Memorie di una bevitrice di Estahè

Memorie di una bevitrice di Estahè

sabato 29 giugno 2013

Rage against thè Pezzetta

Se avessi potuto scegliere, io avrei voluto una voce fuoricampo
Ehi tu, Dio!”, gli avrei detto “Non darmi tutte queste tette, dammi una voce fuoricampo”

E' ufficialmente iniziata l'estate, la prima estate in questa casa nuova e, dopo aver risolto il problema del gancio della mia tenda con del sorprendente biadesivo del supermercato, io e Pezzetta abbiamo incominciato a litigare sulla strategia da mettere in atto per combattere l'afa casalinga, quella che ti si appiccica addosso e poi appiccica i vestiti su di te e la sedia sui vestiti, cosicché alla fine sei costretto a stenderti sul pavimento (unico luogo fresco) per rifiatare. Io sono del partito della corrente, che sostiene sia necessario studiare dei percorsi per far passare l'aria, in modo che la casa sia ventilata, e Pezzetta è del partito del chiudiamoci a riccio, che la mattina serra tutte le finestre e le persiane, creando una specie di casa bunker che aspira a mantenere le temperature notturne.
«L'unica cosa che puoi fare, è aprire il frigo per prendere l'Estathè. Se ti finisce prima del tramonto e apri la porta di casa per andarlo a comprare, sei fuori», mi ha detto, facendo più o meno l'esaltante gesto con cui Briatore cacciava gli aspiranti Briatore dal suo reality.
Io, dopo aver tentato di solidarizzare con Oris (che si stava gustando la colazione preparata appositamente per lei da Pezzetta -siamo arrivati ai più biechi mezzi di corruzione per avere proseliti) ho risposto con stizza: «In camera mia, faccio quello che voglio» e ho spalancato tutto.

E' stato a quel punto che l'estate si è messa contro di me, abbassando di colpo la temperatura.
Io non è che voglio fare sempre la vittima: lo so che sono testarda da morire, però, tu, estate, anzi Estathè, proprio contro di me ti vai a mettere? Me, Iris, che ti porto nel cuore tutto l'anno, che inneggio al thè freddo sulla sabbia bollente, anche quando Oris e Pezzetta si scaldano il loro triste latte e caffè, certe mattine d'inverno che la casa sembra un congelatore? Estate, io non cedo allo sbalzo termico, io lascio la mia finestra aperta.

«Cosa ne sarà di me?» ho tossicchiato quando mi è venuta l'influenza.
«Sai cosa mi ha risposto Rhett quando gli ho giurato amore eterno e gli ho chiesto cosa ne sarebbe stato di me senza di lui?»
«Francamente me ne infischio, Rossella»
«Esatto, lui mi ha detto Francamente me ne infischio»
«Sai come reagirà Pezzetta al mio catarro, invece? Mi guarderà con l'occhio obliquo da Braccio di ferro, la sigaretta elettronica che sputa fumo dal lato destro della bocca e mi dirà una di quelle cose che dice lui...»
«Tipo? Che te lo sei meritato? Che ti sta bene?»
«No, mi dirà Togli troppa buccia dalle carote, Se io ti dico di comprare il biadesivo e tu compri la Millechiodi poi non te la prendere con me, Sì i piselli vanno cucinati così: bruciati fuori e congelati dentro, Ti vuoi mettere dritta, qua non siamo mica a Notre Dame!»

Tramite l'aiuto di un Bandito, Rossella mi ha procurato del paracetamolo contraffatto e io mi sono gonfiata di Estathé per coprire di fresco il mio mal di gola. Pezzetta se ne è accorto comunque e mi è spuntato dietro all'ennesimo bicchiere riempito.
«Così ti bruci l'esofago e poi scambi l'esofagite per la tracheite e non la finiamo più...»
«Pezzetta, smettila. Io le carote le sbuccio con il pelapatate»
«Forse dovresti comprarti il pelacarote»
«Oppure potrei provare con il biadesivo...»

Oris ci ha guardati attraverso lo specchio grande del salotto, mentre Rossella O'Hara la stava aiutando a chiudere un bustino che nemmeno quello che Mami stringeva a lei. Più che un corsetto, però, era una cintura ortopedica Gibaud, contro la lombalgia.
Le ho offerto un bicchiere di Estathé per farle prendere le mie parti e allora lei, da attrice consumata, mi ha detto: «Iris, noi non ci ammaliamo, ricordatelo. Non sudiamo, non montiamo i mobili Ikea, non aggiustiamo le tende e crediamo nella decadenza dell'intelligenza. Non amiamo né Ashley né Rhett, noi amiamo Pezzetta perché è un soldato sudista. Supereremo questo momento, e quando sarà passato non soffriremo più la fame. Dovessimo mentire, truffare, rubare, uccidere, lo giuro davanti a Dio, noi non soffriremo più la fame...»
Con il busto, il vento che partiva da camera mia per gonfiarle i capelli, la luce opaca del salotto e gli occhi di una che non prenderà mai la patente, Oris mi ha guardato complice e ha aggiunto: «Iris, ricordati anche che noi non peliamo le carote...».
Siccome una febbre val bene una guerra, non ho detto a Oris che io monto i mobili Ikea, mi ammalo e sudo. Non gliel'ho detto che il motivo principale per cui lei non muore di fame è che io pelo le carote. 
Ho lasciato che il suo trasformismo teatrale diventasse politico, ho lasciato che si avvicinasse al mio partito, che mi difendesse. Ma Pezzetta, implacabile, le ha sussurrato: «Dato che ti fa male la schiena, ti porto al lavoro in macchina».

