Memorie di una bevitrice di Estahè

Memorie di una bevitrice di Estahè

giovedì 28 agosto 2014

Thèoria idraulica delle famiglie

Se avessi potuto scegliere, io avrei voluto una voce fuoricampo
Ehi tu, Dio!”, gli avrei detto “Non darmi tutte queste tette, dammi una voce fuoricampo”

Da ieri il mio primo romanzo si trova in libreria e io mi sento tranquilla. Se togliamo tutta quella roba inconscia di vertigini, formicolii e del secondo e terzo dito del piede destro che mi si sono addormentati, posso dire di sentirmi tranquilla.
Sono stati versati fiumi di Estathè, serviti calici a forma di brick, raccolte gocce con le cannucce bianche, esattamente come succede in tutti i giorni appicciccosi e chimici di questa mia vita, perché, in fondo, ieri è stato un giorno identico a tutti gli altri, con la gente che urlava «Maria puttana incivile» dal palazzo di fronte e quelli di sotto che soffriggevano l'aglio alle dieci di mattina.
Quindi, cari Illice e Trillice, vi sareste pure potuti svegliare, senza continuare a mandare avanti questo melodramma di nervi tesi, tanto Crosta è ormai lontano da qui e non può farci niente...
Crosta. Già, Crosta. Mi spiego, visto che la cosa riguarda il modo in cui la mia condizione di scrittrice può essere sintetizzata da un cocktail.
Un mese fa, quando ho compiuto trent'anni, sono andata con degli amici in un locale e, a un certo punto, si è avvicinato questo sedicente Crosta, mentre ero con un sottogruppo di belle fanciulle, e si è presentato.
«Che strano nome Crosta. E' un diminutivo del cognome?»
«No no. So' proprio io...»
«Una crosta?», ha chiesto una delle mie amiche, indisponendolo. E allora lui ha concentrato le sue attenzioni su di me, la solita fortunata.
«Aò, ma che c'hanno le amiche tue? Je rode er culo?»
«No, è che stiamo festeggiando il mio compleanno»
«Ah, ecco. È il tuo compleanno, Itis»
«Veramente il nome sarebbe Iris. Itis fa troppo Istituto Tecnico Industriale Statale...»
«Quindi tu lavori in questo istituto?»
«No, no. Veramente io scrivo»
«Che fai tu?»
«Io scrivo, ecco. Sono una scrittrice»
Non so bene perché l'ho detto. Forse perché era il mio compleanno, forse perché lui capiva la metà delle cose che dicevo o forse perché un po' me lo sentivo che Crosta mi avrebbe regalato quello splendido momento d'ira in cui, con gli occhi fuori dal suo bicchiere, ha aspettato di deglutire per bene, prima di urlami: «Ma mo' te tiro 'sto cocktail 'n faccia, mortacci tua!».
È stato grazie alla mia amica Pallax, avvezza al romanesco e amante di Richard Benson, se il mio compleanno non è finito in tragedia.
Crosta, se mi ascolti, te lo dico da qui: non ti stavo prendendo in giro. Scrivo davvero. Ho scritto. E spero che scriverò ancora. Ho pure un accenno di gobba, se guardi bene.
E poi, oh: ho questo. Te lo dovrei tirare io un cocktail in faccia, mortacci tua.


«Abbiamo problemi più grandi di questo, cara Iris Versicolor: problemi peggiori della tua condizione di scrittrice, delle tue dita dei piedi e di Crosta»
«Quali problemi, Iris?»
«Ecco, esattamente questo. Io sono un personaggio del tuo libro, sto facendo la voce fuori campo del tuo blog e mi chiamo come te. Iris. Non credi che questo creerà confusione?»
«Non tutte quelle che si chiamano Maria sono puttane incivili. Non tutte quelle che si chiamano Iris bevono Estathè. Prova a cercarle Iris e Maria per Roma e chiedigli se bevono l'Estathè...»
«Io non so nemmeno cosa sia l'Estathè e tu sembri farneticare...»
«In effetti, mi sento confusa»
«Visto che avevo ragione?»

Ok, lo ammetto. Non sono tranquilla. Per niente. Pezzetta e Oris mi hanno comprato una scorta di Estathè che sembrava infinita, ma devo averne bevuto due lettere perché adesso sembra finita. E poi le cose che si realizzano sono sia bellissime che spaventose: se solo penso a quando il mio amico Tommasino mi faceva soffiare sui denti di leone per esprimere i desideri o a quando le candeline, le stelle, i primi frutti di stagione mi spingevano a desiderare sempre la stessa cosa, trovo assurdo che sia successo.
«Mo si può pure cambiare 'sto desiderio, no? Passare alle cose normali, tipo: trovarsi un fidanzato, farmi un nipotino...», mi ha detto una persona di cui cercherò di mantenere l'anonimato (dirò solo che inizia per M e finisce con IA MADRE).
Ma il libro è stato effettivamente sistemato in libreria e allora io, ieri, mentre impedivo a un piccione di sostare sul mio davanzale e indossavo il busto ortopedico di Oris, sperando che qualche muscolo si rilassasse e che Illice e Trillice si svegliassero, ho pensato a due cose.
La prima è il giorno in cui Simone, il mio editor, mi ha detto che la Elliot avrebbe pubblicato il libro. Ero con mio nonno, in una camera di ospedale, perché lui era in terapia intensiva (ora Peppino sta bene, è insolente come sempre): l'ho guardato e gli ho detto «Nonno, mi pubblicano il libro». Lui ha strizzato gli occhi e mi ha risposto: «Io invece ho fatto cadere per terra tutta la camomilla che mi hai portato». Le due cose, in effetti, hanno vari punti di equivalenza.
E poi ho pensato al giorno in cui hanno stampato il libro e io sono andata dalla mia famiglia per mostrarglielo. Non sapevo bene cosa dire a nonna Berta (che ha sempre guardato i libri con un certo sospetto -da piccola me la immaginavo urlami dietro la poesia del Belli: «Li libri nun so' robba da cristiano: Fiji, pe’ carità, nun li leggete.»), quindi le ho dato il libro e le ho detto: «Nonna, dopo i libri che ho letto, adesso uno l'ho scritto»; lei mi ha risposto con uno sguardo truce, si è rivoltata quel mattoncino verdeacqua tra le mani e preoccupata mi ha chiesto: «Quindi pure questo ti sei letto?».
«Beh, nonna, l'ho scritto. Quindi, sì, me lo sono dovuta pure leggere.»
«Aò, vabbè. Ma io che ne so...»

