Memorie di una bevitrice di Estahè

Memorie di una bevitrice di Estahè

domenica 22 settembre 2013

In thènera età

Se avessi potuto scegliere, io avrei voluto una voce fuoricampo
Ehi tu, Dio!”, gli avrei detto “Non darmi tutte queste tette, dammi una voce fuoricampo”

Da quando ho iniziato a essere una tipa sportiva, con questo fatto che le palestre sono piene di specchi nei quali ti puoi guardare mentre l'istruttrice di Fit Burlesque ti dice Ora, sensualità a corpo libero, è aumentato il mio leggero problema di dismorfofobia.
La suddetta patologia mi fa pensare di essere sempre troppo alta, troppo sgraziata, troppo imponente, in pratica un donnone (io lo so razionalmente che non è così, ma poi vedo tutta questa gente minuta intorno a me...): l'ortopedico mi ha detto che questo è il motivo per cui ho un atteggiamento cifotico. In pratica, passo troppo tempo con mia sorella e, a livello inconscio, mi sento la bambina che ha comprato la Polly Pocket bionda o Gulliver che è sbarcato a Lilliput, un paese in cui la gente è alta come un brick di Estathè; quindi mi incurvo e cerco di diventare più piccola.
Leopardi, avendo capito che le mie deformazioni erano troppo prosaiche per i suoi gusti, mi ha abbandonato di fronte a quello specchio, senza nessuna intenzione di esprimersi in una sensualità a corpo libero e, nell'immobilità di quel silenzio carico d'imbarazzo, è arrivato lui: il mio trauma rosso, calvo e in falsa camicia, al grido di: «Belin, Leopardi, ti spacco la faccia!».

Per spiegare questo trauma, devo tornare a un tempo lontano, fare un passo indietro verso la tenera età, anche se più che tenera, io sono sempre stata molto stoppacciosa.
(Oris sostiene che si può parlare di tenera età entro i tre anni, tre anni e mezzo al massimo, che lei non mangerebbe mai un bambino quattrenne, sarebbe già troppo duro. Ma si sa che Oris è un buongustaia).
Faccio fatica a fare questo passo indietro, proprio a causa della mia dismorfofobia: non riesco a pensare di essere mai stata fisicamente piccola. Quando, quest'estate, ho ritrovato il mio completino da giovane fantina, ho passato varie ore con le braccia infilate nei pantaloni beige e il cap che mi copriva metà testa, a riflettere su quanto e perché si fossero sviluppate così tanto le mie ossa; fino a quando non mi ha visto mia madre in quelle condizioni e mi ha detto: «Non sei mai stata normale, ma quandanche volessimo affrontare tutto questo con l'ippoterapia, hai bisogno di un completino nuovo».
Eppure c'è stato un tempo lontano, da qualche parte, in cui io sono stata piccola, addirittura più piccola di Oris.
«Tutti gli anni, mi obblighi a mettere vestiti di carnevale usati. Tutti gli anni, sono costretta a essere un personaggio che mia sorella è stata già. Me lo ricordo come se fosse ieri» mi dice mia madre quando vuol farmi sentire in colpa «hai recitato quell'accusa e mi hai guardato come se fossi la madre peggiore del mondo»
Leggenda narra che, dopo che l'ho smascherata, mia madre mi ha portato in un negozio di maschere. Quella furbona linguistica.
«C'è la principessa delle nevi, ci sono Barbie Manager e Barbie Gran Galà; guarda c'è anche la principessa Sissi! Sono bellissimi Iris! Quale vuoi che sia il vestito tuo solo tuo?».
Non so se è stata la sua domanda ironica, quel tuo solo tuo, o se è stato il fatto che non sono mai stata normale, ma, a quel punto, ho visto rosso, ho visto calvo, ho visto falsa camicia e ho detto: «Mi voglio vestire da Gabibbo».
Pausa. Faccia basita di mia madre. Acquisto. Trauma.
Era il 1991, avevo sette anni, e il pomeriggio di quel giovedì grasso, in un imbarazzo incredibile che mi ricorderò per sempre, Iris-Gabibbo e Oris-Marie Antoinette uscirono di casa mano nella mano.
(Sono quasi certa che la stessa scena si sia verificata in casa Coppola e che questa sia la motivazione della carriera cinematografica di Sofia: non tanto Marie Antoinette, più la parte delle Vergini suicide).
E' stato il peggiore carnevale di sempre: tutte le principesse mi guardavano, i pirati e i zorro mi sfidavano a singolar tenzone, c'è stato perfino un arlecchino che mi ha riso in faccia. Era come uno di quei sogni in cui cammini nudo per strada e non sai perché e non puoi farci niente, perché Marie Antoinette si sventola con la sinistra senza lasciarti libera la mano e tua madre ti guarda con lo sconcerto di chi si ripete: «Figli piccoli, problemi piccoli. Figli grandi, problemi grandi. Cosa mi riserverà il futuro?»

