Memorie di una bevitrice di Estahè

Memorie di una bevitrice di Estahè

martedì 15 aprile 2014

Thèlefonia (che ti) fissa

Se avessi potuto scegliere, io avrei voluto una voce fuoricampo
Ehi tu, Dio!”, gli avrei detto “Non darmi tutte queste tette, dammi una voce fuoricampo”

C'è sempre un momento, nelle riunioni delle comitive di oggi: in fila a prendere l'ennesimo Negroni o intorno a un tavolo dopo aver mangiato anche le posate, durante un happening artigianale al pubbetto sotto casa oppure in macchina, fermi al semaforo, ad aspettare il verde; c'è sempre un momento in cui gli occhi di uno si alzano a scrutare gli altri, lo sguardo di un impavido si staglia oltre i pixel del proprio telefono, oltre lo status Facebook che ha appena scritto ma che non ha avuto nemmeno un mi piace, oltre whatsapp e quell'altra applicazione che ti dice quanti sampietrini mancano per arrivare dove devi arrivare. Tutti gli altri guardano il loro smartphone, ridono, si incazzano, rispondono a qualcuno, mentre lui, in poppa, su quella nave che ha attraversato i decenni dal Commodore 64 ai Google Glass, lui guarda oltre, verso il futuro, verso quel modo di vivere che è talmente lontano che sembra dover ancora arrivare. Vede uno spicchio di terra all'orizzonte, vede una ragazza in bici, sente un profumo di fiori e, per non essere l'unico detentore di quelle meraviglie, lo dice: «Oh, per colpa di questi telefonini, non viviamo più nella realtà. Ma ve lo ricordate quando c'avevamo solo il telefono fisso? Quando dovevamo telefonare a casa delle persone e dire Pronto, casa Nintendo? Per dire: sono SuperMario vorrei parlare con la principessa del Regno dei Funghi...»

All'inizio nessuno lo ascolta, pensano stia lasciando un messaggio vocale o parlando con Siri, ma non appena anche gli altri capiscono che si tratta di nostalgia, mollano il telefono e cominciano a parlare di riviste di musica, del vecchio packaging dell'Estathè, dei cartoni animati, di quando arrivava l'amico di qualcuno e ti faceva la richiesta.
«Piaci all'amico mio, volevo sapere se ti ci vuoi fidanzare»
«L'amico tuo? Ma chi è l'amico tuo? E pure a te, ma chi ti conosce...»
Per un attimo, tutti quelli della comitiva, prima di afferrare i Negroni, prima di prendere un Brioschi, prima di uscire dal pubbetto e prima di sentire i clacson di quelli delle macchine dietro che li invitano, insieme a li mejo mortacci loro, a vedere che è scattato il verde: tutti provano un forte senso di nostalgia.
Dura un minuto, giusto un minuto di silenzio, poi è tutto come prima, perché la voglia di ritornare al passato è solo un trucco. Nessuno di noi vorrebbe veramente tornare indietro, nessuno di noi riesce a immaginare una vita in cui non si può stalkerare la gente su Facebook, Twitter, Instagram, Tumblr, Pinterest, Linkedln.
Pure su Linkedln? Pure su Linkedln.
L'altro giorno, un mio amico mi ha detto: «Il colloquio numero 7 è andato molto male» e si riferiva a una ragazza con cui era uscito: credo fortemente che l'avesse trovata su Linkedln.

La donna è mobile, il telefono è mobile, l'Estathè sta dentro a un mobile. Insomma, c'è una certa conformità nella frivolezza della nostra esistenza: io, Oris e Pezzetta abbiamo cercato di combatterla, prendendoci un telefono fisso.
Lui sta lì e ci guarda, in un vestito rosso cordless. Il numero non ce l'ha tanta gente, giusto mia madre, la madre di Pezzetta e i miei nonni eppure lui squilla, altroché se squilla.
La gran parte delle volte sono call center che cercano di farci cambiare compagnia telefonica, compagnia del gas, qualsiasi tipo di compagnia, pure quella degli amici e, altre volte, sono persone che cercano Roberto Goffredo, l'uomo di cui abbiamo ereditato il numero, di cui conosciamo l'indirizzo e alcuni parenti, visto che, prima del suo matrimonio, non hanno fatto altro che chiamarci zie che avevano perso la partecipazione, cugini con la tosse o amici privi della cognizione della sera tardi, della mattina presto e del concetto di insistenza.