Ieri è stato un giorno come tutti gli altri. Ma forse anche no.
Pure io, in fondo in fondo, cosa volete che ne sappia...

martedì 22 luglio 2014

Come città aperthè

Se avessi potuto scegliere, io avrei voluto una voce fuoricampo
Ehi tu, Dio!”, gli avrei detto “Non darmi tutte queste tette, dammi una voce fuoricampo”

Ci capita, ogni tanto, di macchiarci del reato di appropriazione indebita di noi stessi. Il fatto che ci possediamo non ci dà alcun diritto di approfittarcene. Il nostro crimine è una conseguenza di un processo mitotico durante il quale un'overdose di pensieri, parole, opere, (o)missioni (ed Estathè, per qualcuno) provoca una divisione equazionale e noi ci riproduciamo in due diversi noi stessi. Quando mi succede, Oris dice che è come se ci fosse una Iris con in braccio un forcone che corre dietro ad un'altra Iris disarmata, punzecchiandole il culo per farla correre più veloce.
In pratica, non siamo più totalmente titolari del nostro corpo e del nostro cervello e ci esprimiamo in comportamenti solo assimilabili a quello che veramente siamo, con il fine di procurare, a noi o ad altri noi, profitti di qualche genere.
Reato di appropriazione indebita, appunto.

Uno degli aneddoti preferiti di mia madre (lo racconta a tutti gli amici che le porto casa) riguarda quella volta che io e lei eravamo sommerse di casini, con poco tempo a disposizione e troppi spazi da percorrere, e siamo entrate di fretta in un supermercato perché non avevamo quasi più niente in casa.
«Non ti preoccupare, faccio io», le dicevo, correndo di qua e di là come un'ossessa: «È tardi, è tardi, è tardi. L'Estathè, l'Estathè, l'Estathè. Faccio io, faccio io, faccio io»; ho preso la sporta di stoffa per metterci la spesa e, nell'aprirla con troppa foga, l'ho stracciata in due.
La gente era sconvolta e mi guardava tentare di rimettere insieme i due lembi della shopper (ormai non più riutilizzabile), con la paura che, da un momento all'altro, potessi diventare una verde, enorme e cattivissima signorina Hulk.
Tutto questo per dire che quando, qualche giorno fa, sono andata da Oris e l'ho avvertita che, siccome volevo rilassarmi, mi sarei messa a pulire il forno, lei non mi ha risposto che le sembrava una follia: ha guardato le mie mani in alto, bene in vista, e l'altra Iris che mi spingeva avanti minacciandomi con il forcone e ci ha lasciate fare.

«Ecco, mo ci intossicano», ha detto preoccupato Jackie O'.
Jackie O' è un geco che vive nel nostro lampadario da una settimana e che la sera guarda la televisione con noi.
«Vi mangia le zanzare!», ci ha detto nostra madre: «ma non fatelo avvicinare a Iris che quella è capace di stracciarlo in due. Ve l'ho raccontato di quella volta che...».
Siccome soffro di sensi di colpa continui e non volevo stracciare, cacciare né tantomeno gasare Jackie O', ho deciso di pulire il forno con un metodo naturale, senza intossicazioni chimiche, quindi ho mescolato sale, bicarbonato e acqua e l'ho gettato sulle pareti interne dell'elettrodomestico come un perfetto muratore con la calce e poi mi sono messa ad aspettare. Anche se sul sito dove mi sono informata c'era scritto scrub ecologico, io non ho pensato che dovevo strofinare: ho chiuso il forno e ho incrociato le braccia per un'ora.
Ovviamente, quando ho riaperto, il composto si era seccato.
«Di zozzerie, tua sorella, ne ha fatte tante», ha detto Jackie O' a Oris «ma questa le batte tutte». Oris, però, non era in grado di sentire quella voce quindi: «Senti, Iris» mi ha detto. «Quel geco mi sta fissando, tu sei infilata con la testa in un forno pieno di bicarbonato secco e abbiamo un balcone invaso da bulbi morti che sembrano cipolle mezze interrate. Che dobbiamo fare?»
«Oris, se non mi lasci finire, non potremo usare il forno mai più»
«Ma è davvero così che ti rilassi?»
«Oris, ti prego...»
«La verità è che, da quando vi ho permesso di fare la raccolta differenziata, questa casa è diventata una giungla...»