Quando l'istruttrice ha alzato la musica e ha iniziato a muoversi, io ho chiesto con voce sottile se gli addominali potevano considerarsi validi e quello sboccacciato del Gabibbo ha iniziato il suo show.
«Mea, ragassa, mi sei simpatica! Facciamola insieme questa sensualità a corpo libero»
«Vattene via, frodatore razzista, lo sanno tutti che il tuo costume appartiene a Big Red, la mascotte della Western Kentucky University...»
«Uè, besugo d'un besugo»
«...ecco, appunto, besugo è un sinonimo di terrone...»
«Ti sei fatta un lifting col leasing? Mea, mi sei simpatica!»

Ovviamente, non ho fatto l'esercizio di sensualità a corpo libero, visto che perfino il Gabibbo era più aggraziato di me, nonostante sia il pupazzo più imbarazzante del secolo, nonché l'unico costume al mondo che impedisce la fruizione dell'Estathè durante il suo utilizzo.
Freud, l'ortopedico che si occupa di correggere i miei atteggiamenti cifotici, dice che vestirmi da Gabibbo è stato un modo contorto per esprimere la mia diversità, per rendermi ridicola, una specie di masochismo infantile con l'accento genovese.
Perché non mi sono vestita da fantino, da Gulliver, da Polly Pocket oppure da brick di Estathè? Perché, dopo un anno sabatico (l'anno dopo mi sono chiaramente rifiutata di indossare alcunché), ho rinunciato alla sobrietà in nome di un costume da finestra? Perché a ventinove anni, mano nella mano con Oris, sto seguendo un corso di Fit Burlesque?
«Perché sei un macaco perdibraghe, ecco perché!»
A fine lezione, sembrava sparito, sembrava esserci più spazio nel mondo, io mi sentivo addirittura più piccola; invece era in agguato dentro l'armadietto, pronto a cantarmi: «Tutto torna, tutto nasce, nella rumenta...»

E' ufficiale: la vita è un incubo senza fine e va in onda su canale cinque.
Mamma mia, quanto odio il Gabibbo!

giovedì 12 settembre 2013

Pilathès

Se avessi potuto scegliere, io avrei voluto una voce fuoricampo
Ehi tu, Dio!”, gli avrei detto “Non darmi tutte queste tette, dammi una voce fuoricampo”

Mia sorella Oris ha acquisito, nel tempo, diverse specializzazioni: ha un master in persuasione silenziosa di soggetti iperattivi (fa le cose con una lentezza talmente snervante da condurti a terminarle al suo posto, pur di vederne la fine -ok, lo ammetto, sono io il soggetto iperattivo), un diploma in movimenti ondulatori post-cena (riesce a girarti intorno mentre sparecchi, facendoti pensare che ti sta aiutando, ma in realtà la sua è la danza di chi non sta muovendo un dito) e una laurea in Se fossimo in un mondo giusto, io ne sarei l'imperatrice.
Poco tempo fa, abbiamo ritrovato un suo tema delle elementari (ripeto: elementari!) che cominciava così: «Io ottengo sempre quello che voglio...».
Credo che, a tal fine, lei utilizzi una forma raffinata di pressione. Pressione bassa, ovviamente: molto bassa. Un'ipotensione che non riusciamo nemmeno a percepire ma che ci lavora ai fianchi, mistifica, confonde le carte in tavola, e porta a:
«Pezzetta, perché stai lavando i piatti?»
«Perché Oris li ha lavati ieri e oggi a pranzo»
«Veramente, ieri li ho lavati io e oggi, a pranzo, lei nemmeno c'era»
«Cazzo, m'ha fregato pure oggi. Vabbè, tanto ormai ho finito...»

E' stato così che è successo tutto. E' stato così che io e Leopardi ci siamo ritrovati su uno step, in imbarazzo, sudati e senza che io potessi bere Estathè.
Ora, come ben sapete, ho già il mio bel carico di problemi, quindi lo sguardo fisso di Oris, con quegli occhi giganti da Pollon Combina guai, e il mantra Andiamo almeno a vedere com'è la palestra che ha usato contro di me, non ho potuto sopportarlo oltre un certo tempo.
Dopo sette anni, ho ceduto e l'ho seguita.
L'infida biondina dei Ricchi e poveri, mentre io guardavo veramente com'era la palestra, ha tirato fuori il bancomat e ha fatto l'abbonamento di tre mesi per entrambe; poi mi ha detto «Ormai ho pagato, ora ci devi venire». E poi, piano piano, dentro di sé, io lo so, si è detta: «Io ottengo sempre quello che voglio!».

«Irisù, tu non me pòi fa quescdo. Ce simo messo tandi anni pe' fatte venì quella bella gobetta sulle spalle. Mo' la volemo perdè cuscì, de pundo in bianco?»
«Giacomo, lo so, ma mi ha ricattato»
«Se chiama Silvia 'sda stronza, vè?»
«No, si chiama Oris»
«Eravamo quasci arrivadi alla seconda gobba, c'eravamo quasci. Scendi da sto scalino, 'namo a scrive 'n sonetto...»
«Giacomino, non so che dire. Ora non mi distrarre, però, sto facendo GAG!»