Pezzetta, hai vinto una battaglia, non hai vinto la guerra.
Estate, io ti riconquisterò!
Dopotutto, domani è un altro giorno.

venerdì 14 giugno 2013

Lotthè

Se avessi potuto scegliere, io avrei voluto una voce fuoricampo
Ehi tu, Dio!”, gli avrei detto “Non darmi tutte queste tette, dammi una voce fuoricampo”

Di solito, quando l'arrivo del caldo decima l'offerta delle bottiglie di Estathè, io mi sento tradita, ma non quest'anno. Quest'anno, invece, mi sento competitiva.
Se sono rimaste due bottiglie, me le prendo tutte e due. Mi compro anche nove brick, se necessario a toglierli tutti di mezzo: insomma, sono sul piede di guerra.
Immagino che sia perché ho un problema con la tenda della mia camera da letto e questa cosa mi sta mandando ai pazzi. Un gancio del bastoncino che la sostiene continua a staccarsi e io, quando succede, che sia notte o giorno, che sia sola o in compagnia, mi ergo in bilico sulla mia scrivania e lo riattacco. Sta diventando una lotta senza quartiere, che continuo a perdere perché do retta a Pezzetta («Non metterci l'Attak che rovini gli infissi») e divento, ogni giorno, più aggressiva.
Oltretutto il caldo sta facendo diventare le folli manie di Pezzetta sull'ordine e la pulizia sempre più patologiche (sputtanarlo, è la mia ritorsione) e, l'altro giorno, si è presentato in casa con un profumatore per armadio al gusto Iris blu, tutto felice; mi ha obbligato ad annusare le sue camicie per dimostrarmi che la puzza di chiuso doveva essere combattuta (ognuno ha le sue lotte) e quando gli ho detto «Guarda che l'Iris blu rovina gli infissi», il gancio ha ceduto, la mia tenda è caduta e il karma mi ha urlato «Tiè».
Questa aggressività, unita alla massiccia presenza di teina in casa, mi ha fatto praticamente smettere di dormire e, tra il pensare e il girare alla ricerca di ogni forma di Estathè a Roma, mi sono ritrovata a Villa Borghese, il giorno che è finita la scuola.
Anche quella che ho visto è stata una lotta: ho assistito in diretta ai combattimenti tra i fanciulli capitolini e le fanciulle capitoline e tra le fanciulle capitoline e gli sguardi maschili capitolini (e non), poiché le ragazze in questione erano tutte in shorts (quando dico tutte, voglio dire tutte), erano molto belle e avevano le magliette bagnate, quindi lasciavano scie di ormoni maschili in subbuglio ovunque passavano.
E' stato a quel punto che l'aggressività, le lotte e la sopravvivenza urbana mi hanno fatto diventare nostalgica.

«Iris, ma non te le ricordi le tutine che avevamo a Non è la Rai? Guarda che non erano tanto diverse da queste...»
«Ambra cara, quanti pomeriggi passati insieme! Infatti non erano le tutine ad essere diverse, eravamo noi ad essere diverse»
«Ehm... Ehm... Aspetta che non sento più bene Gianni e non so cosa dire... Aò, fanciulli! Non è che mi avete buttato l'acqua nell'auricolare? Guarda te, eh...»
«Ambra, non ti preoccupare, mentre risolvi il problema della tua voce fuoricampo, ti spiego perché oggi tu sei la mia...»

Quando c'era Non è la Rai, negli anni novanta, Oris era grassa, anche se grassa non è il termine giusto, è meglio dire che aveva il fisico da bambina, quello con la pancia alta e le cosciotte perché altrimenti dovrei dire che anche tutte le sue amiche erano grasse, rotonde, ma insomma, ecco, forse erano solo molto bambine.
Io potevo osservarle perché ero poco più piccola e mi rifiutavo di avere rapporti con il prossimo, quindi mia madre obbligava Oris a portarmi con sé e lei mi comprava gli Estathè per farmi stare buona (ero già passivo aggressiva, lo ammetto). Intanto, fasciata nelle tutine attillate di Non è la Rai, con un florilegio di falpalà su tutte le sue amiche, Oris si esercitava nella coreografia di Bomba ciquena.

«Bomba ciquena, bomba ciquena, bomba ciquena ciquena ciquena ciquena...»
«Ambra, è inutile che cerchi di coinvolgere questa generazione. Non sanno nulla di quanto ci vestivamo male negli anni novanta...»
«Gianni dice che non ci vestivamo male!»
«Ambra, devo dirti una cosa: Boncompagni non fa più questo mestiere, se continui a sentire la sua voce, dovresti chiamare uno specialista...»