Due ore, un prodotto chimico, mezza bottiglia di Estathè e una canottiera sporca di grasso dopo, il forno era splendente, mentre io e l'altra Iris lo eravamo molto meno. Oris si è avvicinata con un cuscino del salotto tra le mani e mi ha detto che Jackie O' ci aveva cacato sopra.
«Come fai a sapere che è stato lui?»
«Ho cercato su internet come è fatta la cacca dei gechi. È giunta l'ora: deve sloggiare...»
Sono andata a parlare con Jackie O' e gli ho spiegato che, nell'ordinamento giuridico della nostra casa, il suo reato comportava uno sfratto subitaneo. Lui, di risposta, si è infilato all'interno del lampadario.
«Sta raccogliendo le sue cose. Ora se ne va. Mi ha detto che aveva già deciso di lasciarci quando ho spruzzato quello sgrassante artificiale nel forno.»
«Certo, geco incivile, sei meglio te!», gli ha detto Oris mentre lui varcava la soglia della finestra senza dirci addio.

Ci comportiamo come città aperte: cediamo, ci abbandoniamo, sventoliamo bandiera bianca per evitare la distruzione nemica, appigliandoci a un principio di autoconservazione. Io mi lascio sempre invadere da me stessa, mi lascio occupare e poi mi ritrovo a pulire dal grasso la canottiera bianca che ho indossato per lavare il forno, mentre l'altra Iris, severa come il sergente maggiore Hartman, mi urla nelle orecchie che adesso, per rilassarmi, dovrò ripitturare la camera di Pezzetta (che sarà anche un modo per scusarmi visto che la canottiera che ho rovinato era la sua: me l'aveva regalata con tanto amore fraterno).
«Ma chi sei? Cenerentola?», mi ha chiesto Jackie O', affacciandosi dalle fenditure della persiana.
«Non credo. Tra due giorni ho trent'anni e nella scarpina non riesco a infilarci nemmeno mezzo brick di Estathè», gli ho risposto.
«Forse, in questa storia, c'è una Iris di troppo...»

Ho trovato il coraggio: mi sono fatta consegnare il forcone dalla Iris di troppo e mi sono detta, dicendolo a lei, che, nell'ordinamento giuridico di me stessa, il reato di appropriazione indebita equivale a cacare su un cuscino. Non ho ridipinto la camera di Pezzetta, mi sono fatta tagliare i capelli male e ho chiuso la città aperta, dopo aver cacciato sia Iris Hulk che Iris sergente Hartman. Ho fatto anche dei buoni propositi sulla mia vita, tipo Se devi proprio commettere adulterio, procedi. Ma mai con il thè freddo fatto in casa...
Perché, tra poco, compio trent'anni e cambio decina.

In matematica, 30 è un numero abbondante, con o senza lode.
Speriamo in una cornucopia di bene.

mercoledì 2 luglio 2014

Thè Sims

Se avessi potuto scegliere, io avrei voluto una voce fuoricampo
Ehi tu, Dio!”, gli avrei detto “Non darmi tutte queste tette, dammi una voce fuoricampo”

Ci sono dei momenti, nella vita di Oris, in cui è circospetta, quasi furtiva. Di solito si avverano mentre sparecchiamo la tavola, mentre laviamo i piatti o mentre puliamo la casa; si avverano quando cerca di ristabilire quel suo personale ordinamento dell'universo nel quale lei divide et impera. Esistono diverse formule attraverso le quali ciò accade:
  • la sparizione (Oris c'è, Oris non c'è più, oppure il famoso: «Adesso torno! Mi sta squillando il telefono!»);
  • il caos (Oris ti fa tanti piccoli giri intorno, in modo che tu ti distragga, pensando che anche lei sta partecipando alle attività, solo più tardi scoprirai amaramente di aver fatto tutto da solo, che l'unico apporto di Oris è stato sommergerti con un'ondata di parole e anidride carbonica -per questo e per altri motivi viene chiamata Tsutsunami);
  • la frivolezza (nelle varianti: Oris DJ, Oris «Vi faccio vedere come mi stanno i vestiti che mi sono comprata?» e Oris GiocoDelle3Carte «Dai! Carta vince, carta perde!» -succede sempre che Oris vince e la squadra Iris&Pezzetta perde).
È stato in maniera circospetta e furtiva che, qualche giorno fa, si è presentata in camera mia con in mano il suo iPad e mi ha chiesto: «Si chiamava The Sims quel gioco dal quale eri ossessionata quando eri piccola?»
«Si chiamava Estathè quel gioco dal quale ero ossessionata quando ero piccola»
«Madonna, Iris! Dici sempre le stesse cose! Te ne rendi conto? La tua vita ha bisogno di più avventura. Sai che faccio? Darò il tuo nome al mio primo Sim»

La semplice realtà non basta più a nessuno e questa è una verità noiosa e sufficientemente ovvia. Il fatto che mia sorella abbia deciso di mettersi a combattere con un simulatore di vita che andava di moda più di dieci anni fa (The Sims, appunto) rende gustosamente vintage questa verità. Il fatto, poi, che guadagni dei soldi che si chiamano simoleon coltivando angurie e che costruisca case con le pareti a pois rende dannatamente divertente questa verità. Il fatto, infine, che gestisca un'intera città in cui abitiamo noi e i nostri amici, sotto forma di avatar, rende assolutamente geniale questa verità.