Il ventinovesimo cerchio della mia vita, in questa quotidiana (e poco divina) commedia, è stato finora suddiviso in tre gironi infernali: rottura del gancio della tenda, matrimonio senza amore con il Gaviscon e scoperta dell'esistenza del GAG.
Gambe-addominali-glutei è una forma di tortura moderna, durante la quale un istruttore sudato dai bizzarri gusti musicali racconta a uno specchio pieno di donne molto più sudate di lui una serie di mosse ritmate con step, tappetino e bilanciere.
Mentre Giacomino beveva Estathè alle mie spalle, cercando di trovare un termine giusto per descrivere le ragazze di quella classe, a me ne è venuto in mente solo uno, in romanesco.
Erano «ingarellate». Eravamo ingarellate.
Io, che inciampo pure a ballare l'Hully Gully, mi ostinavo ad andare avanti anche se usavo sempre il piede sbagliato, muovevo sempre il braccio opposto; mentre Oris, molto più musicale, seguendo meglio, assumeva un colorito sempre più nefasto, molto simile al ravanello, che contando che di solito è una bambola di porcellana che ha mangiato troppi latticini, faceva davvero impressione.
«Simo pazzi? Guardate che potete morì se 'nnate avandi! Altro che sudate carte
Quando ci ha fatto stendere a terra, la mia esofagite si è fatta sentire: ho guardato Oris, Oris ha guardato me e ha capito che mi stava venendo la nausea perché non posso essere distesa senza un sostegno per la testa.
«Ti prego, non vomitare», mi ha detto.
«Soffrirei troppo nel non poterti riprendere con l'iPhone. Lo sapevo che dovevo portarmelo!»
La sorellanza è un amore profondo, si sa.

Grazie alla disambiguazione su Wikipedia, Leopardi è tornato indietro da gag, scena umoristica a GAG, sequenza di esercizi di fitness, io ho finalmente bevuto un po' di Estathè e mi sono salvata.
Potevamo morire, ma non siamo morte. Oris ci ha messo tre ore a tornare del suo colorito naturale e non ci siamo dette del disagio vissuto fino a quando non abbiamo incontrato il Pilates, ugualmente faticoso, ma molto più consono alle nostre peculiarità.
«Qui mi sento più a mio agio», mi ha detto Giacomo. «Te posso pure legge' le poesie, mentre mantieni la posizione...»

«Pezzetta, lo sapevi che abbiamo più di settecento muscoli nel nostro corpo?»
«No»
«Io e Iris ne usavamo meno di un decimo, calcola che tutti gli altri ci bruciano»
«E quindi?»
«Puoi lavare tu i piatti?»

Il Pilates incoraggia l'uso della mente per controllare i muscoli.
Oris utilizza lo scoramento dei muscoli per controllare la mente.
Pezzetta lava i piatti e io, con molto probabilità, mi ritroverò a «provare» un corso che si chiama Fit burlesque.

Ha sempre più armi contro di noi: lei è l'imperatrice del mondo. 

lunedì 2 settembre 2013

Indomite thèssere

Se avessi potuto scegliere, io avrei voluto una voce fuoricampo
Ehi tu, Dio!”, gli avrei detto “Non darmi tutte queste tette, dammi una voce fuoricampo”

Quando ho scritto il mio ultimo post, a luglio, pensavo che mi sarei buttata tra le grinfie di quest'estate con spavalderia, che non avrei speso un pensiero uno per le preoccupazioni quotidiane che mi avevano afflitto durante il terribile nugolo di mesi di questa prima metà d'anno. Avrei scoperchiato le onde, bevuto Estathè e rinvigorito la pigmentazione della mia pelle, lasciando danzare la melatonina verso lidi a me più consoni rispetto all'opaco olivastro che mi regala la mia reclusione cittadina.
Niente poteva andare storto.
Già. Niente.

Questo pensiero di quieto ottimismo, lo devo imputare al mio amico Seitan, già detto Ukulele che, dopo che Mark Zuckerberg ha cancellato tutte le nostre chat per contenuti pericolosamente tristi, si è licenziato, è diventato vegano, ha deciso di andare via dall'Italia ed è sorprendentemente diventato una vocina positiva nella mia testa.
«Mo, basta. Famola finita co' sto mood emotivo da 'voglio rimpinguare le tasche di un cazzo psicanalista a caso'!».
Mi ha convinto.
Niente. Poteva. Andare. Storto.
Non come quella volta che mi sono messa a succhiare una biglia di vetro perché ero sicura che tutto, in fondo, fosse masticabile, e quella mi si è incastrata in gola e sono quasi morta.
«Iris, le tessere del domino non sono biscotti. No, non sono il negativo dei pan di stelle»
Questa voce fin troppo realista è di Oris, invece, di parecchio tempo fa, in quel mio periodo confusamente sinestetico, durante il quale lei smazzava carte da poker che nemmeno una croupier e io mangiavo scontrini che manco un evasore totale.

Quando ho scritto il mio ultimo post, non sapevo che il giorno dopo mi sarei svegliata strana, con un groppo in gola e che quel groppo ce l'avrei avuto per i successivi venti giorni, durante i quali, non avrei scoperchiato Estathè o bevuto onde, ma ripetuto ossessivamente: «Ho sputato sangue», in un senso troppo poco lato per essere motivo di orgoglio.
Inutile dire che io ho pensato fosse la tubercolosi, una cosa che mi avrebbe fatto sentire molto più letteraria di quanto potrò mai essere.
Inutile dire che tutti mi hanno giudicato con un: «È colpa dell'Estathè!».
Inutile dire che è stata tutta colpa delle tessere del domino.