Insomma: fa caldo, sono aggressiva, non dormo, bevo tantissimo thè e mi sento nostalgica. E dire che siamo solo all'inizio dell'estate.
Ma più di tutto, mi ricordo ancora la coreografia di Bomba Ciquena e il giorno in cui Oris e le sue amiche mi hanno obbligato a ballarla su un piccolo palco: era il 1994.
Sono quasi certa che è stato lo stesso giorno che si è ammazzato Kurt Cobain.
Da lì è iniziato il mio declino, è per questo che ho traumi, ganci che cadono, fratelli che usano profumatori per armadi e ricordi di sorelle che indossano tutine con i falpalà.
Ed è per questo che, nei momenti difficili, compare Ambra Angiolini a guidare il racconto della mia vita.

«Lo dici come se non ti facesse piacere...»
«Ambra, ti voglio bene, però adesso puoi andare»
«Ma Gianni ha detto che...»

Sarà un'estate molto difficile, me lo sento.

mercoledì 29 maggio 2013

Thèletrasporto

Se avessi potuto scegliere, io avrei voluto una voce fuoricampo
Ehi tu, Dio!”, gli avrei detto “Non darmi tutte queste tette, dammi una voce fuoricampo”

Qualche tempo fa, io e Oris abbiamo preso un treno regionale strapieno di gente, ma così pieno che, a spinta (di Oris, che è piccola ma insolente) siamo riuscite solo a entrare, posizionandoci all'inizio della carrozza, sugli scalini, con le porte che ci si chiudevano a un millimetro dal naso. Il treno ha accumulato un'ora e mezza di ritardo su un'ora e un quarto di viaggio, quindi, dopo tre ore che, in trenta, sfidavamo il concetto di spazio in tre metri quadrati, si sono aperte le porte (ovviamente sull'altro lato) e siamo riuscite a scendere.
Era domenica sera e pioveva tantissimo; eravamo stanche e con un solo ombrello (il mio, manco a dirlo) e Oris ha iniziato a insistere che voleva prendere un taxi.
Siccome, alla fermata dei taxi, c'era una fila lunghissima, io le ho detto di no, ma siccome Oris sa che la mia è solo una fissazione, un tentativo di boicottaggio (mentre lei ha un feeling speciale con questo mezzo di locomozione -probabilmente perché non ha la patente), ha continuato a insistere, dicendo che la fila sarebbe scemata in fretta. Discutendo e camminando, siamo arrivate al capo della fila e, allora, il genio si è impadronito di Oris.
«Facciamo le indifferenti e passiamo davanti a tutti», mi ha detto tirandomi per il braccio.
Decine di bottiglie di Estathè caldo mi sono cadute addosso (è questo il modo in cui mi indigno) e ho iniziato a urlarle che non ci si comporta così, che le file si rispettano, che mi meravigliavo di lei, che se la facessero a te una cosa del genere?
Allora Oris ha incrociato le braccia e, siccome il genio non l'aveva ancora abbandonata, lo ha detto, ha detto la frase che da quel momento è diventata il simbolo di tutte le mie lotte inutili, delle mie prese di posizione, delle mie manie, dei miei principi.
«Sai dove ti porterà tutta questa moralità? Alla fermata del 360».

In taxi, eravamo meste: io perché avevo urlato davanti alla stazione Termini e Oris perché si era sentita una prepotente. Oris, di solito, è una persona molto rispettosa, suppergiù con tutte le categorie umane tranne una, che però, in quel caso, non c'entrava niente.
«Quindi lei mi sta chiedendo di non fumare per la presenza di suo figlio in questa stanza, però mi pare che quando ha deciso di procreare questo bambino non è stato chiesto il mio permesso...» «Ti piacciono le anatre? Beh, è una bella cosa, anche tu gli piaci: le anatre, sai, mangiano i bambini» «Tua mamma non dovrebbe dirti le bugie, non diventerai bella come Belen Rodriguez da grande: l'85% delle donne ha la cellulite. Tua madre dovrebbe essere più realista»
E' molto ampia la letteratura degli scontri di mia sorella con gli infanti che, a onor del vero, la sfidano continuamente, forse per il fatto che ha trent'anni ma sembra averne quindici e che è un incrocio tra una Winx e una Bratz.
«No, Laura, non mi vestirò come un cartone per animare la festa di tuo figlio»

Mentre eravamo in taxi, ho aperto la mia borsa, ho bucato un brick di Estathè (da poco acquistabili al supermercato nel nuovo formato singolo, viva l'individualismo) e mi sono ricordata che anche noi siamo state bambine.
«Iiiriiis, sono la voce della tua coscieeenza», mi diceva Oris nascondendosi dietro al divano (io ovviamente ci credevo perché il mio desiderio di avere una voce fuori campo era già vivo).
«Dimmi pure, voce della mia coscienza»
«Sai cos'è l'altruismooo?»
«Sì, lo so»
«Tua sorella, poverinaaa, ha investito le cinquemila lire che vi ha dato la nonna per comprarsi un mega leccaleccaaa e adesso non ha più nienteee...»
«E io cosa dovrei fare?»
«Dovresti dividere i tuoi soldi con leeeiii...»
Allora io, inquietata da quelle vocali trascinate, mi facevo cambiare le mie cinquemila lire ancora intere e dividevo i soldi per due, tanto i chupachups non mi piacevano, i videogiochi costavano poco e avevo sempre il frigo pieno di Estathè (anche se, ai tempi, ahimè, lo bevevo alla pesca).