È così che arriviamo a domenica mattina, quando, alle otto in punto, il telefono fisso ha iniziato a squillare e io, che sono nella stanza più lontana di tutte dal salotto, mi sono svegliata, sono scattata in piedi e ho iniziato a correre. Ma, tra me e quel telefono, tra me e il mio bicchiere di Estathè mattutino, tra me e il mio immotivato senso di responsabilità per ogni voce che mi attende dall'altra parte della cornetta, c'era uno stendino.
«Ma ve lo ricordate quando usavamo lo stendino? Quando dovevamo appendere i vestiti per farli asciugare?», ci diremo un giorno, quando i telefonini faranno anche da essiccatori di abiti.
Domenica mattina, in questo tempo ancora imperfetto, nella corsa disperata verso la base del cordless, io mi sono buttata sullo stendino. Avendo giocato a calcio, so come cadere per farmi il meno male possibile, quindi mi sono protetta con il braccio sinistro e ho sbattuto quello. Il dolore non ha fermato gli squilli del telefono, quindi, stoica, mi sono rialzata e sono andata a rispondere, con un livido che iniziava a diventare verde, appena in tempo per sentire un lungo: «Tuuu... Tuuu...».

«Tuuu, Iris Versicolor, sei la classica persona che dice sempre Ma vi ricordate quando giocavamo a pallone davanti casa? e poi passi il tuo tempo attaccata al computer. Tuuu hai una rubrica scritta a mano, non hai mai comprato niente su eBay e non sei iscritta alla newsletter di Groupon, quando Oris ti ha regalato il tuo primo smartphone le hai detto Mi hai rovinato la vita! e adesso hai un programma che gestisce le tue mestruazioni. Tuuu non hai un Kindle, non hai un Mac, hai rotto il tuo lettore mp3 e non l'hai ricomprato, ma poi hai fatto un funerale laico per Windows 7 quando sei stata obbligata a interagire con l'8. Tuuu sei una nostalgica contraddittoria. Tuuu te lo meriti quello stendino. Tuuu te lo sei guadagnato quel livido. Tuuu... Tuuu...»

Sul livido, ho messo un brick di Estathè ghiacciato, ma non è servito.
Allora ho preso il mio smartphone e l'ho fissato fino a che non si è svegliata Oris, che non aveva sentito né me, né lo stendino, né il telefono che squillava.
«Mi fa malissimo», le ho detto.
«Te lo devi tenere, Iris. Non puoi mica tornare indietro nel futuro!», mi ha risposto.

Grande Giove, lo so che eri tu al telefono, che volevi offrirmi del plutonio e un flusso canalizzatore. Richiama, ti prego.  

giovedì 3 aprile 2014

Conthèggi

Se avessi potuto scegliere, io avrei voluto una voce fuoricampo
Ehi tu, Dio!”, gli avrei detto “Non darmi tutte queste tette, dammi una voce fuoricampo”

Una settimana fa, finalmente, è arrivato il corriere: dopo quasi otto mesi dalla consegna della raccolta punti, un intermezzo con un finto recapito e una mia lettera piena d'indignazione alla Ferrero (lettera della quale sono molto orgogliosa, visto che conteneva la parola «vettore»), è arrivato il nostro tostafette, quello che disegna le N di Nutella sul pane. Io non ero a casa quando è stato consegnato, quindi Oris e Pezzetta hanno pensato bene di provarlo e di mandarmi una foto del loro bel lavoro: ovviamente, non avevano letto le istruzioni e a me è arrivato lo scatto di una fetta con un'ustione di quarto grado intorno a una N minuscola, spalmata di una patina semitrasparente che ho immaginato essere Foille.

«Facciamo un breve conteggio», ha detto la voce del doppiatore di Russell Crowe, direttamente dalla N (che ho capito essere lì per interpretare John Nash).
«Vogliamo calcolare quanti minuti ci metterà Oris a far svampare il tostafette?»
«Non esattamente. Seguimi. I punti necessari per vincere il tuo premio erano 140; una trentina li avete ottenuti da insulse merendine e gli altri 110 dall'Estathè; calcolando che ogni bottiglia di Estathè valeva mezzo punto, ne otteniamo che, nei (circa) 10 mesi di raccolta, hai bevuto [110x2x1,5litri] 330 litri di Estathè. Ti pare normale?»
«Gradirei tu non spargessi la voce in giro, John»
«Tranquilla, soffro di una forma di schizofrenia, non mi crederebbe nessuno. A proposito di schizofrenia: per questa storia della voce fuoricampo, fatteli due conti...»
«Dici che sono A beautiful mind
«No, direi proprio di no»

La sicurezza con cui il doppiatore di Russell Crowe mi ha sbattuto in faccia che non sono un genio matematico mi ha molto indispettito. Ma, alla fine: come ti permetti, sottotitolo vivente?

