Memorie di una bevitrice di Estahè

Memorie di una bevitrice di Estahè

martedì 13 maggio 2014

Via il denthè, dentro il dolore

Se avessi potuto scegliere, io avrei voluto una voce fuoricampo
Ehi tu, Dio!”, gli avrei detto “Non darmi tutte queste tette, dammi una voce fuoricampo”

Il dolore per me ha una rappresentazione precisa: è il piede di porco che il 2 gennaio 2008 ha cominciato a spingere sul secondo premolare della mia arcata dentale destra inferiore. Dall'interno della gengiva, durante i miei ventiquattro anni di vita, un piccolo e fetente doppione aveva percorso la strada che lo divideva dal suo gemello e, quello specifico giorno, dopo i bagordi del Capodanno, si era messo a spingere sul nervo, deciso a sfondare Abele, manco fosse un Ca(n)ino qualunque.
Il dolore per me sono le tre di notte con Oris che cerca di non farmi sbattere la testa al muro, che mi butta in bocca grappa, camomilla bollente, Estathè ghiacciato, colluttorio, farina, sale iodato, gocce per gli occhi: qualsiasi cosa. Essendo, in pratica, allergica alla totalità degli antidolorifici, sono costretta ad arrangiarmi quando sto male.
È chiaro che il mio è un implacabile destino di sofferenza.
Ogni volta che faccio un controllo dal dentista, ripenso alla faccia del medico dopo la lastra, a questi denti uno sopra l'altro, a lui che mi dice: «Dobbiamo intervenire» e poi all'operazione. Ho tolto un pacifico e innocuo dentino per far posto a un cazzo di facinoroso, portando, per quattro mesi, un apparecchio con un tirante di ferro che pescava il dente di sotto direttamente da dentro la gengiva e lo portava su piano piano, in modo che facesse la strada giusta e che prendesse il posto dell'altro con cognizione di causa.
La soglia del mio dolore si è alzata in quei tempi duri di cibi morbidi, durante i quali io e il mio frullatore, che non amiamo né lo yogurt né il gelato, abbiamo prodotto omogeneizzati di ogni tipo, arrivando a tritare perfino pane e salame.
Il dolore per me era fisico e psicologico, come tutti i dolori peggiori.
Ma, oltre a questo, io parlavo come Sloth de I Goonies.

Siccome sono una donna, sono riuscita a sopportare tutta quell'indecenza con un pizzico di dignità. Non ne voglio fare una questione di genere, ma è noto che gli uomini hanno una soglia del dolore ridicola, infima, quasi inesistente.
Quando Pezzetta ha il raffreddore, io e Oris chiamiamo la divisione Grandi Eventi della Protezione Civile per dargli supporto.
«Sendo di avere la febbre»
«Pezzetta, il termometro dice che hai una temperatura di 36.7»
«Il terbobetro deve essere roddo», ci dice con gli occhi a fessura, mentre ciabatta ad accucciarsi verso un termosifone spento a ferragosto.
Io, invece, in quei terribili giorni in cui: «Almeno puoi bere l'Estathè» era il mantra di rassicurazione, me la sono cavata: il dolore era così potente da rendermi remissiva e la fame così forte da rendermi aggressiva, quindi alla fine mi sono normalizzata e, a quei mesi, gli ho perfino scucito un fidanzato.
«Come hai detto che ti chiami?»
«Irif Vevficolov, ma non avvò pev fempve quefta effe fevpentina»
«Sai che parli come Sloth de I Goonies?»
«Lo fo. E Orif e Peffetta poffono infilavti le dita nel mio fvullatore fe glielo chiedo, cavo Chunk...»
«Ah, The Fratellis!»
Più in là nel tempo, quando la storia sarebbe naufragata malissimo (nessuna storia che inizia con un dente che ne spazza via un altro può andare molto lontano), in un delirio da 37.2 di febbre, Pezzetta avrebbe commentato: «Cobudque, dod è vera la sdoria che De Fradellis haddo preso il dobe da I Goodies»

Il motivo per cui scrivo tutto questo è che, in questi giorni, Sloth è tornato nelle nostre vite, sotto altre spoglie: Oris lo indossa prima di andare a letto la sera e ci si sveglia la mattina.
«Digrigni i denti, è un problema», le ha detto il medico: «Devi metterti un bite».
«Ho i denti grassi, tozzi, più larghi che lunghi», gli ha risposto lei: «Questo è il vero problema». Ma ha vinto il medico e allora lei ha cominciato a soffrire.
Il dolore per Oris ha una rappresentazione precisa: è il gilet trapuntato verde che ha indossato per andare a Napoli durante una gita in seconda media. Aveva gli occhiali rotondi, un cappello con la visiera ed era un po' cicciottella (lei direbbe: «Grassa, tozza, più larga che lunga»). Dall'interno del nostro armadio, durante i nostri primi quindici anni di vita, nostra madre aveva sempre tirato fuori delle scempiaggini (erano gli anni ottanta e poi i novanta, forse non era tutta colpa sua), ma quella volta aveva davvero toccato il fondo: Oris non è mai più stata la stessa persona.
È stato un dolore estetico, cromatico, quasi morale, come i dolori peggiori.
Ma, almeno, ai tempi, non parlava come il fratello deforme de The Fratellis.

«Non riefco a immaginave una puniffione peggiove di quefta», ha detto la prima volta che ha indossato il bite: «Mi viene da vomitave».
«Doglidi quesdo bide che dod si capisce diende», ha risposto Pezzetta, starnutendo.