«Scusa per prima, non volevo urlare», le ho detto quando siamo scese dal taxi.
«Non ti preoccupare, lo so come sei fatta»
«E' pure un po' colpa tua se sono fatta così. Ti ricordi quando eravamo bambine...»
«Dobbiamo metterci a parlare di bambini adesso, dobbiamo litigare?»
«No, volevo solo sapere se ti ricordavi di quando facevi la voce della mia coscienza...»
«Io? Mai fatta una cosa del genere. E poi, riguardo a prima, non era necessario che urlassi: non volevo veramente saltare la fila...»

Oltre ad avermi insegnato a giocare a poker, a mangiare le arance a testa in giù e a reagire agli schiaffi con placcaggi sul letto (i centimetri di differenza, a un certo punto, hanno iniziato a farsi sentire), Oris mi ha insegnato la coerenza nella menzogna, indipendentemente dal tempo che è passato da quando la si è detta.

Mi immagino noi due, tra cent'anni, vecchissime: lei fumerà ancora, dicendomi che non ha ricominciato, che deve solo ricomprare i liquidi per la sigaretta elettronica; io mi farò l'aerosol di Estathè per combattere qualche forma di pneumopatologia che il fumo passivo mi avrà causato e Pezzetta, arzillo scapolone, vivrà ancora con noi.
I lavoratori socialmente utili ci chiameranno scocciati, intimandoci di andare a recuperare un fastidioso Pezzetta, fermo a lamentarsi davanti ai lavori delle metro D (sì, tra cent'anni saremo arrivati alla linea D, spero), e Oris digiterà il numero del teletrasporto (suo nuovo mezzo di locomozione preferito).
Io nostalgicamente proverò a dirle: «Ti ricordi quella volta che dovevamo prendere il taxi...» e lei, scura in viso, mi interromperà.
«Sai dove ti porterà questa tua fissazione per la memoria?»

«Sì, lo so», le risponderò io. «Alla fermata del 360».

lunedì 20 maggio 2013

Non siamo ferrathè

Se avessi potuto scegliere, io avrei voluto una voce fuoricampo
Ehi tu, Dio!”, gli avrei detto “Non darmi tutte queste tette, dammi una voce fuoricampo”

Siccome il nonno è uscito dall'ospedale, è terminato il mio esilio pontino (anche se non è ancora finito Maggio) e io e mia madre abbiamo smesso di correre avanti e indietro in macchina, di fare organizzazioni folli delle giornate, di sistemare fatture per case di riposo (in ordine cronologico) e innumerevoli bottiglie e brick di Estathè (in base alla grandezza).
E poi abbiamo smesso di porci domande stupide, del tipo: “Ma perché se deve succedere qualcosa, succede sempre a Maggio che è periodo di 730?” oppure “Ma 'Ti amo' di Umberto Tozzi è uscita negli anni ottanta o negli anni novanta?”.
Immancabilmente, qualcuno starà pensando che con questa storia di Maggio è il mese peggiore dell'anno la mia famiglia si sia autocausata le sue sfortune: non possiamo dire niente a nostra discolpa perché non siamo molto bravi nella spiegare (e nello spiegarci) le concatenazioni degli eventi e il funzionamento delle cose.
Basti pensare che io ho passato il mio tempo pontino a fissare mia madre che fissava mio nonno che fissava mia nonna che fissava una flebo.

E' stato nel caos di queste giornate che, a un certo punto, mi sono ritrovata nel temibile stanzino: la camera della casa dei miei genitori adibita allo stiraggio dei vestiti.
Tutte le persone che conosco qui a Roma non stirano i vestiti e, qualora avessero uno stanzino in casa, lo avrebbero visto affittato dai proprietari a una cifra esorbitante (anche se quelli sono luoghi in cui la vita è costretta a svilupparsi in verticale, con soppalchi Ikea, scrivanie incassate e pensieri non troppo voluminosi).
Quando mi sono ritrovata lì dentro, il mio senso del dovere mi ha spinto ad accendere il ferro e a mettermi all'opera (nutrendo una mancanza incredibile per il mio ferro verticale, quello che stira i vestiti direttamente sulla gruccia e che è verticale anche se non c'entra niente con i soppalchi Ikea, le scrivanie incassate e i pensieri non troppo voluminosi -è solo un regalo ricevuto proprio dai nonni, indignati nel vedere me, Oris e Pezzetta perennemente sgualciti).
Proprio mentre stavo per picchiare con decisione la prima ferrata, ho sentito una voce.