Per rifarmi, ho pensato di dare il mio meglio durante una passeggiata con Oris.
«Iris, potresti camminare più lentamente?»
«La questione non è camminare più lentamente»
«Ah, no? E qual è la questione? Che ti piace farmi arrivare nei posti con il fiatone, manco avessi fatto la maratona di New York e poi fossi tornata a Roma a nuoto?»
«No, la questione è la tua prepotenza. Facciamo un breve conteggio. Il vantaggio che ti sei presa nascendo ventitré mesi prima di me, ha fatto sì che io mi sia dovuta impegnare per aumentare il mio coefficiente angolare di crescita, in modo da intersecare la retta che rappresentava la proporzionalità lineare del tuo sviluppo e raggiungerti. Ma tu, furbescamente, hai bloccato la tua altezza e, dopo tutta la fatica, mi sono ritrovata a essere più alta, con un'ampiezza di passo maggiore, quindi, quando camminiamo, oltre a sentire il ticchettio delle tue scarpe fuori tempo, ti devo sempre aspettare, mi devo adeguare, devo rallentare. Non è giusto: sei prepotente»
«Iris, di' la verità: hai di nuovo sognato che Sofja Kovalevskaja e Alan Turing non ti facevano giocare con loro?»
«Ecco un'altra questione: la tua insolenza. Tu sottovaluti sempre le mie esternazioni. Quando dobbiamo uscire, mi dici che sei quasi pronta e io mi incappotto e invece non hai ancora iniziato a pettinarti quella capigliatura da Barbie Raperonzolo che hai e, intanto che rifinisci il trucco, il surriscaldamento globale mi fa sudare e butta me e il mio cappotto fuori da ogni stagione. Quando ti dico che mi devo alzare in piedi almeno una fermata prima di ogni mezzo di locomozione per essere tranquilla, tu mi distrai e mi fai alzare quando le porte si sono già aperte: poi succede, come è successo, che rimani incastrata con il borsone nelle porte del treno che sta per per ripartire e io ti devo tirare fuori con uno strattone e un calcio rotante per non farti portare via dal treno agganciata a una borsa...»
«Oddio, sì. Io non ho fatto altro che ridere, tu hai avuto un attacco d'ansia epico dopo che tutto era stato risolto!»
«Non voglio nemmeno immaginare cosa scoprirei se facessi un conto finale, un bilancio di tutti i minuti, le ore, i giorni che ti ho aspettato, le bottiglie che ti ho aperto, i passi che ho rallentato, le valigie che ti ho portato, le lavatrici che ho fatto, le grucce che ho appeso, i capelli che ho raccolto, le risse che ti ho evitato...»
«... e le cose che mi hai rinfacciato»
«Queste sono definizioni, assiomi, dimostrazioni: è matematica. E' Russell Crowe che interpreta Massimo Decimo Meridio, Oris! Numeri, al mio segnale, scatenate l'inferno!»

La teoria dei giochi cerca di risolvere le situazioni di conflitto tramite modelli. L'equilibrio di Nash è una combinazione di strategie tale che ogni giocatore sceglie in base alla massimizzazione del proprio profitto che, per essere sicura, deve accadere indipendentemente dalle scelte degli altri.
La strategia di bere 330 litri di Estathè ha consentito che noi avessimo in regalo il tostafette.
La massimizzazione del profitto, però, ha anche implicato che Oris e Pezzetta, giornalmente, abbiano dovuto combattere con la mia iperattività e le mie overdose di zuccheri.
Il fatto che Oris e Pezzetta brucino le fette tostate, mi prendano in giro, approfittino dell'inesauribilità della mia energia cinetica e rallentino la mia vita con i loro tempi biblici comporta che, in un qualche modo, ogni giorno, quasi sempre, vinciamo tutti.

Certo, Oris vince più degli altri, ma quella è un'altra storia, un problema che nessun premio Nobel potrà mai risolvere.