Non devo ancora sottolinearlo che il mio è un implacabile destino di sofferenza, vero?

mercoledì 30 aprile 2014

Tinthèggiature

Se avessi potuto scegliere, io avrei voluto una voce fuoricampo
Ehi tu, Dio!”, gli avrei detto “Non darmi tutte queste tette, dammi una voce fuoricampo”

A stare tutti i giorni con te stesso, non ti accorgi che stai invecchiando, succede come nelle trasformazioni termodinamiche quasi statiche: ogni giorno il tuo corpo e la tua mente variano in maniera infinitesimale, così che il sistema te stesso, lo spazio che occupi e la superficie di controllo che ti divide dall'ambiente circostante sono in equilibrio in ogni istante e i cambiamenti non si notano.
Pensi di essere meravigliosamente perpetuo, di vivere in uno stato di eterna adolescenza. Pensi che la calvizie non esista, che esista solo gente che si rasa molto a fondo. Pensi che le taglie dei tuoi vestiti diminuiscano in maniera inversamente proporzionale al passare dei mesi e che il problema non è che stai ingrassando. Pensi che, se solo volessi, potresti correre una maratona: non lo fai perché le tute dell'adidas non sono più quelle di una volta. Pensi che se lasci i libri sulle mensole, le parole diventano più piccole, un po' sfocate, e che ti devi mettere gli occhiali perché la letteratura è indisponente non perché ti si sta abbassando la vista.

Pensi un sacco di cose sulla vecchiaia che (credi) non ti apparterrà mai, fino a che non arriva il momento della consapevolezza: la presa di coscienza dell'aumento dell'entropia dell'universo.
Può succedere perché un diciottenne che smanetta con l'iPhone davanti allo scaffale dell'Estathè dice alla sua amica: «Fai passare la signora» oppure perché ti rendi conto di accogliere l'ennesima notizia su una tua compagna di classe che si sposa o procrea senza il minimo stupore. Può succedere perché l'autobus che sballonzola sui sampietrini inizia a darti fastidio oppure perché la nuova regola è che se esci il venerdì, non esci il sabato e viceversa.
A me la consapevolezza di non essere più quella di una volta mi ha guardato attraverso la faccia contrariata della mia amica Giaris che si metteva il rossetto allo stesso specchio davanti al quale io stavo rovistando nella mia chioma per strappare un enorme e corpulento capello bianco, ispido e presuntuoso come un pelo della barba di Pezzetta.
Giaris mi ha guardato con molto dissenso.
«Quello è il filo di collegamento con la realtà irreversibile della tua trasformazione, se lo strappi te ne ricrescono tre. La vecchiaia non la puoi estirpare, ti si ripropone», mi ha detto.
«Sai che la tua voce sembra quella di cosa... come si chiama... quell'attrice... cavolo!»
«Vedi? Già questo è un reflusso di senilità...»

Quando Oris ha intravisto un possibile cedimento da parte mia riguardo alla politica della naturalezza, ha capito che era il momento giusto per convincermi a fare qualcosa ai miei capelli e non se l'è fatto sfuggire: mi ha sbattuto fuori casa senza aspettare nemmeno che finissi di staccare quella canuta e infida cordicella di sventura.
L'eterna giovinezza del sistema Oris non ha a che fare con la termodinamica, dipende da una serie di fattori che si possono riassumere in Giulia, la sua parrucchiera, e nella cadenza con la quale questa le rinfresca il colore sbarazzino dei suoi capelli.
«Quanti anni hai? Ne dimostri ventidue!», le dicono.
Oppure: «Ma non hai la patente perché non hai ancora l'età per prenderla, vero?».
O anche: «Ma Iris quanti lustri ha più di te?».

Sulla strada, mentre Oris mi portava a comprare una tinta per sfuggire dalla freccia del tempo che puntava dritta verso di me, una signora di almeno ottant'anni le ha urlato: «Oh madonna che bella bionda!» e a me è sembrato che la sua voce fosse la stessa di quell'attrice che prima si era impadronita di Giaris. E anche quando, dentro al negozio, Oris ha detto con sgarbo: «Fateci passare» a due bambini che si erano messi tra noi e la parete di tinte tra le quali avrei dovuto scegliere, mi è sembrato di sentire sempre lei, sempre la stessa voce.
«Non fate passare due signore?», ho chiesto io, visto che uno dei due bambini non si spostava. Lui ha allungato tutte e due le braccia e ha dato una spinta a Oris.
«Vedi? Il bambino mi riconosce come una sua pari», ha detto lei scuotendo con gioia la sua capigliatura florida.
A quel punto, ne ero certa, quella voce, quel tono, quel modo erano sempre gli stessi, appartenevano a colei che si si era interposta tra me e i video di Youtube per un sacco di tempo e che si era fatta odiare, infilandosi nel mio cervello con quel «Posso resistere a tutto tranne che a questi...»

Pensi di essere immune alle pubblicità delle creme antirughe o degli yogurt contro il colesterolo, pensi di non aver bisogno di quella roba da vecchi, che tu sei sempre uguale, che sei immortale, che sei al di sopra del bene e del male e la vita, invece, ti sbugiarda. La vita ti ripaga nell'ingiurioso momento in cui devi affrontare la caduta libera della tua volontà di fronte al bene necessario, facendo suonare il tempo a lei, a Violante Placido, che ti dice nell'orecchio: «...riflessi glossy glossy».
E allora tu ripeti: «Riflessi glossy glossy».
I momenti successivi sono avvolti nella nebbia: Oris che zompetta fuori dal negozio felice come una pasqua (dopo aver spintonato moralmente i bambini con il suo potere d'acquisto), io con la testa dentro la vasca che spurgo nero ebano come se piovesse, un bicchiere di Estathè che mi guarda dalle mani di Pezzetta e io che lo rifiuto e poi la voce di Giaris, quella vera, che mi dice: «Ammazza quanto sei glossy glossy!».