Canta Gloria, ti prego. Cantala!”
Umberto, sappiamo tutti e due cosa succede se mi metto a cantare...”
Cosa?”
Lo sai.”
Ti prego, fammi abbracciare una donna che stira cantando...
E' questa la pena che sconti per l'evasione fiscale? Ti hanno chiuso nello stanzino in cui stira una commercialista?”
Viviamo sempre di oggi e di ieri, inchiodati dalla realtà...

E così ho cantato, Umberto mi ha abbracciato e abbiamo parlato di “Ti amo” che è uscita (addirittura) nel '77 (altro che anni ottanta e novanta!) e che, secondo Umberto, non è troppo lontana da Catullo con il suo SeVieneTestaVuolDireCheBastaLasciamociTi...Amo.
E devo dire che mi sono trovata d'accordo, forse perché la situazione era stancante e surreale, forse perché non sono molto brava a stirare o forse, più semplicemente, perché ero in uno stanzino pieno di vestiti spiegazzati, con un uomo dai capelli crespi e gli occhiali con le lenti azzurre e una botta di overdose da vapore e estathè.

Iris, non bere tutto questo Estathè.”
Devo, mamma.”
Che vuol dire devo?”
Che sono come i gatti, razionalizzo le mie risorse in base al tempo di permanenza.”
Ma tu non lo sai ancora quanto ti fermerai...”
Sì, ma bevo tanto sperando di fermarmi poco: è un buon auspicio per il nonno!”
Tutte le scuse sono buone. Vergognati.”
Lo sai che c'è Umberto Tozzi nello stanzino?”
Non cambiare discorso.”
Mi ha detto Sciogli questa neve che soffoca il mio petto. Ti dispiace se lo portiamo con noi?”

Ritrovandosi nelle mani della commercialista giusta, Umberto ha scontato la sua pena viaggiando in macchina con donne che guidano cantando; mia madre ha saputo la sconcertante notizia che Gloria è stata cantata in inglese da Laura Branigan e inserita nel film Flashdance (eccone le prove) e io, dopo un acuto della nonna, ho capito il motivo per cui lei fissava la flebo e la flebo fissava lei. 

Sottovalutando la forza di gravità (a causa del suo primato nella autogenerazione perpetua di ansia), la nonna pensava che la flebo avrebbe smesso di gocciare in maniera improvvisa, da un momento all'altro, senza dare spiegazioni, dicendo “Vado a prendere le sigarette” senza più tornare, e quindi la flebo, di conseguenza, continuava a fissare mia nonna, perché anche la flebo come i gatti crede negli epigrammi di Catullo e nella razionalizzazione delle risorse (motivo per cui somministra sostanze liquide romanticamente in vena e non con un'esuberante catenella per doccia, come nel celebre spettacolo di Alex Owens, in Flashdance).
Alla fine è andata che, quando la flebo è terminata, un allarme è suonato in stanza per richiamare l'attenzione degli infermieri e la nonna, battuta sul tempo, ha mosso un acuto con la sua frase preferita.

Peppì, sguilla!”, ha urlato, allo stesso microfono di Umberto Tozzi, spronandolo a fare di quelle parole il ritornello del suo prossimo singolo di respiro internazionale.

Intanto, il nonno aveva una bottiglia di Estathè sul comodino.
E quindi, alla fine, è andato tutto bene.

lunedì 29 aprile 2013

Curriculum Vithè

Se avessi potuto scegliere, io avrei voluto una voce fuoricampo
Ehi tu, Dio!”, gli avrei detto “Non darmi tutte queste tette, dammi una voce fuoricampo”

Chi segue questo blog da almeno un anno o chi mi conosce personalmente (suo malgrado, in entrambi i casi) sa quanto l'arrivo di Maggio possa mettermi ansia, visto che mi succedono sempre cose brutte a Maggio; ma quest'anno, la mia amica Marco Polo mi ha spiegato che quando si affastellano tutte le sfighe del mondo nei mesi precedenti al Ma(nna)ggio, si riceve un bonus karmico che funziona come una protezione.
Essendo una persona poeticamente concreta, mi stavo chiedendo come sarebbe arrivato il bonus, quando una voce sconosciuta da automa ha bussato alla mia Porta Alchemica, per chiedermi conto dei mesti dividendi maturati.
Prima di andare avanti, ho necessità di fare una piccola digressione sulla mia Porta Alchemica: un tempo, infatti, come d'uopo, sulla soglia c'era scritto Si non sedes is, il famoso motto che può essere letto da destra a sinistra o da sinistra a destra e che, a seconda del verso, sta a significare Se non siedi vai oppure Se siedi non vai, ma la mia vita ha subìto diversi attacchi vandalici che prima hanno trasformato la scritta in Si non fetes is, per poi cancellarla e trasformarla in un motto romanicamente più consono: O t'elevi o te levi.

Ma torniamo alla voce robotica di chissà quale call center celeste che ha invaso la mia parte di subconscio posizionata dietro la Porta Ermetica (ermetica di ermetismo, non di tupperware).