Quando ci giocavo io a The Sims, non ci giocavo veramente: un mio amichetto nerd mi aveva insegnato un trucco, un codice che mi permetteva di avere una quantità infinita di soldi. Ero una specie di ereditiera priva di scrupoli, sfornita del senso del denaro, quindi passavo il mio tempo a costruire supercase di tre piani, con centri benessere, piscine, comfort sciocchi e personaggi senza obiettivi che finivano per morire in incendi scoppiati durante la preparazione di una torta (se non gli fai studiare un manuale prima di metterli ai fornelli, succede) o per affogare in piscine extralusso in cui mi ero dimenticata di costruire le scalette di uscita. La cosa più folle era che, alla morte di un Sim, compariva una lapide, nel posto stesso in cui era morto, e tutti gli altri si raccoglievano lì intorno a piangere. E piangevano, piangevano. Allora io azzeravo la partita e ricominciavo da capo.
Oris, invece, non conosce trucchi (non che non ci abbia provato, eh, quell'ambiziosa imperatrice del mondo!), quindi è costretta a sgobbare.
Quello che segue è il report delle conversazioni assurde che sono avvenute tra Oris, il suo iPad, me e Pezzetta, anche se chiamarle conversazioni è sbagliato, visto che, più che altro, sono stati dei folli monologhi che ci hanno inseguito in tutte le stanze.

Mansione sociale: Non credi che il tuo Sim si senta solo? Crea dei vicini di casa per lui!
«Allora, Iris, eccoti qua: ti piaci? Sono stata costretta a farti tutte queste tette, ma in compenso c'è anche una voce fuoricampo! Non sei contenta? Adesso, siccome non potevi vivere da sola nella città, ti ho creato tre vicini: Oris Tsutsunami, Pezzi Pezzi (risata bionda) e Fabio Fazio. Vedi? Ti spiego: Fabio Fazio è il tuo possibile fidanzato, infatti sta nella casa accanto alla tua; ama pescare e lavora insieme a tutti noi in un centro scientifico. Per ora siamo al livello Cavie da laboratorio, ma è solo uno stage, possiamo crescere in questa azienda. Gli altri due siamo, inutile dirlo (seconda risata bionda), io e Pezzetta. Tra l'altro, fammi aprire una parentesi, trovo molto scortese che Pezzetta si sia tagliato la barba proprio questa settimana, visto che il suo Sim, invece, ce l'ha lunga... E dire che io mi sentivo in colpa perché, avendo finito i soldi, invece di una casa normale ho dovuto costruirgli un santuario che si chiama così ma, nella pratica, è un monolocale con il bagno esterno...»

Missione matrimonio: Non credi che sia arrivato il momento dell'amore? Fai che due dei tuoi Sim creino una relazione stabile che sfoci in un matrimonio.
«Lo so che avevo detto che ti avrei fatto fidanzare con Fabio Fazio, ma, a parte che questo esce a pesca e sta fuori anche per 24 ore di seguito... Sì, sì, certo che ce lo mando io, che c'entra? Devono guadagnare questi Sim sennò chi la manda avanti 'sta baracca? Comunque, a parte la pesca, ho notato che tra Oris e Pezzi Pezzi c'era qualcosa, un certo feeling, e quindi ho puntato su loro due. Vedi? Ponderano, si fanno gesti romantici, gentilezze, si baciano. Ecco! Ecco! Ce l'ho fatta! Si sposano!»
Nel frattempo, la città è cresciuta, ci sono anche Core, il nostro amico Roscio, Giaris, il cane di Core e molti altri, quindi, avendo io avuto la fortuna di avere Oris sul bracciolo della mia poltrona mentre accadeva il completamento del livello Nozze (una vicinanza imposta, chiaramente), ho assistito alla follia della festa, con tutti questi Sim che ballavano a casa di Oris e Pezzi Pezzi. In ogni caso, grazie a questo matrimonio di convenienza, Pezzi ha lasciato il suo santuario e si è trasferito nella casa rosa shocking di Oris, prendendo il suo cognome.
«Quindi, mo' sono Pezzi Tsutsunami?» è stato l'unico commento di Pezzetta.

Missione due Sim e mezzo: Non credi sia ora di far crescere la famiglia? I tuoi Sim sembrano pronti a comprare una culla...
È qui che l'ho vista vacillare. All'idea di avere un bambino, anche se virtuale, ho visto l'amore di Oris per The Sims vacillare fortemente; ha riflettuto, discusso con Pezzetta, fatto guardare ai loro avatar dei documentari sui bambini. Poi si è fatta forza e ha spinto il pulsante Fiki Fiki (lo giuro, c'è un pulsante Fiki Fiki).

Driiin, driiin.
«Mamma, senti, ti volevo dire che diventerai nonna. Ti sto facendo trasferire in una casetta che si chiama santuario. Hai il bagno esterno, ma non ti preoccupare, cercheremo di fare dei lavori. Ora sia io che Iris siamo passate al livello Assistenti di laboratorio; Pezzi è ancora Cavia, ma nutriamo buone speranze. Volevo chiederti: ti va bene se ti metto la carta da parati broccata?»
«Pensavo di essermi liberata di quel gioco tanti anni fa, comprandomi Iris con due casse di Estathè...», è stato l'unico commento di mia madre.
E invece no, mamma, pare proprio di no.

mercoledì 18 giugno 2014

Thèma: Gli affetti familiari

Se avessi potuto scegliere, io avrei voluto una voce fuoricampo
Ehi tu, Dio!”, gli avrei detto “Non darmi tutte queste tette, dammi una voce fuoricampo”