«Secondo me, sono venuta troppo scura...», ho detto a Oris, alla fine di tutto.
«Beviti il bicchiere di Estathè e non fare la prosopopea su questa tinta, che tra l'altro ti dura solo 28 shampoo perché è senza ammoniaca. Non conservare questo momento nella memoria come se fosse l'inizio del resto della tua vita. Non essere pesante. Questa va via quando va via, non è che ti viene la ricrescita. Solo l'ammoniaca è per sempre...», mi ha risposto lei.

Tinte De Beers, spero che non mi avrete mai.

martedì 15 aprile 2014

Thèlefonia (che ti) fissa

Se avessi potuto scegliere, io avrei voluto una voce fuoricampo
Ehi tu, Dio!”, gli avrei detto “Non darmi tutte queste tette, dammi una voce fuoricampo”

C'è sempre un momento, nelle riunioni delle comitive di oggi: in fila a prendere l'ennesimo Negroni o intorno a un tavolo dopo aver mangiato anche le posate, durante un happening artigianale al pubbetto sotto casa oppure in macchina, fermi al semaforo, ad aspettare il verde; c'è sempre un momento in cui gli occhi di uno si alzano a scrutare gli altri, lo sguardo di un impavido si staglia oltre i pixel del proprio telefono, oltre lo status Facebook che ha appena scritto ma che non ha avuto nemmeno un mi piace, oltre whatsapp e quell'altra applicazione che ti dice quanti sampietrini mancano per arrivare dove devi arrivare. Tutti gli altri guardano il loro smartphone, ridono, si incazzano, rispondono a qualcuno, mentre lui, in poppa, su quella nave che ha attraversato i decenni dal Commodore 64 ai Google Glass, lui guarda oltre, verso il futuro, verso quel modo di vivere che è talmente lontano che sembra dover ancora arrivare. Vede uno spicchio di terra all'orizzonte, vede una ragazza in bici, sente un profumo di fiori e, per non essere l'unico detentore di quelle meraviglie, lo dice: «Oh, per colpa di questi telefonini, non viviamo più nella realtà. Ma ve lo ricordate quando c'avevamo solo il telefono fisso? Quando dovevamo telefonare a casa delle persone e dire Pronto, casa Nintendo? Per dire: sono SuperMario vorrei parlare con la principessa del Regno dei Funghi...»

All'inizio nessuno lo ascolta, pensano stia lasciando un messaggio vocale o parlando con Siri, ma non appena anche gli altri capiscono che si tratta di nostalgia, mollano il telefono e cominciano a parlare di riviste di musica, del vecchio packaging dell'Estathè, dei cartoni animati, di quando arrivava l'amico di qualcuno e ti faceva la richiesta.
«Piaci all'amico mio, volevo sapere se ti ci vuoi fidanzare»
«L'amico tuo? Ma chi è l'amico tuo? E pure a te, ma chi ti conosce...»
Per un attimo, tutti quelli della comitiva, prima di afferrare i Negroni, prima di prendere un Brioschi, prima di uscire dal pubbetto e prima di sentire i clacson di quelli delle macchine dietro che li invitano, insieme a li mejo mortacci loro, a vedere che è scattato il verde: tutti provano un forte senso di nostalgia.
Dura un minuto, giusto un minuto di silenzio, poi è tutto come prima, perché la voglia di ritornare al passato è solo un trucco. Nessuno di noi vorrebbe veramente tornare indietro, nessuno di noi riesce a immaginare una vita in cui non si può stalkerare la gente su Facebook, Twitter, Instagram, Tumblr, Pinterest, Linkedln.
Pure su Linkedln? Pure su Linkedln.
L'altro giorno, un mio amico mi ha detto: «Il colloquio numero 7 è andato molto male» e si riferiva a una ragazza con cui era uscito: credo fortemente che l'avesse trovata su Linkedln.

La donna è mobile, il telefono è mobile, l'Estathè sta dentro a un mobile. Insomma, c'è una certa conformità nella frivolezza della nostra esistenza: io, Oris e Pezzetta abbiamo cercato di combatterla, prendendoci un telefono fisso.
Lui sta lì e ci guarda, in un vestito rosso cordless. Il numero non ce l'ha tanta gente, giusto mia madre, la madre di Pezzetta e i miei nonni eppure lui squilla, altroché se squilla.
La gran parte delle volte sono call center che cercano di farci cambiare compagnia telefonica, compagnia del gas, qualsiasi tipo di compagnia, pure quella degli amici e, altre volte, sono persone che cercano Roberto Goffredo, l'uomo di cui abbiamo ereditato il numero, di cui conosciamo l'indirizzo e alcuni parenti, visto che, prima del suo matrimonio, non hanno fatto altro che chiamarci zie che avevano perso la partecipazione, cugini con la tosse o amici privi della cognizione della sera tardi, della mattina presto e del concetto di insistenza.