Le tessere del domino, infatti, non sono biscotti, sono ore, giorni, mesi, sono pezzi di tempo, sono la maniera in cui ci muoviamo all'interno della nostra vita. Ognuno ci gioca come vuole. Alcuni costruiscono lunghe code sfavillanti, figure che partono dal geometrico per arrivare all'artistico. Altri incastrano sezioni di pallini in serpenti bidimensionali con uno spiccato senso matematico. Certi, lasciano tutte le tessere nel sacchetto.
Io, a quanto pare, inanello coreografiche catene di sfiga che nemmeno a programmarle sarebbero così perfette.

Riassumerei il mio agosto nei seguenti punti:

  1. Sputo sangue.
  2. Torno a casa per andare dal mio medico di fiducia indossando una maglietta troppo larga, quindi alla stazione un'ape di quattro centimetri di quelle pelose mi si infila sotto la maglietta e mi punge pancia e mano.
  3. Al pronto soccorso scopriamo che non sono allergica, ma quella stronza cicciona (prontamente ammazzata da mia madre con una raccomandata) mi lascia un dolore immenso per i successivi due giorni.
  4. Il medico dice che, come al solito, è l'esofago, ha attaccato la faringe, facendola sanguinare (no turbecolosi, no party).
  5. Dieta («No, non fa niente che voi vi mangiate la frittura di pesce», «No, grazie, non posso bere nulla», «No, cazzo, non è colpa dell'Estathè»).
  6. Trattative con il medico: «Posso bere qualche Estathè?» «No» «Lei non capisce, io sono intollerante al latte! Devo fare colazione con l'acqua calda?» «Uno, ne può bere uno» «Uno? Ma è estate! È Sta Thè!» «Io credo che lei non voglia guarire».
  7. Fiducia mal riposta: impellente necessità di cambiare medico.
  8. Sotto l'ombrellone: io, un libro e Noremifa, una musicale alternativa al Gaviscon che mi procura delle macchie sulla pancia che mistifico dicendo a mia madre «No, non ti preoccupare, ci sono partita da Roma».
  9. Blocco intestinale causa dieta («A questo punto era meglio mangiare la frittura di pesce», direbbe quel burlone del mio medico).
  10. Rash cutaneo sulla fronte («Che bella pelle che ti fa il mare!»).

Potrei continuare, ma mi fermo perché dieci tessere mi sembrano abbastanza per dire che dopo che, a luglio, ho fulminato tutto ciò che di elettronico possedevo e che, ad agosto, ho resettato il mio apparato gastrointestinale (per inciso: sto facendo ancora la cura e sono intrattabile), non mi aspetto grandi cose da questo settembre.
Ma siccome voglio essere fiduciosa, ruberò la voce a un amico bandito (che stava parlando con Oris e non con me, quindi è un vero furto): «Bisogna chiudere questa stupida estate e iniziare una nuova stagione. La sorte ce lo deve. Ho bisogno di tornare al 2004 per incontrare certi apici di malinconia».
Se volete avere notizie di Pezzetta, l'ultimo suo avvistamento è stato su Monte Miletto: ha pensato di scalare 2050 metri con le Clarks fino a che, perculato da due ornitologi (stavano cercando un Piviere Tortolino e hanno trovato Pezzetta, pensate che sfiga pure loro, poveracci), ha comprato 90 euro di scarpe da trekking e ci ha telefonato con un attacco di dispnea talmente acuto che sembrava calabrese.

Quando voi postavate su Facebook le foto strafighe della vostra vacanza, sappiate che io brindavo a voi con il mio musicale Noremifa che mi ha dimostrato che, alla fine, non tutto è commestibile, visto che quell'antiacido, sia alla vista che al gusto, sembra uno di quegli shampoo monouso che ti danno in albergo.
Però, almeno, grazie a lui, mi sono sentita un po' in vacanza anch'io.

martedì 23 luglio 2013

Thècnologia della fede

Se avessi potuto scegliere, io avrei voluto una voce fuoricampo
Ehi tu, Dio!”, gli avrei detto “Non darmi tutte queste tette, dammi una voce fuoricampo”

Quando ero piccola, mi è capitato (in rare occasioni, che ho comunque reso cruciali nei miei ricordi) che una lampadina si fulminasse al mio contatto con l'interruttore che la gestiva.
"E' perché sei elettrica!", mi diceva mia madre.
Ero fermamente convinta che se stonavo avrebbe piovuto, che stringendo il telecomando forte forte non avrei provato dolore durante le iniezioni (questa credenza in particolare è merito del delirio di onnipotenza televisiva di Oris) e che Del Piero avrebbe segnato solo se me ne stavo zitta e immobile sulla poltrona del salotto.
Nelle ultime due settimane, oltre al gancio della tenda, mi si è rotto il telefono, poi il computer e poi di nuovo il telefono: allora mi sono ricordata di Licia Maglietta in Agata e la tempesta e ho pensato di essere una specie di slider (SLI sta per Street Lamp Interference, ma credo di poter allargare il fenomeno al lampadario della mia camera da letto di bambina, andato in pappa non appena ho toccato l'interruttore; "E' perché sei elettrica!", mi ha detto mia madre).
Io non credo al paranormale, nemmeno quando lo si giustifica con i campi elettromagnetici, ma quando il tipo che mi ha aggiustato il telefono mi ha detto che era tutto a posto e che probabilmente era colpa della maniera in cui spingevo il pulsante di accensione, ho pensato davvero a un fenomeno di compensazione tecnologica della mia ansia. Ho pensato che fosse tutta colpa mia.