Mi fa un po' strano pensare che i miei esami di maturità siano così lontani nel tempo. Sono passati undici anni da quel giorno di giugno del 2003 in cui io e il mio amato foglio protocollo ci siamo presentati davanti a un banco verde per la prima prova scritta: il tema d'italiano.
Di quel periodo, mi ricordo: lo studio matto e disperatissimo; un infermiere che mi misura la pressione; il mio professore di italiano che mi telefona per dirmi: «Iris, non mi deludere» e io che vomito dopo la telefonata; Évariste Galois che mi induce all'insonnia, ai duelli e alla resistenza politica e io che non dormo, pensando alle equazioni; la mia amica Mè che viene chiamata a estrarre una lettera per capire da che punto dell'alfabeto inizieranno gli orali e i suoi occhi che mi guardano spauriti: «Scusa!»; io che sono la prima esaminata del primo giorno degli orali e ho solo un week-end, per ripassare, tra le prove scritte e l'interrogazione della commissione; io che vomito prima e dopo l'esame; io che, più tardi, vomito ancora.
Quel giorno di giugno del 2003, ho fatto un tema sulla possibilità di (r)esistenza della poesia in una società delle comunicazioni di massa, ignorando sia Pirandello (che era sempre stato al mio fianco e che ha vissuto quella mia vigliaccata con grande sofferenza), sia il tema più bello di sempre: Gli affetti familiari. Incredibilmente, tra le tracce, c'era anche quella: il tema per antonomasia, quello che ti danno alle elementari e che, da che mondo è mondo, puoi iniziare con le stesse parole: La mia famiglia è composta da.

«La mia famiglia è composta da me, mia madre, mio padre, i miei nonni, Oris, Pezzetta, Léon e una bottiglia di Estathè. La mia famiglia è rumorosa e bizzarra, è faticosa e accogliente e poi è piena di bugiardi. Tutti i membri della mia famiglia sono dei bugiardi»
«Lo sapevo che lo avresti fatto»
«Cosa? Il tema?»
«No, prendere il giro il lettore»
«In che senso?»
«Nel senso che dire che tutti i membri della tua famiglia sono dei bugiardi significa che sei una bugiarda anche tu e che, quindi, se questa affermazione è vera, contemporaneamente è anche falsa»
«Ah, sei Epimenide di Creta, quello del paradosso del mentitore. Come mai sei qua? Mica avrai intenzione di uscire alla seconda prova del classico, visto che quest'anno è greco...»
«Perché? Non potrebbe essere?»
«Certo che potrebbe essere, tu eri molto chiacchierato ai tuoi tempi: gira voce che sei andato a cercare una pecora e hai dormito per cinquantasette anni...»
«Non stavamo parlando degli affari tuoi?»
«Infatti. Stavamo parlando degli affari miei, quelli familiari, di cui potrei scrivere per un'intera vita da quanto sono paradossali»

Sono ventiquattro anni che Oris aspetta il giornalino di Barbie: mia madre giura di averle pagato un abbonamento, ma sappiamo tutti che non è vero. Nonna Berta mette il basilico nel sugo, poi lo toglie, e cerca di convincere mia madre (che lo odia) che non può sentirlo nel sapore perché lei non l'ha mica usato («Vedi foglie in giro per i piatti? No! E allora non c'è!»). Vicino al camino della casa dei miei c'è una piccola libreria che contiene un catalogo fotografico di un mio amico per il quale io ho scritto l'introduzione: la copertina è stata strappata ma nessuno si prenderà mai la responsabilità del fatto («Ma che ci avete acceso il fuoco?» «No! Noi il fuoco lo accendiamo con il giornalino di Barbie!»). Il veterinario ci ha detto che a Léon non piace l'odore del rosmarino e che è per questo che sradica la pianta tutte le volte che mio padre prova a coltivarla: quindi anche se mio padre gli mente, dicendogli che quella è una pianta di basilico, non di rosmarino, lui continuerà a farlo («Léon, te lo giuro: questo non è rosmarino!»). Oris ha detto ai miei nonni che sposerà Pezzetta a settembre del 2015, anche se non sono ancora fidanzati e loro le hanno risposto: «Va bene, basta che gli fai accorciare la barba». Pezzetta ha detto a Oris che lui non si sposerà mai e lei gli ha sussurrato: «Questo è quello che credi tu, maledetto bugiardo!». Io dico a tutti che bevo sempre meno Estathè, che mi sto disintossicando, e nonno Peppino fuma delle sigarette della farmacia senza nicotina che sono una mistificazione quasi quanto il fatto che odorano di canna.

«Tutti i membri della mia famiglia sono dei bugiardi, caro Epimenide, anche io lo sono. E questo non è un paradosso, ma la pura e semplice realtà»
«Avresti scritto questo nel tuo tema?»

Nel mio tema avrei scritto che la misura del mio affetto familiare è un cono gelato con cioccolato e limone. «Ci vuole anche la panna?» mi chiedono i gelatai, schifati. «Sì, grazie», rispondo io.
Il fatto è che io mangio il gelato anche se non mi piace, quindi quando mi trovo di fronte al bancone per ordinare, prendo i gusti che sceglie sempre mia madre: mangio la mia verità al limone mentre lascio che la bugia di cioccolato mi coli sulle mani.
Poi, male che vada, vomito.

giovedì 5 giugno 2014

Extreme makeover nottathè edition

Se avessi potuto scegliere, io avrei voluto una voce fuoricampo
Ehi tu, Dio!”, gli avrei detto “Non darmi tutte queste tette, dammi una voce fuoricampo”

Ho una forte esperienza personale nei disturbi del sonno. Risale a due anni fa la confortante scoperta che «No, non è schizofrenia, sono solo allucinazioni ipnagogiche». Ne ho perfino testimonianza in questo blog di quella confortante scoperta, in questo blog che ormai è testimone di tutto: il post si chiamava Onironauticamenthè e la voce fuoricampo era di Christopher Nolan.
Da almeno dieci anni soffro di: allucinazioni ipnagogiche, paralisi nel sonno ipnopompico, sogni lucidi con falsi risvegli a matriosca e, ovviamente, insonnia.
Un mio amico scrittore con un grande dono della sintesi direbbe: «Babam», anzi «Bababam», con l'aumento della sillabazione di sorpresa.