È così che arriviamo a domenica mattina, quando, alle otto in punto, il telefono fisso ha iniziato a squillare e io, che sono nella stanza più lontana di tutte dal salotto, mi sono svegliata, sono scattata in piedi e ho iniziato a correre. Ma, tra me e quel telefono, tra me e il mio bicchiere di Estathè mattutino, tra me e il mio immotivato senso di responsabilità per ogni voce che mi attende dall'altra parte della cornetta, c'era uno stendino.
«Ma ve lo ricordate quando usavamo lo stendino? Quando dovevamo appendere i vestiti per farli asciugare?», ci diremo un giorno, quando i telefonini faranno anche da essiccatori di abiti.
Domenica mattina, in questo tempo ancora imperfetto, nella corsa disperata verso la base del cordless, io mi sono buttata sullo stendino. Avendo giocato a calcio, so come cadere per farmi il meno male possibile, quindi mi sono protetta con il braccio sinistro e ho sbattuto quello. Il dolore non ha fermato gli squilli del telefono, quindi, stoica, mi sono rialzata e sono andata a rispondere, con un livido che iniziava a diventare verde, appena in tempo per sentire un lungo: «Tuuu... Tuuu...».

«Tuuu, Iris Versicolor, sei la classica persona che dice sempre Ma vi ricordate quando giocavamo a pallone davanti casa? e poi passi il tuo tempo attaccata al computer. Tuuu hai una rubrica scritta a mano, non hai mai comprato niente su eBay e non sei iscritta alla newsletter di Groupon, quando Oris ti ha regalato il tuo primo smartphone le hai detto Mi hai rovinato la vita! e adesso hai un programma che gestisce le tue mestruazioni. Tuuu non hai un Kindle, non hai un Mac, hai rotto il tuo lettore mp3 e non l'hai ricomprato, ma poi hai fatto un funerale laico per Windows 7 quando sei stata obbligata a interagire con l'8. Tuuu sei una nostalgica contraddittoria. Tuuu te lo meriti quello stendino. Tuuu te lo sei guadagnato quel livido. Tuuu... Tuuu...»

Sul livido, ho messo un brick di Estathè ghiacciato, ma non è servito.
Allora ho preso il mio smartphone e l'ho fissato fino a che non si è svegliata Oris, che non aveva sentito né me, né lo stendino, né il telefono che squillava.
«Mi fa malissimo», le ho detto.
«Te lo devi tenere, Iris. Non puoi mica tornare indietro nel futuro!», mi ha risposto.

Grande Giove, lo so che eri tu al telefono, che volevi offrirmi del plutonio e un flusso canalizzatore. Richiama, ti prego.  

giovedì 3 aprile 2014

Conthèggi

Se avessi potuto scegliere, io avrei voluto una voce fuoricampo
Ehi tu, Dio!”, gli avrei detto “Non darmi tutte queste tette, dammi una voce fuoricampo”

Una settimana fa, finalmente, è arrivato il corriere: dopo quasi otto mesi dalla consegna della raccolta punti, un intermezzo con un finto recapito e una mia lettera piena d'indignazione alla Ferrero (lettera della quale sono molto orgogliosa, visto che conteneva la parola «vettore»), è arrivato il nostro tostafette, quello che disegna le N di Nutella sul pane. Io non ero a casa quando è stato consegnato, quindi Oris e Pezzetta hanno pensato bene di provarlo e di mandarmi una foto del loro bel lavoro: ovviamente, non avevano letto le istruzioni e a me è arrivato lo scatto di una fetta con un'ustione di quarto grado intorno a una N minuscola, spalmata di una patina semitrasparente che ho immaginato essere Foille.

«Facciamo un breve conteggio», ha detto la voce del doppiatore di Russell Crowe, direttamente dalla N (che ho capito essere lì per interpretare John Nash).
«Vogliamo calcolare quanti minuti ci metterà Oris a far svampare il tostafette?»
«Non esattamente. Seguimi. I punti necessari per vincere il tuo premio erano 140; una trentina li avete ottenuti da insulse merendine e gli altri 110 dall'Estathè; calcolando che ogni bottiglia di Estathè valeva mezzo punto, ne otteniamo che, nei (circa) 10 mesi di raccolta, hai bevuto [110x2x1,5litri] 330 litri di Estathè. Ti pare normale?»
«Gradirei tu non spargessi la voce in giro, John»
«Tranquilla, soffro di una forma di schizofrenia, non mi crederebbe nessuno. A proposito di schizofrenia: per questa storia della voce fuoricampo, fatteli due conti...»
«Dici che sono A beautiful mind
«No, direi proprio di no»

La sicurezza con cui il doppiatore di Russell Crowe mi ha sbattuto in faccia che non sono un genio matematico mi ha molto indispettito. Ma, alla fine: come ti permetti, sottotitolo vivente?