«Alan, John, Sofja e anche tu, doppiatore di Russell Crowe, vi prego, ogni tanto, fatela giocare con voi!»  

lunedì 17 marzo 2014

Maledette bottiglietthè

Se avessi potuto scegliere, io avrei voluto una voce fuoricampo
Ehi tu, Dio!”, gli avrei detto “Non darmi tutte queste tette, dammi una voce fuoricampo”

Quando ero piccola, mia madre mi faceva lo shampoo e la doccia in due momenti diversi. Pare che io avessi un'avversione per l'acqua sulla faccia, quindi per non rischiare di vedermi saltar fuori dalla vasca e scappare via senza vestiti e tutta bagnata (ero piccola, insolente e velocissima), mia madre mi lavava i capelli in un momento distinto.
Ogni volta, mi attirava in bagno con una scusa, poi mi faceva inginocchiare davanti alla vasca e mi diceva di coprirmi la faccia con le mani, mentre lei mi emulsionava e sciacquettava la testa. Sapevo di non poter fuggire, che ero obbligata a fare lo shampoo, ma questo non mi impediva di urlare al complotto del mondo contro di me.
Il resto di quelle giornate, mia madre le passava a giustificarsi con i vicini, a dirgli che ero una bambina melodrammatica, che se urlavo «Perché mi fai questo?» e «Chiamerò il telefono azzurro per denunciare queste sevizie!» era solo perché avevo questa fobia dell'acqua sulla faccia, non perché lei mi usasse davvero violenza.

Immagino sia stata molto dura per mia madre: io che, per ripicca, dopo la scena della vasca, mi arrampicavo sulle pareti del bagno come un gatto quando lei accendeva il phon, poi i vicini che la guardavano con sospetto e infine ci si metteva pure Oris, dotata di una chioma leonina folta e lunghissima, che si rifiutava di farsi tagliare i capelli manco fosse Sansone (la piccola rastafari si faceva pettinare, ma in cambio di ogni concessione otteneva qualcosa: ha sempre avuto un grande spirito di commercio).
Il giorno in cui i capelli di Oris sono stati accesi come una torcia, durante una processione, da un signore (più fedele all'alcol che a Gesù Cristo) che ondeggiava un grosso cero dietro i suoi crini biondi, mia madre deve aver pensato a una maledizione divina.
Da quel giorno, non ha mai più letto un'etichetta dello shampoo, ha sempre comprato a caso, afferrando il primo prodotto che trovava sugli scaffali.
Negli anni, io e Oris ci siamo lavate con shampoo antiforfora senza avere la forfora, con shampoo per capelli colorati senza averli tinti e, certe volte, pure solo con il balsamo perché nella confusione del momento dell'acquisto aveva preso quello al posto dello shampoo.
Maledette bottigliette.

«Acqua / Gastro-esophageal reflux / Ansia generalizzata / Quasimodo's attitude (a.k.a. gobba) / Iperattività / Estathè / Mania del controllo / Oris'hair / ...»
«E questo cosa sarebbe? La mia etichetta? Le percentuali che compongono la mia persona? Ce l'ho attaccata sulla schiena?»
«Il nuovo shampoo Iris Versicolor, grazie alla brillantezza ottenuta mediante i travasi di bile e alla luminosità che i capelli di Oris generano, rimanendo attaccati a tutti i vostri indumenti, vi permetterà di avere riflessi naturali e reflussi splendenti. Il disagio costante e l'atteggiamento cifotico sono componenti essenziali e selezionate per dare ai vostri capelli una vertigine che, prima, non avevate mai avuto»
«In ogni caso, vorrei ricordare che le etichette degli shampoo sono i bestsellers del cesso, ingiustamente dimenticati...»
«Iris Versicolor, mélange mélo, disponibile in brick da 29 cL»

Nel tempo, la maledizione si è evoluta e diversificata: frangette, lacca, permanenti da dimenticare («No no, non sono io nella foto: è mia cugina che sta in America, una donna priva di gusto...»), tinte di tutti i colori (Oris una volta si è comprata una giacca di pelle beige e poi si è tinta i capelli dello stesso colore e un'altra volta aveva una tinta rossa talmente carica che potevi seguire la sua scia chimica in mare mentre nuotava); poi caschi bollenti, parrucchieri cattivi e «Mi sono lasciata, mi taglio i capelli così mi vedo diversa» (il peggiore); fino a che non si è assestata su un punto.
La maledizione, alla fine dei conti, quando io ho iniziato a non avere più fobie, mia madre ha cominciato a comprare i prodotti giusti e Oris ha trovato un equilibrio cromatico, si è assestata su un solo punto, anzi su uno spazio di contenimento.
Per un principio di compensazione tra l'acqua sulla mia faccia, Sansone che ammazza i Filistei e Oris che prende fuoco in una processione: nessuna bottiglietta inizierà mai, tutte le bottigliette finiranno soltanto.