In momenti di grande nervosismo o di grande sbalordimento, penso sempre che magari sto sognando.
«Iris, ti devo dire una cosa, è meglio se ti siedi»
Quando Oris ha fatto outing, per esempio, io ho pensato di stare in un sogno lucido.
«Ti devo confessare una cosa che potrebbe cambiare per sempre il nostro rapporto»
«Spero non abbia a che fare con l'Estathè»
«No, però siediti»
Dopo vent'anni di rifiuti, di capricci, di «Mi fa schifo, mi fa schifo!» o «Ora vomito!»: Oris finalmente ha ceduto.
«Ho scoperto che mi piacciono le uova»
Bababam. Sogno o son desta?
«Pezzetta lo sa?»
«Non ancora»
Padelle lavate con l'acquaragia, finestre spalancate durante un diluvio universale perché la casa sennò puzza di frittata, invenzioni culinarie di ogni tipo per non lasciare Oris senza cena e poi?
Abbiamo dovuto spaccare un uovo e farlo respirare a Pezzetta, quando ha saputo la notizia.

Siccome conosco le regole per distinguere la realtà da un sogno lucido, di solito riesco a cavarmela anche nelle peggiori situazioni. Per questo, gli ultimi accadimenti notturni mi hanno sconvolto: pensavo di averle passate tutte e invece la vita riesce sempre a sorprendermi.
«Yo yo», direbbe il mio amico scrittore con il dono della sintesi.
Sono circa dieci giorni che ho un ipercinetismo notturno che mi fa sembrare una trota appena pescata, quindi mi sveglio ogni due ore a causa dei miei stessi movimenti. La mattina, la sensazione non è quella di aver dormito, ma quella di essere stata in palestra: per la prima volta, in (quasi) trent'anni, mi sono perfino venute le occhiaie (grazie alla mia forte pelle da contadina, non le avevo mai avute). Ho fatto finta di niente, per tutti questi giorni, fino a ieri notte quando, durante un sonno in posizione prona, mi sono svegliata perché ho dato un cazzotto sulla parete dietro la testiera del letto.
«Danza come una farfalla e pungi come un'ape», mi ha detto la voce di Muhammad Ali.
Io ero assonnata, sconvolta e mi faceva pure male la mano, quindi ho risposto: «Almeno l'ho ammazzata quella zanzara gigante che si nutre di me da talmente tanto tempo che dovrei mettermela a carico sulla dichiarazione dei redditi?»
«Le mani non possono colpire quello che gli occhi non possono vedere», mi ha detto Muhammad che, a quanto pare, di notte, parla solo attraverso i suoi slogan personali.
Mi sono alzata, erano le cinque di mattina, mi sono versata un bicchiere di Estathè e ho acceso il computer per capire cosa avesse da dirmi al riguardo Yahoo! Answers, la bibbia dell'autodiagnosi di fantasia.
«Ipereccitabilità neuronale», ha detto Muhammad Ali alla zanzara, leggendolo dallo schermo, ma bofonchiando alle mie spalle.
«Senti Muhammad, ci mancavi solo tu»

«Ammazza che bella cera», mi ha detto Oris stamattina. «Lo vuoi un ovetto sbattuto?»
«Sai cosa voglio? Voglio che Ty Pennington faccia un programma in cui risistema i ritmi di sonno e veglia, invece delle case in rovina. Voglio smettere di leggere l'oroscopo di Brezsny. Voglio che mamma ammetta di avermi regalato lei il quaderno con la Passera scopaiola per cui sono stata presa in giro per tutto il primo anno di liceo e che non dica: "Si chiama Prunella Modularis" per discolparsi. Voglio un referendum abrogativo sui cambi di stagione e sull'esofagite da reflusso e voglio pure che alla mia amica zanzara sia concesso il diritto di voto. Voglio un cavallo, una serbatoio di Estathè e un amico scrittore che non dica "Mmm" come costante commento a tutti gli accadimenti della mia vita»
«Sei sicura che non vuoi un ovetto?»
«Oris, di notte sto facendo un corso di pugilato. Hai davvero intenzione di continuare a farmi questa domanda?»

Because the night belongs to boxers. 

martedì 13 maggio 2014

Via il denthè, dentro il dolore

Se avessi potuto scegliere, io avrei voluto una voce fuoricampo
Ehi tu, Dio!”, gli avrei detto “Non darmi tutte queste tette, dammi una voce fuoricampo”