Per rifarmi, ho pensato di dare il mio meglio durante una passeggiata con Oris.
«Iris, potresti camminare più lentamente?»
«La questione non è camminare più lentamente»
«Ah, no? E qual è la questione? Che ti piace farmi arrivare nei posti con il fiatone, manco avessi fatto la maratona di New York e poi fossi tornata a Roma a nuoto?»
«No, la questione è la tua prepotenza. Facciamo un breve conteggio. Il vantaggio che ti sei presa nascendo ventitré mesi prima di me, ha fatto sì che io mi sia dovuta impegnare per aumentare il mio coefficiente angolare di crescita, in modo da intersecare la retta che rappresentava la proporzionalità lineare del tuo sviluppo e raggiungerti. Ma tu, furbescamente, hai bloccato la tua altezza e, dopo tutta la fatica, mi sono ritrovata a essere più alta, con un'ampiezza di passo maggiore, quindi, quando camminiamo, oltre a sentire il ticchettio delle tue scarpe fuori tempo, ti devo sempre aspettare, mi devo adeguare, devo rallentare. Non è giusto: sei prepotente»
«Iris, di' la verità: hai di nuovo sognato che Sofja Kovalevskaja e Alan Turing non ti facevano giocare con loro?»
«Ecco un'altra questione: la tua insolenza. Tu sottovaluti sempre le mie esternazioni. Quando dobbiamo uscire, mi dici che sei quasi pronta e io mi incappotto e invece non hai ancora iniziato a pettinarti quella capigliatura da Barbie Raperonzolo che hai e, intanto che rifinisci il trucco, il surriscaldamento globale mi fa sudare e butta me e il mio cappotto fuori da ogni stagione. Quando ti dico che mi devo alzare in piedi almeno una fermata prima di ogni mezzo di locomozione per essere tranquilla, tu mi distrai e mi fai alzare quando le porte si sono già aperte: poi succede, come è successo, che rimani incastrata con il borsone nelle porte del treno che sta per per ripartire e io ti devo tirare fuori con uno strattone e un calcio rotante per non farti portare via dal treno agganciata a una borsa...»
«Oddio, sì. Io non ho fatto altro che ridere, tu hai avuto un attacco d'ansia epico dopo che tutto era stato risolto!»
«Non voglio nemmeno immaginare cosa scoprirei se facessi un conto finale, un bilancio di tutti i minuti, le ore, i giorni che ti ho aspettato, le bottiglie che ti ho aperto, i passi che ho rallentato, le valigie che ti ho portato, le lavatrici che ho fatto, le grucce che ho appeso, i capelli che ho raccolto, le risse che ti ho evitato...»
«... e le cose che mi hai rinfacciato»
«Queste sono definizioni, assiomi, dimostrazioni: è matematica. E' Russell Crowe che interpreta Massimo Decimo Meridio, Oris! Numeri, al mio segnale, scatenate l'inferno!»

La teoria dei giochi cerca di risolvere le situazioni di conflitto tramite modelli. L'equilibrio di Nash è una combinazione di strategie tale che ogni giocatore sceglie in base alla massimizzazione del proprio profitto che, per essere sicura, deve accadere indipendentemente dalle scelte degli altri.
La strategia di bere 330 litri di Estathè ha consentito che noi avessimo in regalo il tostafette.
La massimizzazione del profitto, però, ha anche implicato che Oris e Pezzetta, giornalmente, abbiano dovuto combattere con la mia iperattività e le mie overdose di zuccheri.
Il fatto che Oris e Pezzetta brucino le fette tostate, mi prendano in giro, approfittino dell'inesauribilità della mia energia cinetica e rallentino la mia vita con i loro tempi biblici comporta che, in un qualche modo, ogni giorno, quasi sempre, vinciamo tutti.

Certo, Oris vince più degli altri, ma quella è un'altra storia, un problema che nessun premio Nobel potrà mai risolvere.

«Alan, John, Sofja e anche tu, doppiatore di Russell Crowe, vi prego, ogni tanto, fatela giocare con voi!»  

lunedì 17 marzo 2014

Maledette bottiglietthè

Se avessi potuto scegliere, io avrei voluto una voce fuoricampo
Ehi tu, Dio!”, gli avrei detto “Non darmi tutte queste tette, dammi una voce fuoricampo”

Quando ero piccola, mia madre mi faceva lo shampoo e la doccia in due momenti diversi. Pare che io avessi un'avversione per l'acqua sulla faccia, quindi per non rischiare di vedermi saltar fuori dalla vasca e scappare via senza vestiti e tutta bagnata (ero piccola, insolente e velocissima), mia madre mi lavava i capelli in un momento distinto.
Ogni volta, mi attirava in bagno con una scusa, poi mi faceva inginocchiare davanti alla vasca e mi diceva di coprirmi la faccia con le mani, mentre lei mi emulsionava e sciacquettava la testa. Sapevo di non poter fuggire, che ero obbligata a fare lo shampoo, ma questo non mi impediva di urlare al complotto del mondo contro di me.
Il resto di quelle giornate, mia madre le passava a giustificarsi con i vicini, a dirgli che ero una bambina melodrammatica, che se urlavo «Perché mi fai questo?» e «Chiamerò il telefono azzurro per denunciare queste sevizie!» era solo perché avevo questa fobia dell'acqua sulla faccia, non perché lei mi usasse davvero violenza.

Immagino sia stata molto dura per mia madre: io che, per ripicca, dopo la scena della vasca, mi arrampicavo sulle pareti del bagno come un gatto quando lei accendeva il phon, poi i vicini che la guardavano con sospetto e infine ci si metteva pure Oris, dotata di una chioma leonina folta e lunghissima, che si rifiutava di farsi tagliare i capelli manco fosse Sansone (la piccola rastafari si faceva pettinare, ma in cambio di ogni concessione otteneva qualcosa: ha sempre avuto un grande spirito di commercio).
Il giorno in cui i capelli di Oris sono stati accesi come una torcia, durante una processione, da un signore (più fedele all'alcol che a Gesù Cristo) che ondeggiava un grosso cero dietro i suoi crini biondi, mia madre deve aver pensato a una maledizione divina.
Da quel giorno, non ha mai più letto un'etichetta dello shampoo, ha sempre comprato a caso, afferrando il primo prodotto che trovava sugli scaffali.
Negli anni, io e Oris ci siamo lavate con shampoo antiforfora senza avere la forfora, con shampoo per capelli colorati senza averli tinti e, certe volte, pure solo con il balsamo perché nella confusione del momento dell'acquisto aveva preso quello al posto dello shampoo.
Maledette bottigliette.