"Non piangere, Iris!"
"Devo piangere, Madonnina della 'mella"
"E perché? Sentiamo..."
"Essenzialmente per due motivi: il primo è che, a luglio, questi stronzi di accaldati fanno impennare la domanda di Estathè e la Ferrero non tiene botta, quindi io mi ritrovo molto spesso a dover razionare le mie risorse. E poi..."
"E poi?"
"Mi si sono rotti il computer e il telefono, non so nemmeno quanti dati ho perso..."
"Devi avere fede, Iris"
"Ho tante cose, Madonnina, ma non la fede. Domani compio 29 anni, è escluso che io possa avere fede"
"Fai così: pensa intensamente al mare mentre fai due giravolte intorno al computer, irrori la ventola con l'aria fredda di un fohn e spingi a ripetizione il tasto E sulla tastiera. Se bevi un sorso di Estathè al contrario, fissando una capra e urlando Angela Lansbury, vedrai che il computer si riaccende"

Ognuno di noi sceglie in cosa credere: l'oroscopo di Brezsny, la colonna destra di Repubblica.it, la Street Lamp Interference o la Casaleggio&Associati.
Io e Oris, quando eravamo piccole, credevamo nella Madonnina della 'mella: ci inginocchiavamo davanti a un quadro e chiedevamo delle caramelle; le 'melle ci arrivavano uscendo direttamente dalla cornice. 
Prima che io diventassi così elettrica da fulminare le lampadine, quello era il prodigio più esaltante che conoscessimo. 
I nostri genitori erano passibili di denuncia per vari motivi: innanzitutto la Madonnina della 'mella non era una vera madonna ma un ritratto di nonna Oris fatto da un artista amico di mio padre (nonna Oris è quella che ha dato il nome alla regina del telecomando); e poi le caramelle venivano lanciate da loro sul quadro che, a sua volta, le rimbalzava a terra.
Non si capisce perché alcuni individui procreatori si divertano a traumatizzare la loro prole ma, venticinque anni dopo, ancora si sbellicano dalle risate se parliamo della Madonnina della 'mella.

Dopo queste due settimane di tecnologia avversa, di ansia, tristezza da assenza di Estathè e sindrome pre compleanno ho voluto credere a nonna Oris: ho fatto quello che mi ha detto, ma il computer non si è riacceso.
"E' perché sei elettrica!", ha commentato mia madre.

Ho un amico che, quando cerco di parlargli in modo serio di sentimenti, mi dice sempre "Eppure sei una scienziata... Vuoi anche dirmi che abbiamo un'anima, Federico Moccia?".
Di solito non lo degno di una risposta ma, stamattina, in questo ultimo post prima della vacanze estive, mi sento di parlare di fede che, no, non è il diminutivo di Federico Moccia.
Io credo nell'elettromagnetismo, nella forza di gravità e negli spostamenti d'aria. Credo nella tecnologia e nel prisma triangolare ma, ogni tanto, devo ammetterlo, io credo nella Madonnina della 'mella.
Mi sono inginocchiata davanti a una bottiglia di Estathè con la Signora in giallo in sottofondo e, a poche ore dal mio compleanno, mia madre e mia sorella hanno fatto comparire un computer nuovo come regalo.
Del Piero ha segnato, ho cantato senza far piovere, la luce è rimasta forte e il telefono ha ricominciato a funzionare.

Buon compleanno, Madonnina della 'mella!

P.S. Se ti avanza tempo, mi faresti vincere la maglietta dell'Estathè? Non voglio una raccomandazione, una segnalazione piuttosto.

lunedì 8 luglio 2013

Le partithè di pallone

Se avessi potuto scegliere, io avrei voluto una voce fuoricampo
Ehi tu, Dio!”, gli avrei detto “Non darmi tutte queste tette, dammi una voce fuoricampo”

Quando a casa c'è Oris è sempre domenica, pure se è sabato o se è un giorno feriale qualsiasi che per qualche motivo non è di lavoro. Domenica è quel giorno della settimana che è posizionato prima del lunedì, un po' triste e un po' conclusivo, durante il quale ondeggi per la casa in déshabillé, sei pieno di cose da fare (tutte quelle che non riesci a fare durante la settimana), pensi che in televisione ci sia Quelli che il calcio pure se il campionato è finito e pranzi alle quattro del pomeriggio perché ieri sera siamo usciti...
«Oris, guarda che ieri sera non siamo mica usciti...»
«Iris, è la tua parola contro la mia, noi comunque prima delle quattro non cuciniamo. Se vuoi mangiare da sola come nelle case degli studenti che hanno i piani del frigo separati, con le tagliole sulle scorze dei formaggi, fai come ti pare».