Il dolore per me ha una rappresentazione precisa: è il piede di porco che il 2 gennaio 2008 ha cominciato a spingere sul secondo premolare della mia arcata dentale destra inferiore. Dall'interno della gengiva, durante i miei ventiquattro anni di vita, un piccolo e fetente doppione aveva percorso la strada che lo divideva dal suo gemello e, quello specifico giorno, dopo i bagordi del Capodanno, si era messo a spingere sul nervo, deciso a sfondare Abele, manco fosse un Ca(n)ino qualunque.
Il dolore per me sono le tre di notte con Oris che cerca di non farmi sbattere la testa al muro, che mi butta in bocca grappa, camomilla bollente, Estathè ghiacciato, colluttorio, farina, sale iodato, gocce per gli occhi: qualsiasi cosa. Essendo, in pratica, allergica alla totalità degli antidolorifici, sono costretta ad arrangiarmi quando sto male.
È chiaro che il mio è un implacabile destino di sofferenza.
Ogni volta che faccio un controllo dal dentista, ripenso alla faccia del medico dopo la lastra, a questi denti uno sopra l'altro, a lui che mi dice: «Dobbiamo intervenire» e poi all'operazione. Ho tolto un pacifico e innocuo dentino per far posto a un cazzo di facinoroso, portando, per quattro mesi, un apparecchio con un tirante di ferro che pescava il dente di sotto direttamente da dentro la gengiva e lo portava su piano piano, in modo che facesse la strada giusta e che prendesse il posto dell'altro con cognizione di causa.
La soglia del mio dolore si è alzata in quei tempi duri di cibi morbidi, durante i quali io e il mio frullatore, che non amiamo né lo yogurt né il gelato, abbiamo prodotto omogeneizzati di ogni tipo, arrivando a tritare perfino pane e salame.
Il dolore per me era fisico e psicologico, come tutti i dolori peggiori.
Ma, oltre a questo, io parlavo come Sloth de I Goonies.

Siccome sono una donna, sono riuscita a sopportare tutta quell'indecenza con un pizzico di dignità. Non ne voglio fare una questione di genere, ma è noto che gli uomini hanno una soglia del dolore ridicola, infima, quasi inesistente.
Quando Pezzetta ha il raffreddore, io e Oris chiamiamo la divisione Grandi Eventi della Protezione Civile per dargli supporto.
«Sendo di avere la febbre»
«Pezzetta, il termometro dice che hai una temperatura di 36.7»
«Il terbobetro deve essere roddo», ci dice con gli occhi a fessura, mentre ciabatta ad accucciarsi verso un termosifone spento a ferragosto.
Io, invece, in quei terribili giorni in cui: «Almeno puoi bere l'Estathè» era il mantra di rassicurazione, me la sono cavata: il dolore era così potente da rendermi remissiva e la fame così forte da rendermi aggressiva, quindi alla fine mi sono normalizzata e, a quei mesi, gli ho perfino scucito un fidanzato.
«Come hai detto che ti chiami?»
«Irif Vevficolov, ma non avvò pev fempve quefta effe fevpentina»
«Sai che parli come Sloth de I Goonies?»
«Lo fo. E Orif e Peffetta poffono infilavti le dita nel mio fvullatore fe glielo chiedo, cavo Chunk...»
«Ah, The Fratellis!»
Più in là nel tempo, quando la storia sarebbe naufragata malissimo (nessuna storia che inizia con un dente che ne spazza via un altro può andare molto lontano), in un delirio da 37.2 di febbre, Pezzetta avrebbe commentato: «Cobudque, dod è vera la sdoria che De Fradellis haddo preso il dobe da I Goodies»

Il motivo per cui scrivo tutto questo è che, in questi giorni, Sloth è tornato nelle nostre vite, sotto altre spoglie: Oris lo indossa prima di andare a letto la sera e ci si sveglia la mattina.
«Digrigni i denti, è un problema», le ha detto il medico: «Devi metterti un bite».
«Ho i denti grassi, tozzi, più larghi che lunghi», gli ha risposto lei: «Questo è il vero problema». Ma ha vinto il medico e allora lei ha cominciato a soffrire.
Il dolore per Oris ha una rappresentazione precisa: è il gilet trapuntato verde che ha indossato per andare a Napoli durante una gita in seconda media. Aveva gli occhiali rotondi, un cappello con la visiera ed era un po' cicciottella (lei direbbe: «Grassa, tozza, più larga che lunga»). Dall'interno del nostro armadio, durante i nostri primi quindici anni di vita, nostra madre aveva sempre tirato fuori delle scempiaggini (erano gli anni ottanta e poi i novanta, forse non era tutta colpa sua), ma quella volta aveva davvero toccato il fondo: Oris non è mai più stata la stessa persona.
È stato un dolore estetico, cromatico, quasi morale, come i dolori peggiori.
Ma, almeno, ai tempi, non parlava come il fratello deforme de The Fratellis.

«Non riefco a immaginave una puniffione peggiove di quefta», ha detto la prima volta che ha indossato il bite: «Mi viene da vomitave».
«Doglidi quesdo bide che dod si capisce diende», ha risposto Pezzetta, starnutendo.

Non devo ancora sottolinearlo che il mio è un implacabile destino di sofferenza, vero?

mercoledì 30 aprile 2014

Tinthèggiature

Se avessi potuto scegliere, io avrei voluto una voce fuoricampo
Ehi tu, Dio!”, gli avrei detto “Non darmi tutte queste tette, dammi una voce fuoricampo”

A stare tutti i giorni con te stesso, non ti accorgi che stai invecchiando, succede come nelle trasformazioni termodinamiche quasi statiche: ogni giorno il tuo corpo e la tua mente variano in maniera infinitesimale, così che il sistema te stesso, lo spazio che occupi e la superficie di controllo che ti divide dall'ambiente circostante sono in equilibrio in ogni istante e i cambiamenti non si notano.
Pensi di essere meravigliosamente perpetuo, di vivere in uno stato di eterna adolescenza. Pensi che la calvizie non esista, che esista solo gente che si rasa molto a fondo. Pensi che le taglie dei tuoi vestiti diminuiscano in maniera inversamente proporzionale al passare dei mesi e che il problema non è che stai ingrassando. Pensi che, se solo volessi, potresti correre una maratona: non lo fai perché le tute dell'adidas non sono più quelle di una volta. Pensi che se lasci i libri sulle mensole, le parole diventano più piccole, un po' sfocate, e che ti devi mettere gli occhiali perché la letteratura è indisponente non perché ti si sta abbassando la vista.