«Acqua / Gastro-esophageal reflux / Ansia generalizzata / Quasimodo's attitude (a.k.a. gobba) / Iperattività / Estathè / Mania del controllo / Oris'hair / ...»
«E questo cosa sarebbe? La mia etichetta? Le percentuali che compongono la mia persona? Ce l'ho attaccata sulla schiena?»
«Il nuovo shampoo Iris Versicolor, grazie alla brillantezza ottenuta mediante i travasi di bile e alla luminosità che i capelli di Oris generano, rimanendo attaccati a tutti i vostri indumenti, vi permetterà di avere riflessi naturali e reflussi splendenti. Il disagio costante e l'atteggiamento cifotico sono componenti essenziali e selezionate per dare ai vostri capelli una vertigine che, prima, non avevate mai avuto»
«In ogni caso, vorrei ricordare che le etichette degli shampoo sono i bestsellers del cesso, ingiustamente dimenticati...»
«Iris Versicolor, mélange mélo, disponibile in brick da 29 cL»

Nel tempo, la maledizione si è evoluta e diversificata: frangette, lacca, permanenti da dimenticare («No no, non sono io nella foto: è mia cugina che sta in America, una donna priva di gusto...»), tinte di tutti i colori (Oris una volta si è comprata una giacca di pelle beige e poi si è tinta i capelli dello stesso colore e un'altra volta aveva una tinta rossa talmente carica che potevi seguire la sua scia chimica in mare mentre nuotava); poi caschi bollenti, parrucchieri cattivi e «Mi sono lasciata, mi taglio i capelli così mi vedo diversa» (il peggiore); fino a che non si è assestata su un punto.
La maledizione, alla fine dei conti, quando io ho iniziato a non avere più fobie, mia madre ha cominciato a comprare i prodotti giusti e Oris ha trovato un equilibrio cromatico, si è assestata su un solo punto, anzi su uno spazio di contenimento.
Per un principio di compensazione tra l'acqua sulla mia faccia, Sansone che ammazza i Filistei e Oris che prende fuoco in una processione: nessuna bottiglietta inizierà mai, tutte le bottigliette finiranno soltanto.

Pezzetta, hai usato tu il mio shampoo? L'ho comprato ieri e sembra già vuoto! Per caso, oltre ai semi di lino usi pure questo per profumarti quella tua barbaccia? E poi i semi di lino non sono di Oris? Oddio, ma non c'è l'acetone! Come faccio a togliermi lo smalto? Ma quanto ci laviamo in questa casa, consumiamo ettolitri di bagnoschiuma! Il detersivo per i pavimenti ve lo siete bevuto al posto dell'amaro? Ora ci metto le tacche sulle bottiglie di Estathè! Ma che succede? Perché mi fate questo? Chiamerò il telefono azzurro per denunciare queste sevizie!

Sono quasi certa che, sulla mia etichetta, ci sia scritta la percentuale di melodramma, la capacità che ho di vedere una trama dietro tutte le mie sfortune, la mia spiccata empatia per gli accadimenti peggiori, perché quell'etichetta l'ha scritta mia madre mentre mi lavava i capelli, mentre io mi coprivo la faccia per non affogare e urlavo al mondo la mia disperazione. Vatti a fidare dei parenti.

«Iris, ma la tua bottiglia di Estathè è appena cominciata...»
«Pezzetta, non te lo ricordi Sergio Endrigo che dice La festa appena cominciata è già finita
«Non parlava di certo di bottigliette...»
«Quindi?»
«Quindi, falla finita sennò ti ci faccio lo shampoo con tutto questo Estathè»

Maledette bottigliette.

martedì 25 febbraio 2014

Ministhèro per la semplificazione dei rapporti umani

Se avessi potuto scegliere, io avrei voluto una voce fuoricampo
Ehi tu, Dio!”, gli avrei detto “Non darmi tutte queste tette, dammi una voce fuoricampo”

Il fatto che nessuno mi abbia convocato per assegnarmi una poltrona, in questo nuovo governo, l'ho trovato quantomeno scortese.
Mi chiedo a cosa sia servito guardare tutte quelle serie tv, quei film, ascoltare tutta quella melassa musicale, costruire un altare per il culto di Nora Ephron, consumare ettolitri di Estathè su divani vari a sentire le tristi storie di amiche e amici che non ce la fanno ad avere un rapporto normale, un legame semplice, una storia vera.

«Iris, mi ha chiesto di andare a vivere con lui! Mi ha detto: perché devi buttare i soldi nell'affitto quando puoi venire a casa mia e contribuire al mio mutuo?»

A cosa è servito accumulare tutte quelle informazioni, stilare profili, invitare il dirimpettaio a prendersi un bicchiere di Estathè pur di non sentir partire la quarantaduesima riproduzione consecutiva di Luci a San Siro? Non è che non mi piaccia Vecchioni, eh, anzi: ma quella versione con il sottofondo di pianto a singhiozzo e i lievi singulti che ripetevano il nome della ragazza che lo aveva lasciato, l'ho trovata un filino estenuante.

«Iris tu sei una donna, puoi aiutarmi a capire: lei mi dice che non vuole vedermi, ma poi se rispetto la sua decisione mi dice che non ci tengo abbastanza perché non insisto e se mi presento a casa sua mi dice che faccio sempre quello che mi pare perché non la ascolto. Cosa mi vuole dire, di preciso?»