Pezzetta, hai usato tu il mio shampoo? L'ho comprato ieri e sembra già vuoto! Per caso, oltre ai semi di lino usi pure questo per profumarti quella tua barbaccia? E poi i semi di lino non sono di Oris? Oddio, ma non c'è l'acetone! Come faccio a togliermi lo smalto? Ma quanto ci laviamo in questa casa, consumiamo ettolitri di bagnoschiuma! Il detersivo per i pavimenti ve lo siete bevuto al posto dell'amaro? Ora ci metto le tacche sulle bottiglie di Estathè! Ma che succede? Perché mi fate questo? Chiamerò il telefono azzurro per denunciare queste sevizie!

Sono quasi certa che, sulla mia etichetta, ci sia scritta la percentuale di melodramma, la capacità che ho di vedere una trama dietro tutte le mie sfortune, la mia spiccata empatia per gli accadimenti peggiori, perché quell'etichetta l'ha scritta mia madre mentre mi lavava i capelli, mentre io mi coprivo la faccia per non affogare e urlavo al mondo la mia disperazione. Vatti a fidare dei parenti.

«Iris, ma la tua bottiglia di Estathè è appena cominciata...»
«Pezzetta, non te lo ricordi Sergio Endrigo che dice La festa appena cominciata è già finita
«Non parlava di certo di bottigliette...»
«Quindi?»
«Quindi, falla finita sennò ti ci faccio lo shampoo con tutto questo Estathè»

Maledette bottigliette.

martedì 25 febbraio 2014

Ministhèro per la semplificazione dei rapporti umani

Se avessi potuto scegliere, io avrei voluto una voce fuoricampo
Ehi tu, Dio!”, gli avrei detto “Non darmi tutte queste tette, dammi una voce fuoricampo”

Il fatto che nessuno mi abbia convocato per assegnarmi una poltrona, in questo nuovo governo, l'ho trovato quantomeno scortese.
Mi chiedo a cosa sia servito guardare tutte quelle serie tv, quei film, ascoltare tutta quella melassa musicale, costruire un altare per il culto di Nora Ephron, consumare ettolitri di Estathè su divani vari a sentire le tristi storie di amiche e amici che non ce la fanno ad avere un rapporto normale, un legame semplice, una storia vera.

«Iris, mi ha chiesto di andare a vivere con lui! Mi ha detto: perché devi buttare i soldi nell'affitto quando puoi venire a casa mia e contribuire al mio mutuo?»

A cosa è servito accumulare tutte quelle informazioni, stilare profili, invitare il dirimpettaio a prendersi un bicchiere di Estathè pur di non sentir partire la quarantaduesima riproduzione consecutiva di Luci a San Siro? Non è che non mi piaccia Vecchioni, eh, anzi: ma quella versione con il sottofondo di pianto a singhiozzo e i lievi singulti che ripetevano il nome della ragazza che lo aveva lasciato, l'ho trovata un filino estenuante.

«Iris tu sei una donna, puoi aiutarmi a capire: lei mi dice che non vuole vedermi, ma poi se rispetto la sua decisione mi dice che non ci tengo abbastanza perché non insisto e se mi presento a casa sua mi dice che faccio sempre quello che mi pare perché non la ascolto. Cosa mi vuole dire, di preciso?»