Cu rri cu lum Vi tae”, ha detto (come Wall-E quando chiamava Eve, ma con meno trasporto).
Prego?”
Cu rri cu lum Vi tae: in se ri re da ti per so na li per bo nus kar mi co”
Allora, ok, sono pronta: Iris Versicolor...”
Fat to: bas ta il no me, ab bia mo già tut to nel da ta ba se”
Tutto tutto? Anche quella volta che mio cugino mi ha fatto roteare sui rollerblade nuovi per poi lanciarmi in una discesa libera? Oppure quella volta che, mentre facevo le medie, mi hanno tarato male gli sci perché non potevano crederci che pesassi solo 28 chili e quando sono caduta non mi si sono sganciati con provocazione danni?”
Tut to, c'è tut to; ma ab bia mo del le do man de.”
Prego.”
Lei di ce sem pre 'Pre go'?”
E' questa è la prima domanda?”
No, scu si.”
No, perché, nel caso fossimo al momento FAQ, avrei anche io una domanda: questo bonus karmico verrà accettato dagli esercenti Carrefour per essere commutato in Estathè?”
Pre go?”
No, nel senso: io la faccio pure tutta la trafila del curriculum, ma poi, di grazia, questo bonus come lo uso?”

La voce ha balbettato e non ha saputo spiegarmi come avrei potuto utilizzare il credito, offendendosi tremendamente quando ho provato a chiamarla Siri.
Non ci ri sul ta che lei ab bia un i Phone!”, ha detto piccata.
Io ho risposto che avrei gradito che anche quell'informazione fosse aggiunta alle altre e ho rimarcato la performance tremenda della metro presa al volo, con doppio cambio di verso e direzione a causa dell'errore iniziale, con la quale io e Marco Polo abbiamo rischiato di perdere il treno per Bologna. E poi la meraviglia di aver portato con noi il maltempo, rovinando quattro giorni interi ai bolognesi, che senza di noi sono stati preceduti e seguiti da un sole a picco.
Io non so che vuol dire quando si affastellano le sfighe (ma adoro Marco Polo quando usa parole come affastellano, frasi come Per Andrea Salerno ho un po' una crush o facce da tasto F4, basite dal modo in cui l'iPhon e Instagram l'abbiano resa una gran fotografa); quindi, al mio colloquio karmico, per non sbagliare, ho elencato le mie migliori abilità pur di guadagnare punti, anche se poi non avrei saputo cosa farci.

La mia capacità di sentirmi a disagio in ogni occasione in cui sono contornata da più di cinque persone che non conosco, per esempio. Oppure la mia estrema riluttanza ad avere le spalle dritte per cui l'ortopedico disse a mia madre: 'Non è una cifosi, è un atteggiamento: o non vuole essere la più alta delle sue amiche o vuole disperatamente somigliare a Leopardi'. E poi, ecco, sì: sono un'esperta redattrice di lettere di addio, non riesco a lasciare al tempo il merito di allontanarmi dalle persone, no no, io voglio proprio discutere, voglio scorticare, lo voglio quel Vaffanculo se mi appartiene...”

Non so dire con sicurezza per quanto tempo io sia andata avanti a sproloquiare sugli avvenimenti della mia vita, su tutto quello che è successo a me e alla mia famiglia in tutti i Maggio di tutti gli anni dei secoli nei secoli e sugli uomini che ho incontrato e incontro che, ecco, non so come altro dirlo, se non... bizzarri: gli uomini bizzarri che ho incontrato e incontro; so, però, che quando ho cominciato a parlare dell'Estathè e di come io abbia mancato la giornata nazionale Estapicnic per l'inizio degli influssi del Tu sai che mese mag(g)ico, la voce mi ha bloccato e mi ha detto:
Va be ne. Le fa re mo sa pe re”, manco avessi risposto a un annuncio su Subito.it.

Inizio a temere che la soglia del mio inconscio sia stata deturpata ancora di più di quella del mio subconscio e che il simbolismo incomprensibile insito in ciò che accade, nei debiti tra quello che hai e quello che vorresti, nella differenza tra quello che ricevi e quello che dai, non sia altro che una scritta anonima sulle pareti del cervello, fatta con il pennarello quasi scarico, che non c'entra niente con il curriculum karmico e il bonus vitae.
Una cosa tipo: Meglio scalzi che con le Hogan oppure Love will tear us apart.
Una cosa che poi uno ne rimane immotivatamente convinto e si affastella.
Una cosa che: Per me, sei thè.