Poi ho quella referenza di quando ho messo un annuncio per offrire ripetizioni di matematica e mi ha chiamato Marco, uno scaffalista di un supermercato del Pigneto, che mi ha offerto trecento euro per presentarmi a un appuntamento con lui vestita in un certo modo. «Marco», gli ho detto «non si mette coppa di maiale al bancone del pesce. In quale parte del mio annuncio hai letto che per trecento euro avrei indossato una minigonna di pizzo?». Dopo tre minuti di chiacchiere, ho capito che Marco era un ragazzo con evidenti problemi di socializzazione e le nostre telefonate sono andate avanti, ho cercato di aiutarlo: abbiamo parlato del suo rapporto con la madre, del grafico di entrate e uscite delle bottiglie di Estathè nel corridoio Bevande, del fatto che le studentesse che cercano di far quadrare il bilancio con le ripetizioni no che non sono pronte a tutto e della possibilità di farsi aiutare da un terapeuta...
Chissà che fine ha fatto Marco, il nostro rapporto si è bruscamente interrotto quando lo ha scoperto il mio fidanzato di allora che mi ha detto che Marco era un maniaco sessuale e uno psicopatico, che parlava con me nella speranza di convincermi a indossare quella gonna di pizzo e che, se non la smettevo di psicoanalizzarlo, avrebbe telefonato a mia madre, che, a quel punto, aveva tutte le ragioni di chiamarmi Il Muro del Pianto.

Esterno notte/belvedere/primo bacio: «Iris, senti, tu mi piaci, ma prima di iniziare questa relazione mi devi dire per chi voti. Se sei di destra, non possiamo andare avanti...»
Interno giorno/automobile/ultimo bacio: «Iris, senti, devo lasciarti. Tu non sorridi abbastanza...»

Se questo governo mi avesse offerto il Ministero per la semplificazione dei rapporti umani avrei potuto dimostrare a mia madre e a me stessa che quel pellegrinaggio di lamenti, quelle esperienze assurde con gli uomini, tutte quelle amiche e quegli amici che mi tenevano al telefono a ora di cena, non erano stati uno spreco di tempo.
Anche se tutti avevamo perpetrato i nostri errori, c'era un senso più grande, una soluzione finale per ogni cosa. Perfino per quel terribile ferragosto al mare, durante il quale Core non faceva altro che piangere e allora mia madre le diceva: «Non si piange per gli uomini, non ne vale la pena. Vero Iris? Mica tu piangi per gli uomini?» e l'altra nostra amica rispondeva: «No, no, Iris piange per gli uomini. Sono io che non piango perché quando soffro mi drogo» e io non sapevo se il dissenso di mia madre era per me che piangevo per gli uomini o per la mia amica che si drogava e le dicevo: «Hai capito male, mamma. Lascia stare...» e Core continuava a piangere e il bar non vendeva Estathè.

«Iris, ho paura che ti innamori di me. Lo so che tu dici che non succederà, ma...»
«Senti, caro, molto francamente: dormi tranquillo. Io non potrei mai innamorarmi di te perché non metti gli spazi dopo le virgole»
«E questa ti sembra una bella cosa da dire? Non puoi nemmeno immaginare quanto mi hai ferito, mentre io cercavo di difenderti»

Forse, se ci fosse davvero un ministero andrebbe a ramengo come tutti gli altri perché nessuno potrebbe legiferare, semplificare o difendere i garbugli impossibili e ridicoli che siamo capaci di creare quando ci rapportiamo agli altri.
Quel giorno che ho invitato il mio dirimpettaio a prendere un Estathè, gli ho chiesto per quale motivo Luci a San Siro tra tanti pezzi davvero sdolcinati e mi immaginavo mi dicesse che lei era di Milano o che si erano conosciuti a un concerto di Vecchioni e invece lui mi ha risposto: «Perché rivoglio indietro la mia seicento».

L'amore è un sentimento sorprendente.

giovedì 6 febbraio 2014

Vengono dalla parethè

Se avessi potuto scegliere, io avrei voluto una voce fuoricampo
Ehi tu, Dio!”, gli avrei detto “Non darmi tutte queste tette, dammi una voce fuoricampo”

Se sei giunto a Roma dalla provincia, nella maggioranza dei casi, arrivi a sistemare le valigie nella tua stanzetta di un appartamento condiviso dopo averle preparate in una di quelle case enormi con piano giorno/piano notte, mansarda per gli ospiti, rustico, garage, due/tre bagni, balconi, terrazzino, giardinetto. Una di quelle case che pulirle è una missione impossibile e che tua madre, se lasci il cappotto appeso alla sedia del tavolo della sala, gli dà immediatamente fuoco perché fa disordine. Io, una volta, lasciai in giro un libro che avevo preso in biblioteca e lei lo fece sparire; ancora mi ricordo l'onta di aver dovuto comunicare alla bibliotecaria che lo avevo perso, di averlo dovuto ripagare, mentendo per difendere l'onore di una madre talmente ordinata che era capace di rifare il letto con Oris dentro, se la povera cercava di svegliarsi oltre le nove, la mattina di capodanno.
Niente di tutto questo, però, ti prepara al fatto che, dopo il trasloco, quando i coinquilini ti assegnano il tuo ripiano, nel frigo, tu ti senti improvvisamente solo, derelitto, costretto, pensi a quel mamozio enorme in cui i tuoi tengono provviste per la sopravvivenza a una catastrofe nucleare, pensi che lì dentro deve esserci finito congelato anche il libro che avevi preso in biblioteca, e ti viene la nostalgia, l'ansia per la mancanza di spazio.
«Senti, ma questo ripiano è piano giorno e piano notte? Tutto insieme? E l'Estathè dove lo metto? Guarda che non può stare in orizzontale, non è come mettere un vino in cantina...»