Poi ho quella referenza di quando ho messo un annuncio per offrire ripetizioni di matematica e mi ha chiamato Marco, uno scaffalista di un supermercato del Pigneto, che mi ha offerto trecento euro per presentarmi a un appuntamento con lui vestita in un certo modo. «Marco», gli ho detto «non si mette coppa di maiale al bancone del pesce. In quale parte del mio annuncio hai letto che per trecento euro avrei indossato una minigonna di pizzo?». Dopo tre minuti di chiacchiere, ho capito che Marco era un ragazzo con evidenti problemi di socializzazione e le nostre telefonate sono andate avanti, ho cercato di aiutarlo: abbiamo parlato del suo rapporto con la madre, del grafico di entrate e uscite delle bottiglie di Estathè nel corridoio Bevande, del fatto che le studentesse che cercano di far quadrare il bilancio con le ripetizioni no che non sono pronte a tutto e della possibilità di farsi aiutare da un terapeuta...
Chissà che fine ha fatto Marco, il nostro rapporto si è bruscamente interrotto quando lo ha scoperto il mio fidanzato di allora che mi ha detto che Marco era un maniaco sessuale e uno psicopatico, che parlava con me nella speranza di convincermi a indossare quella gonna di pizzo e che, se non la smettevo di psicoanalizzarlo, avrebbe telefonato a mia madre, che, a quel punto, aveva tutte le ragioni di chiamarmi Il Muro del Pianto.

Esterno notte/belvedere/primo bacio: «Iris, senti, tu mi piaci, ma prima di iniziare questa relazione mi devi dire per chi voti. Se sei di destra, non possiamo andare avanti...»
Interno giorno/automobile/ultimo bacio: «Iris, senti, devo lasciarti. Tu non sorridi abbastanza...»

Se questo governo mi avesse offerto il Ministero per la semplificazione dei rapporti umani avrei potuto dimostrare a mia madre e a me stessa che quel pellegrinaggio di lamenti, quelle esperienze assurde con gli uomini, tutte quelle amiche e quegli amici che mi tenevano al telefono a ora di cena, non erano stati uno spreco di tempo.
Anche se tutti avevamo perpetrato i nostri errori, c'era un senso più grande, una soluzione finale per ogni cosa. Perfino per quel terribile ferragosto al mare, durante il quale Core non faceva altro che piangere e allora mia madre le diceva: «Non si piange per gli uomini, non ne vale la pena. Vero Iris? Mica tu piangi per gli uomini?» e l'altra nostra amica rispondeva: «No, no, Iris piange per gli uomini. Sono io che non piango perché quando soffro mi drogo» e io non sapevo se il dissenso di mia madre era per me che piangevo per gli uomini o per la mia amica che si drogava e le dicevo: «Hai capito male, mamma. Lascia stare...» e Core continuava a piangere e il bar non vendeva Estathè.

«Iris, ho paura che ti innamori di me. Lo so che tu dici che non succederà, ma...»
«Senti, caro, molto francamente: dormi tranquillo. Io non potrei mai innamorarmi di te perché non metti gli spazi dopo le virgole»
«E questa ti sembra una bella cosa da dire? Non puoi nemmeno immaginare quanto mi hai ferito, mentre io cercavo di difenderti»

Forse, se ci fosse davvero un ministero andrebbe a ramengo come tutti gli altri perché nessuno potrebbe legiferare, semplificare o difendere i garbugli impossibili e ridicoli che siamo capaci di creare quando ci rapportiamo agli altri.
Quel giorno che ho invitato il mio dirimpettaio a prendere un Estathè, gli ho chiesto per quale motivo Luci a San Siro tra tanti pezzi davvero sdolcinati e mi immaginavo mi dicesse che lei era di Milano o che si erano conosciuti a un concerto di Vecchioni e invece lui mi ha risposto: «Perché rivoglio indietro la mia seicento».

L'amore è un sentimento sorprendente.

giovedì 6 febbraio 2014

Vengono dalla parethè

Se avessi potuto scegliere, io avrei voluto una voce fuoricampo
Ehi tu, Dio!”, gli avrei detto “Non darmi tutte queste tette, dammi una voce fuoricampo”

Se sei giunto a Roma dalla provincia, nella maggioranza dei casi, arrivi a sistemare le valigie nella tua stanzetta di un appartamento condiviso dopo averle preparate in una di quelle case enormi con piano giorno/piano notte, mansarda per gli ospiti, rustico, garage, due/tre bagni, balconi, terrazzino, giardinetto. Una di quelle case che pulirle è una missione impossibile e che tua madre, se lasci il cappotto appeso alla sedia del tavolo della sala, gli dà immediatamente fuoco perché fa disordine. Io, una volta, lasciai in giro un libro che avevo preso in biblioteca e lei lo fece sparire; ancora mi ricordo l'onta di aver dovuto comunicare alla bibliotecaria che lo avevo perso, di averlo dovuto ripagare, mentendo per difendere l'onore di una madre talmente ordinata che era capace di rifare il letto con Oris dentro, se la povera cercava di svegliarsi oltre le nove, la mattina di capodanno.
Niente di tutto questo, però, ti prepara al fatto che, dopo il trasloco, quando i coinquilini ti assegnano il tuo ripiano, nel frigo, tu ti senti improvvisamente solo, derelitto, costretto, pensi a quel mamozio enorme in cui i tuoi tengono provviste per la sopravvivenza a una catastrofe nucleare, pensi che lì dentro deve esserci finito congelato anche il libro che avevi preso in biblioteca, e ti viene la nostalgia, l'ansia per la mancanza di spazio.
«Senti, ma questo ripiano è piano giorno e piano notte? Tutto insieme? E l'Estathè dove lo metto? Guarda che non può stare in orizzontale, non è come mettere un vino in cantina...»