Amici, coraggio: è quasi maggio.

mercoledì 17 aprile 2013

Nichilisthè

Se avessi potuto scegliere, io avrei voluto una voce fuoricampo
Ehi tu, Dio!”, gli avrei detto “Non darmi tutte queste tette, dammi una voce fuoricampo”

E' arrivato Aprile, poi metà Aprile, poi il caldo, quindi la primavera e allora: Picnic! mi sono detta. Villa Borghese, kit da bivacco fuori porta e pausa pranzo al sole con un'amica, con scorte di brick di Estathè.
A Roma, quando arriva Aprile, poi metà Aprile, poi il caldo, quindi la primavera, pure se sei un rompicoglioni lamentoso di quelli “A Roma non c'è mai niente da fare e poi piove che cazzo si piove e adesso ogni tanto nevica pure e si blocca tutto e poi non c'è il mare ti pare che non c'è il mare e 'sti lavori della metro quando li finiscono e gli autobus non passano mai e le ragazze della Tuscolana come cazzo si vestono”, beh, pure se sogni l'esilio in maniera continuativa, quando arrivano di colpo quelle belle giornate che l'Estathè ghiacciato è una benedizione, Roma ti frega, ti innamora e non l'abbandoneresti per niente al mondo.
E così fai i picnic, cammini, vai a vedere i concerti e lasci che i tuoi ormoni vaghino su tutta la pelle che inizia a scoprirsi.
Capìto le ragazze della Tuscolana che fighe, sì!”, si sente dire per strada.

Per questo non riuscivo a spiegarmi, durante il picnic, da dove venisse il riverbero di quella voce negativa, pesante e nichilista, che mi esplodeva nel cervello.

Guardali questi stronzi spaparanzati in tutte le ville di Roma, Dio è morto e a loro non gliene frega niente. Tutta questa gente è la dimostrazione dell'inutilità dell'esistenza umana, dell'assenza della moralità, della decadenza dell'intelligenza...”

Oddio, è Oris! mi sono detta, che va avanti con questa storia della decadenza dell'intelligenza da anni.

Tentano di allargare il loro pseudo-mondo attraverso sistemi sempre più potenziati, ma non fanno che inserirsi in meccanismi in cui continueranno ad essere perdenti, perduti, meno di niente...”

Oddio, è Pezzetta! ho pensato, che si ostina a non farsi un account Facebook, ma poi i suoi amici taggano me e Oris nelle foto, al suo posto, e lui lo deve usare comunque, anche se è contro il sistema.

Siamo in caduta libera, sono in caduta libera, fa tutto schifo, nulla ha senso...”
Picnichilista è stata l'ultima parola che ho sentito, mentre masticavo la cannuccia di uno dei miei brick di Estathè.
Poi è successo l'inimmaginabile e, mentre accadeva, mi sono ricordata di mia madre che quando io e Oris eravamo piccole si era fatta tutta una teoria oligocentrica per la quale se doveva succedere una cosa a qualcuno, succedeva alle sue figlie, al suo stretto nucleo familiare.
Solo perché Oris, a dodici anni, per una mini rissa accaduta in salagiochi mentre lei giocava a flipper, si era rotta un dito perché un tipo glielo aveva fatto incastrare nel pulsante con un calcio e poi io mi ero rotta lo stesso dito dopo qualche tempo, sempre a dodici anni, perché uno aveva tirato un sasso in aria ed era caduto sulla mia mano appoggiata su una panchina, provocando il danno.
E' chiaro che questa è una cosa assurda e che non è capitato solo a noi di scivolare di faccia su una pianta grassa, di picchiarci in testa con una chiave inglese o di rimanere con un piede infilato nei raggi di una bicicletta, ma mia madre, quando sono partita per trasferirmi a Roma, aveva paura che se si schiantava un albero a Zagarolo avrebbe colpito una di noi due e, giuro, mi ha chiamato per ogni ramo cascato a Roma e provincia.
Io non ho fatto altro che dire a mia madre che l'egocentrismo è una stronzata e che, come dice Wallace, non dobbiamo scivolare nella nostra configurazione di base per cui tutto ciò che accade nel mondo è collegato a noi, ma mi sono trovata senza parole quando, dopo l'urlo Picnichilista, un verme è caduto dalla bocca di un uccello e ha smesso di essere il suo pranzo per finire di schianto sulla mia borsa e poi caracollare a terra morto.

Ho sentito il rumore di lui che precipitava e il botto e ho pensato che era lui quella voce che sentivo e che lui era Nietzsche, che pure se non era romano diceva le stesse cose che dice un romano bloccato sul GRA dopo otto di ore di lavoro in centro.
Nietzsche è morto durante il mio pranzo, senza senso, senza morale, senza umanità.

A quel punto avevo due opzioni: avrei potuto sentirmi il centro dell'universo e telefonare a mia madre per dirle che aveva ragione e che era caduto un verme a Villa Borghese e, tra tutti, aveva beccato proprio me, oppure potevo guadarmi intorno, osservare quella gente serena, il sole, la natura e chiamare Oris per chiederle se si può considerare un eterno ritorno ornitologico il fatto che un piccione mi avesse cagato in testa, che altri piccioni avessero impestato il nostro balcone e che adesso uno di loro (o forse sempre lo stesso) mi avesse lanciato addosso il suo pranzo.
Ho chiamato Oris e lei mi ha detto “In un sistema finito, con un tempo infinito, ogni combinazione può ripetersi infinite volte. Ma tu sei in un sistema infinito, con un tempo finito, quindi ha ragione mamma: è solo sfiga”.