Peccato Iris!
Oggi non hai vinto la tua domenica perfetta.
Torna domani per tentare di nuovo la fortuna.

Oggi, per esempio, è domenica. Pure ieri era domenica. E pure il giorno prima.
Questa settimana, ci sono toccate tre domeniche di seguito a casa mia, fatte di pulizie di spazi privati, pulizie di spazi comuni, raccolta di oggettistica di Oris sparsa per tutta la casa (con pesca a premi finale), spesa settimanale con carrello privato («Va bene, compriamolo nero non rosa, sennò Pezzetta si arrabbia...») e:
«Dovrei fare una lavatrice...»
«Pure io»
«Magari possiamo farla insieme»
«La tua di che è?»
«Scuri»
«Io ce li ho e pure Pezzetta, c'è spazio per la roba nostra?»
«Penso di sì...»
«Però, io ho una mutanda...»
«E mettici 'sta mutanda, Pezzetta»
«D'altronde, si sa: è famiglia solo quando si lavano le mutande insieme»

A casa nostra, di solito, avviene uno strano fenomeno per il quale i panni di Oris, durante la settimana, fuggono dal cesto di loro iniziativa, si differenziano da soli e poi si buttano sfiniti nella lavatrice, o almeno questo è quello che pensa lei quando torna a casa e li trova puliti e piegati sul suo letto. Nel caso strano in cui è lei ad essere promotrice a attrice di un lavaggio, ci invita a conficcare le nostre cose nel cestello facendo leva sul silicone del water, solo per poter dire:
«Aò, però la stendete voi che io l'ho fatta partire»
«Ma io ci ho messo solo una mutanda!»
«Guarda che non è che perché, nel tuo idioma partenopeo, si dice al singolare, quella mutanda occupa meno spazio dei vestiti di Iris...»
«Sì, Oris, però sei tu che hai lanciato l'idea della lavatrice...»
«E' vero, così come è vero che accollarsi ha un prezzo...»
«E quando noi laviamo i tuoi, allora?»
«I miei vestiti si autogestiscono, provate a dimostrare il contrario»

Peccato Iris!
Oggi non hai vinto il tuo lavaggio a scrocco.
Torna domani per tentare di nuovo la fortuna.

Tutti e tre continuiamo ad ondeggiare all'interno delle nostre partite domenicali cercando di risolvere il più possibile, ma io continuo a perdere la mia battaglia più grande, da tre domeniche a questa parte, anzi da più di dieci giorni, avvalorando dentro di me la tesi che viviamo in un mondo ingiusto, tra gente ingrata perché non c'è una persona su questo pianeta che meriterebbe di vincere quella battaglia più di me.
L'Estathè ha indetto un concorso che si chiama Vero come te: uno risponde ad una serie di domande, crea una maglietta personalizzata e poi tenta la fortuna per vincerla.
Io, ovviamente, continuo a non vincerla.


Peccato Iris!
Oggi non hai vinto la tua T-shirt personalizzata.
Torna domani per tentare di nuovo la fortuna.

«Se mi dai la grafica, la facciamo fare noi questa cazzo di maglietta...»
«Ma no! E' una questione di principio! La devo vincere...»
«Iris, non gliela dare la grafica a questo che te la fa stampare sopra una mutanda...»
«Oddio! A proposito di mutande, ma chi l'ha stesa la lavatrice?»

Il bello delle domeniche d'estate è che, facendo zapping per cercare Quelli che il calcio e ascoltando Pezzetta che difende termini come 'Nguacchio o 'Nzivare, finisci per dimenticarti pure come ti chiami. Per questo motivo, il programma Risciacquo della lavatrice viene fatto partire anche cinque o sei volte di seguito, perché i vestiti se li lasci pure solo per quattro minuti e mezzo dentro la lavatrice con l'oblò chiuso, guadagnano quella puzza di umido che non ti sbagli.
Io credo che peggio di una persona che indossa vestiti con quell'odore, ci siano solo due cose: una persona che indossa una maglietta personalizzata dell'Estathè, se quella persona non sono io, e il verso di Una partita di pallone, in cui Rita Pavone dice E se scoprir io potrò che mi vuoi imbrogliar da mamma ritornerò, quando senti che quel verso lo vorresti dedicare a quelli della Ferrero.

Estathè, perché? Perché la domenica mi lasci sempre sola?

sabato 29 giugno 2013

Rage against thè Pezzetta

Se avessi potuto scegliere, io avrei voluto una voce fuoricampo
Ehi tu, Dio!”, gli avrei detto “Non darmi tutte queste tette, dammi una voce fuoricampo”