Proprio mentre fai polemica, senti i primi rumori strani, le prime voci, vedi che tutti fanno finta di niente e allora fai finta di niente anche tu.
Toc toc toc... ma vattela a pija n'der... GIORGIOOO... t'ho detto di no...

Nella nostra prima casa da fuorisede, io e Oris avevamo una stanza doppia con le pareti giallorosse, due gialle e due rosse, che la facevano sembrare ancor più piccola della sua realtà già striminzita e i nostri letti erano talmente compressi che li avevamo uniti, ma in ogni caso, Oris cadeva per terra, certe mattine che non prendeva bene le misure, e si spaventava, cominciava a dire: «Auguri, Iris. Auguri!», io pensavo a una commozione cerebrale e invece lei era solo convinta di stare a casa dei nostri genitori la mattina di capodanno.
Non ci abbiamo messo molto ad abituarci allo spazio concesso, io e Oris (purtroppo le millanta scarpe di Oris ci hanno messo di più), ma quello a cui non siamo mai riuscite ad abituarci è il volume con cui parlano le persone. Noi, da che mondo è mondo, abbiamo sempre urlato come aquile: mi ricordo coinquiline che si giravano verso la mia bocca ancora spalancata da uno strillo tipo: «PASSAMI QUELLA PADELLA, ORIS» e mi dicevano con il labiale: «Mi hai spaccato un timpano. Che cazzo ti urli, tua sorella sta qua!»; e tu vaglielo a spiegare che conversi con tua madre a due piani di distanza, che a correre sempre dalla tua camera alla cucina le tue corde vocali si sono rinforzate, che hai un'ugola palestratissima, che non possono pretendere di assegnarle un range di forza predeterminato solo perché loro hanno dei timpani da signorine perbene.
«E poi, questi rumori da dove vengono? Non li sentite anche voi bambini che piangono, coppie che litigano, ragazzini che trascinano le sedie. Toc toc, sbam sbam, drin drin. O è l'Estathè che cerca di parlarmi dal suo ripiano di tristezza o siamo in una casa stregata oppure siamo noi The others e in quel caso io propongo che Oris faccia la parte di Nicole Kidman...»
«I rumori vengono dalla parete», sussurra la tua coinquilina che, per insegnarti a modulare il volume della voce, ti parla sempre come se non si dovesse far sentire dagli altri abitanti della casa, i figli malaticci di Nicole Kidman.

Toc toc toc... ma vacci tu a pijattela... NON SI CHIAMA GIORGIO... mi devi dire di sì...

Gli horror non mi sono mai piaciuti, mi faceva paura perfino Streghe, il telefilm in cui era finita Brenda Walsh dopo Beverly Hills, quindi il giorno in cui una sconosciuta mi ha suonato alla porta dopo che dalla parete era venuto un Adesso vado di là, io ho pensato a uno spirito ignoto e misterioso e ho cercato di evocare le sorelle Halliwell, pure Geri delle Spice Girls se ce n'era bisogno, ma invece di brandire il Libro delle ombre, ho preso dal frigo la mia bottiglia di Estathè piena, per difendermi.

«Salve», mi ha detto questa signora.
«Salve», ho detto io.
«Lei è Oris?»
«No, sono Iris. Come fa a conoscere il nome di mia sorella?», ho risposto preoccupata.
«Sono la vicina di casa. Cioè, in realtà, abito nel palazzo di fianco, ma la vostra camera da letto confina con la mia. Sento tutto quello dite, ogni tanto vi busso ma voi non capite. Ho pensato che venirvi a parlare poteva essere una soluzione...»

