sua volta, le rimbalzava a terra.
Non si capisce perché alcuni individui procreatori si divertano a traumatizzare la loro prole ma, venticinque anni dopo, ancora si sbellicano dalle risate se parliamo della Madonnina della 'mella.

Dopo queste due settimane di tecnologia avversa, di ansia, tristezza da assenza di Estathè e sindrome pre compleanno ho voluto credere a nonna Oris: ho fatto quello che mi ha detto, ma il computer non si è riacceso.
"E' perché sei elettrica!", ha commentato mia madre.

Ho un amico che, quando cerco di parlargli in modo serio di sentimenti, mi dice sempre "Eppure sei una scienziata... Vuoi anche dirmi che abbiamo un'anima, Federico Moccia?".
Di solito non lo degno di una risposta ma, stamattina, in questo ultimo post prima della vacanze estive, mi sento di parlare di fede che, no, non è il diminutivo di Federico Moccia.
Io credo nell'elettromagnetismo, nella forza di gravità e negli spostamenti d'aria. Credo nella tecnologia e nel prisma triangolare ma, ogni tanto, devo ammetterlo, io credo nella Madonnina della 'mella.
Mi sono inginocchiata davanti a una bottiglia di Estathè con la Signora in giallo in sottofondo e, a poche ore dal mio compleanno, mia madre e mia sorella hanno fatto comparire un computer nuovo come regalo.
Del Piero ha segnato, ho cantato senza far piovere, la luce è rimasta forte e il telefono ha ricominciato a funzionare.

Buon compleanno, Madonnina della 'mella!

P.S. Se ti avanza tempo, mi faresti vincere la maglietta dell'Estathè? Non voglio una raccomandazione, una segnalazione piuttosto.