Pensi un sacco di cose sulla vecchiaia che (credi) non ti apparterrà mai, fino a che non arriva il momento della consapevolezza: la presa di coscienza dell'aumento dell'entropia dell'universo.
Può succedere perché un diciottenne che smanetta con l'iPhone davanti allo scaffale dell'Estathè dice alla sua amica: «Fai passare la signora» oppure perché ti rendi conto di accogliere l'ennesima notizia su una tua compagna di classe che si sposa o procrea senza il minimo stupore. Può succedere perché l'autobus che sballonzola sui sampietrini inizia a darti fastidio oppure perché la nuova regola è che se esci il venerdì, non esci il sabato e viceversa.
A me la consapevolezza di non essere più quella di una volta mi ha guardato attraverso la faccia contrariata della mia amica Giaris che si metteva il rossetto allo stesso specchio davanti al quale io stavo rovistando nella mia chioma per strappare un enorme e corpulento capello bianco, ispido e presuntuoso come un pelo della barba di Pezzetta.
Giaris mi ha guardato con molto dissenso.
«Quello è il filo di collegamento con la realtà irreversibile della tua trasformazione, se lo strappi te ne ricrescono tre. La vecchiaia non la puoi estirpare, ti si ripropone», mi ha detto.
«Sai che la tua voce sembra quella di cosa... come si chiama... quell'attrice... cavolo!»
«Vedi? Già questo è un reflusso di senilità...»

Quando Oris ha intravisto un possibile cedimento da parte mia riguardo alla politica della naturalezza, ha capito che era il momento giusto per convincermi a fare qualcosa ai miei capelli e non se l'è fatto sfuggire: mi ha sbattuto fuori casa senza aspettare nemmeno che finissi di staccare quella canuta e infida cordicella di sventura.
L'eterna giovinezza del sistema Oris non ha a che fare con la termodinamica, dipende da una serie di fattori che si possono riassumere in Giulia, la sua parrucchiera, e nella cadenza con la quale questa le rinfresca il colore sbarazzino dei suoi capelli.
«Quanti anni hai? Ne dimostri ventidue!», le dicono.
Oppure: «Ma non hai la patente perché non hai ancora l'età per prenderla, vero?».
O anche: «Ma Iris quanti lustri ha più di te?».

Sulla strada, mentre Oris mi portava a comprare una tinta per sfuggire dalla freccia del tempo che puntava dritta verso di me, una signora di almeno ottant'anni le ha urlato: «Oh madonna che bella bionda!» e a me è sembrato che la sua voce fosse la stessa di quell'attrice che prima si era impadronita di Giaris. E anche quando, dentro al negozio, Oris ha detto con sgarbo: «Fateci passare» a due bambini che si erano messi tra noi e la parete di tinte tra le quali avrei dovuto scegliere, mi è sembrato di sentire sempre lei, sempre la stessa voce.
«Non fate passare due signore?», ho chiesto io, visto che uno dei due bambini non si spostava. Lui ha allungato tutte e due le braccia e ha dato una spinta a Oris.
«Vedi? Il bambino mi riconosce come una sua pari», ha detto lei scuotendo con gioia la sua capigliatura florida.
A quel punto, ne ero certa, quella voce, quel tono, quel modo erano sempre gli stessi, appartenevano a colei che si si era interposta tra me e i video di Youtube per un sacco di tempo e che si era fatta odiare, infilandosi nel mio cervello con quel «Posso resistere a tutto tranne che a questi...»

Pensi di essere immune alle pubblicità delle creme antirughe o degli yogurt contro il colesterolo, pensi di non aver bisogno di quella roba da vecchi, che tu sei sempre uguale, che sei immortale, che sei al di sopra del bene e del male e la vita, invece, ti sbugiarda. La vita ti ripaga nell'ingiurioso momento in cui devi affrontare la caduta libera della tua volontà di fronte al bene necessario, facendo suonare il tempo a lei, a Violante Placido, che ti dice nell'orecchio: «...riflessi glossy glossy».
E allora tu ripeti: «Riflessi glossy glossy».
I momenti successivi sono avvolti nella nebbia: Oris che zompetta fuori dal negozio felice come una pasqua (dopo aver spintonato moralmente i bambini con il suo potere d'acquisto), io con la testa dentro la vasca che spurgo nero ebano come se piovesse, un bicchiere di Estathè che mi guarda dalle mani di Pezzetta e io che lo rifiuto e poi la voce di Giaris, quella vera, che mi dice: «Ammazza quanto sei glossy glossy!».

«Secondo me, sono venuta troppo scura...», ho detto a Oris, alla fine di tutto.
«Beviti il bicchiere di Estathè e non fare la prosopopea su questa tinta, che tra l'altro ti dura solo 28 shampoo perché è senza ammoniaca. Non conservare questo momento nella memoria come se fosse l'inizio del resto della tua vita. Non essere pesante. Questa va via quando va via, non è che ti viene la ricrescita. Solo l'ammoniaca è per sempre...», mi ha risposto lei.

Tinte De Beers, spero che non mi avrete mai.