E' ufficialmente iniziata l'estate, la prima estate in questa casa nuova e, dopo aver risolto il problema del gancio della mia tenda con del sorprendente biadesivo del supermercato, io e Pezzetta abbiamo incominciato a litigare sulla strategia da mettere in atto per combattere l'afa casalinga, quella che ti si appiccica addosso e poi appiccica i vestiti su di te e la sedia sui vestiti, cosicché alla fine sei costretto a stenderti sul pavimento (unico luogo fresco) per rifiatare. Io sono del partito della corrente, che sostiene sia necessario studiare dei percorsi per far passare l'aria, in modo che la casa sia ventilata, e Pezzetta è del partito del chiudiamoci a riccio, che la mattina serra tutte le finestre e le persiane, creando una specie di casa bunker che aspira a mantenere le temperature notturne.
«L'unica cosa che puoi fare, è aprire il frigo per prendere l'Estathè. Se ti finisce prima del tramonto e apri la porta di casa per andarlo a comprare, sei fuori», mi ha detto, facendo più o meno l'esaltante gesto con cui Briatore cacciava gli aspiranti Briatore dal suo reality.
Io, dopo aver tentato di solidarizzare con Oris (che si stava gustando la colazione preparata appositamente per lei da Pezzetta -siamo arrivati ai più biechi mezzi di corruzione per avere proseliti) ho risposto con stizza: «In camera mia, faccio quello che voglio» e ho spalancato tutto.

E' stato a quel punto che l'estate si è messa contro di me, abbassando di colpo la temperatura.
Io non è che voglio fare sempre la vittima: lo so che sono testarda da morire, però, tu, estate, anzi Estathè, proprio contro di me ti vai a mettere? Me, Iris, che ti porto nel cuore tutto l'anno, che inneggio al thè freddo sulla sabbia bollente, anche quando Oris e Pezzetta si scaldano il loro triste latte e caffè, certe mattine d'inverno che la casa sembra un congelatore? Estate, io non cedo allo sbalzo termico, io lascio la mia finestra aperta.

«Cosa ne sarà di me?» ho tossicchiato quando mi è venuta l'influenza.
«Sai cosa mi ha risposto Rhett quando gli ho giurato amore eterno e gli ho chiesto cosa ne sarebbe stato di me senza di lui?»
«Francamente me ne infischio, Rossella»
«Esatto, lui mi ha detto Francamente me ne infischio»
«Sai come reagirà Pezzetta al mio catarro, invece? Mi guarderà con l'occhio obliquo da Braccio di ferro, la sigaretta elettronica che sputa fumo dal lato destro della bocca e mi dirà una di quelle cose che dice lui...»
«Tipo? Che te lo sei meritato? Che ti sta bene?»
«No, mi dirà Togli troppa buccia dalle carote, Se io ti dico di comprare il biadesivo e tu compri la Millechiodi poi non te la prendere con me, Sì i piselli vanno cucinati così: bruciati fuori e congelati dentro, Ti vuoi mettere dritta, qua non siamo mica a Notre Dame!»

Tramite l'aiuto di un Bandito, Rossella mi ha procurato del paracetamolo contraffatto e io mi sono gonfiata di Estathé per coprire di fresco il mio mal di gola. Pezzetta se ne è accorto comunque e mi è spuntato dietro all'ennesimo bicchiere riempito.
«Così ti bruci l'esofago e poi scambi l'esofagite per la tracheite e non la finiamo più...»
«Pezzetta, smettila. Io le carote le sbuccio con il pelapatate»
«Forse dovresti comprarti il pelacarote»
«Oppure potrei provare con il biadesivo...»

Oris ci ha guardati attraverso lo specchio grande del salotto, mentre Rossella O'Hara la stava aiutando a chiudere un bustino che nemmeno quello che Mami stringeva a lei. Più che un corsetto, però, era una cintura ortopedica Gibaud, contro la lombalgia.
Le ho offerto un bicchiere di Estathé per farle prendere le mie parti e allora lei, da attrice consumata, mi ha detto: «Iris, noi non ci ammaliamo, ricordatelo. Non sudiamo, non montiamo i mobili Ikea, non aggiustiamo le tende e crediamo nella decadenza dell'intelligenza. Non amiamo né Ashley né Rhett, noi amiamo Pezzetta perché è un soldato sudista. Supereremo questo momento, e quando sarà passato non soffriremo più la fame. Dovessimo mentire, truffare, rubare, uccidere, lo giuro davanti a Dio, noi non soffriremo più la fame...»
Con il busto, il vento che partiva da camera mia per gonfiarle i capelli, la luce opaca del salotto e gli occhi di una che non prenderà mai la patente, Oris mi ha guardato complice e ha aggiunto: «Iris, ricordati anche che noi non peliamo le carote...».
Siccome una febbre val bene una guerra, non ho detto a Oris che io monto i mobili Ikea, mi ammalo e sudo. Non gliel'ho detto che il motivo principale per cui lei non muore di fame è che io pelo le carote. 
Ho lasciato che il suo trasformismo teatrale diventasse politico, ho lasciato che si avvicinasse al mio partito, che mi difendesse. Ma Pezzetta, implacabile, le ha sussurrato: «Dato che ti fa male la schiena, ti porto al lavoro in macchina».