Proprio mentre fai polemica, senti i primi rumori strani, le prime voci, vedi che tutti fanno finta di niente e allora fai finta di niente anche tu.
Toc toc toc... ma vattela a pija n'der... GIORGIOOO... t'ho detto di no...

Nella nostra prima casa da fuorisede, io e Oris avevamo una stanza doppia con le pareti giallorosse, due gialle e due rosse, che la facevano sembrare ancor più piccola della sua realtà già striminzita e i nostri letti erano talmente compressi che li avevamo uniti, ma in ogni caso, Oris cadeva per terra, certe mattine che non prendeva bene le misure, e si spaventava, cominciava a dire: «Auguri, Iris. Auguri!», io pensavo a una commozione cerebrale e invece lei era solo convinta di stare a casa dei nostri genitori la mattina di capodanno.
Non ci abbiamo messo molto ad abituarci allo spazio concesso, io e Oris (purtroppo le millanta scarpe di Oris ci hanno messo di più), ma quello a cui non siamo mai riuscite ad abituarci è il volume con cui parlano le persone. Noi, da che mondo è mondo, abbiamo sempre urlato come aquile: mi ricordo coinquiline che si giravano verso la mia bocca ancora spalancata da uno strillo tipo: «PASSAMI QUELLA PADELLA, ORIS» e mi dicevano con il labiale: «Mi hai spaccato un timpano. Che cazzo ti urli, tua sorella sta qua!»; e tu vaglielo a spiegare che conversi con tua madre a due piani di distanza, che a correre sempre dalla tua camera alla cucina le tue corde vocali si sono rinforzate, che hai un'ugola palestratissima, che non possono pretendere di assegnarle un range di forza predeterminato solo perché loro hanno dei timpani da signorine perbene.
«E poi, questi rumori da dove vengono? Non li sentite anche voi bambini che piangono, coppie che litigano, ragazzini che trascinano le sedie. Toc toc, sbam sbam, drin drin. O è l'Estathè che cerca di parlarmi dal suo ripiano di tristezza o siamo in una casa stregata oppure siamo noi The others e in quel caso io propongo che Oris faccia la parte di Nicole Kidman...»
«I rumori vengono dalla parete», sussurra la tua coinquilina che, per insegnarti a modulare il volume della voce, ti parla sempre come se non si dovesse far sentire dagli altri abitanti della casa, i figli malaticci di Nicole Kidman.

Toc toc toc... ma vacci tu a pijattela... NON SI CHIAMA GIORGIO... mi devi dire di sì...

Gli horror non mi sono mai piaciuti, mi faceva paura perfino Streghe, il telefilm in cui era finita Brenda Walsh dopo Beverly Hills, quindi il giorno in cui una sconosciuta mi ha suonato alla porta dopo che dalla parete era venuto un Adesso vado di là, io ho pensato a uno spirito ignoto e misterioso e ho cercato di evocare le sorelle Halliwell, pure Geri delle Spice Girls se ce n'era bisogno, ma invece di brandire il Libro delle ombre, ho preso dal frigo la mia bottiglia di Estathè piena, per difendermi.

«Salve», mi ha detto questa signora.
«Salve», ho detto io.
«Lei è Oris?»
«No, sono Iris. Come fa a conoscere il nome di mia sorella?», ho risposto preoccupata.
«Sono la vicina di casa. Cioè, in realtà, abito nel palazzo di fianco, ma la vostra camera da letto confina con la mia. Sento tutto quello dite, ogni tanto vi busso ma voi non capite. Ho pensato che venirvi a parlare poteva essere una soluzione...»

Ho chiesto chi era Giorgio, ma non lo sapeva. Ho chiesto se erano suoi i bambini che piangevano, ma ha detto di no. Quindi, in realtà, lei era responsabile solo dei toc toc, il resto dei rumori appartenevano a  quel condominio onomatopeico: le parole che si infiltravano dalle pareti, dal soffitto, perfino dal pavimento, potevano essere di chiunque.
L'acustica cittadina mi ha molto turbato perché, calcolando il volume delle nostre voci rispetto a quelle dei vicini e moltiplicandolo per le strade che si incrociavano in quel quartiere, chissà quanta gente doveva essere a conoscenza dei nostri affari.

«Mamma, questa storia non è sconvolgente?»
«Sei sicura che queste voci le sentono tutti, che non le senti solo tu?»
«Certo che non le sento solo io!»
«Sicura che non ti sei immaginata le conversazioni in cui gli altri ti dicono che le sentono anche loro?»
«Mamma, non sono schizofrenica»
«Mmm»

Se potesse, mia madre mi entrerebbe nella testa con l'aspirapolvere e piegherebbe tutti i pensieri, stirandoli con il ferro e sistemandoli in ordine di colore.

«Almeno, in un cervello ordinato, ben diviso in lobi, la bottiglia di Estathè sta in piedi»
«Mamma, se trovi qualche libro in giro, non farlo sparire, grazie»
«ORIS DORME, VERO?», urlerebbe lei d'improvviso, per superare le pareti del cranio.
«Mamma, almeno per un giorno: possiamo fare che non è capodanno?»