Ho bucato un altro brick di Estathè e ho pensato: Also sprach mia sorella e poi ho chiamato mia madre per dirle che dopotutto non li avevamo sprecati quei soldi per farla laureare in filosofia.

giovedì 4 aprile 2013

De impossibilitathè

Se avessi potuto scegliere, io avrei voluto una voce fuoricampo
Ehi tu, Dio!”, gli avrei detto “Non darmi tutte queste tette, dammi una voce fuoricampo”

Il mio medico roscio fricchettone è partito per la Cina, poi andrà in India e infine si trasferirà a Tubinga, in Germania. La mia migliore amica sono già tre mesi che si è accasata a Bruxelles, dopo che abbiamo condiviso un pianerottolo per tanti anni. Il disegnatore di donnine più ostinato che conosco in settimana mi ha detto che ha comprato un biglietto per Parigi.
Solo andata, ha aggiunto.
E' quantomeno scortese che vi trasferiate tutti, lasciandomi quasi sola, qui a Roma, e optando per paesi in cui sono molto scarse le possibilità che io mi imbatta in una bottiglia di Estathè, se vi vengo a trovare.
Ma non stavamo meglio quando stavamo peggio?

Dato il suo odio per i cambiamenti, Iris Versicolor è nata con quindici giorni di ritardo, a nove mesi e mezzo, occupando il ventre materno al grido di: 'Elefante, io ti batterò!'.
A Iris non piace perdere il controllo geografico sulle persone che ama, trovare il copridivano sgualcito quando apre la finestra del salotto di mattina presto e attenersi a una dieta, sia geografica che salutare, che non prevede l'Estathè nei suoi dettami.
A Iris piace trovare ispirazione guardando la tavola periodica degli elementi invece dell'atlante, obbligare Oris a piegare i vestiti per dare un po' più di ordine al mondo e aprire l'armadio di Pezzetta, ogni tanto, per sentirsi parte della perfetta catalogazione dei suoi calzini”
Lo so che ho chiesto io la voce fuori campo, ma ho un amico gialloblu che sostiene che Amélie Poulain e il suo favoloso mondo abbiano rovinato un'intera generazione: ha composto, in merito, anche un coro dell'Hellas Verona. Quindi, preferirei finirla qui.”
A Iris non piace il Café des 2 Moulins?”
No no, non è questo. Ma, tra il possibile e l'impossibile, preferirei frequentare il Paiolo Magico della Londra babbana. Peccato che nemmeno uno dei miei amici abbia in programma di trasferirsi a Londra...
Iris pensa di avere bisogno di un Ministro della Magia, nonostante abbia già ben due amici maschi che somigliano a Hermione Granger ed è convinta di poter invocare l'Expecto patronum per farsi servire un boccale di Estathè, al Paiolo Magico”
Non credo che sia del tutto impossibile.”

Se ripenso a un anno fa, a dov'ero, a cosa facevo, alle persone che avevo intorno e alla mia libertà di bere quantitativi a scelta di teina (adesso mi attesto su un massimo di tre bicchieri al giorno), non avrei mai creduto possibile che il tempo avrebbe mietuto tutte queste vittime, cambiato così tanto le carte in tavola, scelto un nuovo quartiere per la mia vita e esiliato gran parte delle persone a cui voglio bene.
Quando ho conosciuto Emma Bovary, all'università, e siamo diventati amici perché studiava ingegneria ma leggeva Flaubert, non me l' ha detto che voleva trasferirsi o, se me l'ha detto, io ho pensato che fosse il solito lamento di un amico dedito al bovarismo ma statico (sì, Emma è un uomo e no, non è lui che somiglia a Hermione Granger); e invece adesso anche lui probabilmente se ne andrà.
Dalla mia, ho imparato ad accettare che bisogna fare i conti, tutti i giorni, con l'impossibilità e con le scelte, per dirsi che no, non è che stavamo meglio quando stavamo peggio, forse stavamo meglio quando credevamo impossibile che non saremmo più stati così vicini.
Ma ho anche imparato che la vicinanza è un concetto astratto, che possiamo gestirci nello spazio e nel tempo a seconda di cosa ci è necessario e quindi ho combattuto ancora contro il mio elefante, contro la sua stazza, la sua gestazione, il suo naso a proboscide addirittura più lungo del mio e la sua proverbiale memoria.
Ho domato il pachiderma, lo spazio, il tempo e i ricordi, e, in qualche modo, sono pronta a partire: ci vedrete arrivare baldanzosi in tutte le vostre città, cercheremo di non calpestare il Café des 2 Moulins o il Parlamento Europeo, vi caricheremo a bordo, offrendo bicchieri di Estathè in barba al proibizionismo, e ci sentiremo sempre vicini, come l'Alluminio e il Silicio sulla tavola periodica, pure se io sto a Roma e voi chissà dove.

Il bello del futuro e delle cose impossibili è che possono capitare davvero e quindi vale la pena immaginare qualsiasi cosa perché potrebbe essere tanto impossibile da succedere. 
Per questo io e Lord Voldemort siamo su quell'elefante.
Se nessuno parlerà di cristallerie, fragilità o cose che si possono rompere, ve lo prometto: andrà tutto bene.