Pezzetta, hai vinto una battaglia, non hai vinto la guerra.
Estate, io ti riconquisterò!
Dopotutto, domani è un altro giorno.

venerdì 14 giugno 2013

Lotthè

Se avessi potuto scegliere, io avrei voluto una voce fuoricampo
Ehi tu, Dio!”, gli avrei detto “Non darmi tutte queste tette, dammi una voce fuoricampo”

Di solito, quando l'arrivo del caldo decima l'offerta delle bottiglie di Estathè, io mi sento tradita, ma non quest'anno. Quest'anno, invece, mi sento competitiva.
Se sono rimaste due bottiglie, me le prendo tutte e due. Mi compro anche nove brick, se necessario a toglierli tutti di mezzo: insomma, sono sul piede di guerra.
Immagino che sia perché ho un problema con la tenda della mia camera da letto e questa cosa mi sta mandando ai pazzi. Un gancio del bastoncino che la sostiene continua a staccarsi e io, quando succede, che sia notte o giorno, che sia sola o in compagnia, mi ergo in bilico sulla mia scrivania e lo riattacco. Sta diventando una lotta senza quartiere, che continuo a perdere perché do retta a Pezzetta («Non metterci l'Attak che rovini gli infissi») e divento, ogni giorno, più aggressiva.
Oltretutto il caldo sta facendo diventare le folli manie di Pezzetta sull'ordine e la pulizia sempre più patologiche (sputtanarlo, è la mia ritorsione) e, l'altro giorno, si è presentato in casa con un profumatore per armadio al gusto Iris blu, tutto felice; mi ha obbligato ad annusare le sue camicie per dimostrarmi che la puzza di chiuso doveva essere combattuta (ognuno ha le sue lotte) e quando gli ho detto «Guarda che l'Iris blu rovina gli infissi», il gancio ha ceduto, la mia tenda è caduta e il karma mi ha urlato «Tiè».
Questa aggressività, unita alla massiccia presenza di teina in casa, mi ha fatto praticamente smettere di dormire e, tra il pensare e il girare alla ricerca di ogni forma di Estathè a Roma, mi sono ritrovata a Villa Borghese, il giorno che è finita la scuola.
Anche quella che ho visto è stata una lotta: ho assistito in diretta ai combattimenti tra i fanciulli capitolini e le fanciulle capitoline e tra le fanciulle capitoline e gli sguardi maschili capitolini (e non), poiché le ragazze in questione erano tutte in shorts (quando dico tutte, voglio dire tutte), erano molto belle e avevano le magliette bagnate, quindi lasciavano scie di ormoni maschili in subbuglio ovunque passavano.
E' stato a quel punto che l'aggressività, le lotte e la sopravvivenza urbana mi hanno fatto diventare nostalgica.

«Iris, ma non te le ricordi le tutine che avevamo a Non è la Rai? Guarda che non erano tanto diverse da queste...»
«Ambra cara, quanti pomeriggi passati insieme! Infatti non erano le tutine ad essere diverse, eravamo noi ad essere diverse»
«Ehm... Ehm... Aspetta che non sento più bene Gianni e non so cosa dire... Aò, fanciulli! Non è che mi avete buttato l'acqua nell'auricolare? Guarda te, eh...»
«Ambra, non ti preoccupare, mentre risolvi il problema della tua voce fuoricampo, ti spiego perché oggi tu sei la mia...»

Quando c'era Non è la Rai, negli anni novanta, Oris era grassa, anche se grassa non è il termine giusto, è meglio dire che aveva il fisico da bambina, quello con la pancia alta e le cosciotte perché altrimenti dovrei dire che anche tutte le sue amiche erano grasse, rotonde, ma insomma, ecco, forse erano solo molto bambine.
Io potevo osservarle perché ero poco più piccola e mi rifiutavo di avere rapporti con il prossimo, quindi mia madre obbligava Oris a portarmi con sé e lei mi comprava gli Estathè per farmi stare buona (ero già passivo aggressiva, lo ammetto). Intanto, fasciata nelle tutine attillate di Non è la Rai, con un florilegio di falpalà su tutte le sue amiche, Oris si esercitava nella coreografia di Bomba ciquena.

«Bomba ciquena, bomba ciquena, bomba ciquena ciquena ciquena ciquena...»
«Ambra, è inutile che cerchi di coinvolgere questa generazione. Non sanno nulla di quanto ci vestivamo male negli anni novanta...»
«Gianni dice che non ci vestivamo male!»
«Ambra, devo dirti una cosa: Boncompagni non fa più questo mestiere, se continui a sentire la sua voce, dovresti chiamare uno specialista...»

Insomma: fa caldo, sono aggressiva, non dormo, bevo tantissimo thè e mi sento nostalgica. E dire che siamo solo all'inizio dell'estate.
Ma più di tutto, mi ricordo ancora la coreografia di Bomba Ciquena e il giorno in cui Oris e le sue amiche mi hanno obbligato a ballarla su un piccolo palco: era il 1994.
Sono quasi certa che è stato lo stesso giorno che si è ammazzato Kurt Cobain.
Da lì è iniziato il mio declino, è per questo che ho traumi, ganci che cadono, fratelli che usano profumatori per armadi e ricordi di sorelle che indossano tutine con i falpalà.
Ed è per questo che, nei momenti difficili, compare Ambra Angiolini a guidare il racconto della mia vita.

«Lo dici come se non ti facesse piacere...»
«Ambra, ti voglio bene, però adesso puoi andare»
«Ma Gianni ha detto che...»

Sarà un'estate molto difficile, me lo sento.