Ho chiesto chi era Giorgio, ma non lo sapeva. Ho chiesto se erano suoi i bambini che piangevano, ma ha detto di no. Quindi, in realtà, lei era responsabile solo dei toc toc, il resto dei rumori appartenevano a  quel condominio onomatopeico: le parole che si infiltravano dalle pareti, dal soffitto, perfino dal pavimento, potevano essere di chiunque.
L'acustica cittadina mi ha molto turbato perché, calcolando il volume delle nostre voci rispetto a quelle dei vicini e moltiplicandolo per le strade che si incrociavano in quel quartiere, chissà quanta gente doveva essere a conoscenza dei nostri affari.

«Mamma, questa storia non è sconvolgente?»
«Sei sicura che queste voci le sentono tutti, che non le senti solo tu?»
«Certo che non le sento solo io!»
«Sicura che non ti sei immaginata le conversazioni in cui gli altri ti dicono che le sentono anche loro?»
«Mamma, non sono schizofrenica»
«Mmm»

Se potesse, mia madre mi entrerebbe nella testa con l'aspirapolvere e piegherebbe tutti i pensieri, stirandoli con il ferro e sistemandoli in ordine di colore.

«Almeno, in un cervello ordinato, ben diviso in lobi, la bottiglia di Estathè sta in piedi»
«Mamma, se trovi qualche libro in giro, non farlo sparire, grazie»
«ORIS DORME, VERO?», urlerebbe lei d'improvviso, per superare le pareti del cranio.
«Mamma, almeno per un giorno: possiamo fare che non è capodanno?»

domenica 26 gennaio 2014

Masthèrchef

Se avessi potuto scegliere, io avrei voluto una voce fuoricampo
Ehi tu, Dio!”, gli avrei detto “Non darmi tutte queste tette, dammi una voce fuoricampo”

Quando sabato sera è iniziato a piovere in camera di Oris, lo dovevamo immaginare che si stava preparando qualcosa di epico per noi, dovevamo intuirlo che il destino ci stava impiattando un tappeto umido di sfighe con catastrofi al gratin.
Invece noi, memori del nostro 2013 disastroso, non ci siamo preoccupati, ci siamo detti: «Eh, vabbè, mo: ci spaventiamo per due gocce?».
Dopo aver chiamato l'amministratore e l'idraulico e dopo aver avvertito i vicini di casa, ci sembrava tutto risolto.
«Però la cena di cinghiale non possiamo farla qui, in questo cantiere aperto. Facciamola in esterna: così sarà un incrocio tra Masterchef e il Boss delle torte. Sai quando Buddy carica quelle costruzioni saccarinose color evidenziatore dentro al furgone? Beh, faremo anche noi così...»
«Mi pare ottimo, a parte il fatto che invece del furgone noi abbiamo Fusette»
Fusette è la macchina di Pezzetta. Si scrive Fusette e si legge fùset, come se fosse francese, anche se, in realtà, è campano e vuol dire «io fui»: prima persona singolare del passato remoto del verbo essere sannita.

Come devo aver già detto, da qualche parte, io ho un coro, come quello del teatro greco, solo che il mio si chiama Core e parla in romanesco. Un tempo, quando eravamo tutti più moderni, contribuiva all'azione, era parte integrante della scena, mentre adesso, da quando è a Bruxelles, il suo ruolo è più un dissing, un rap continuo, politicamente scorretto, con il quale Core mi innesta sensi di colpa che nemmeno Bastianich quando tira in aria i piatti.

«I delfini vanno a ballare sulle spiagge. I cinghiali vanno a ballare in cimiteri sconosciuti...»
«Oddio, Core, che pesantezza»
«Oh, non lo so: te stai a magnà Pumba!»
«Hakuna Matata: due magiche parole contro tutti i problemi»
«Tu caschi male, tocca te se era n'altro è uguale, Lè, niente de personale
Però tu caschi male, nelle borgate della capitale pare che caschi male...»
«Senti, Core, sto insaporendo. Non mi distrarre che è un attimo che, al posto dell'olio, ci metto l'Estathè. Ma che cos'è sta paranoia?»
«Di politica non sono un esperto, ma dicono l'Italia sarà presto un deserto
Tra vent'anni saremmo tutti quanti emigrati a Saint-Tropez, tranne te.
Tranne te, tranne te, tranne teee...»
«Core, qui c'è la musica e tu non balli, tu parli parli parli...»

Siccome la cottura del cinghiale è molto lunga, io e Oris abbiamo deciso di fare anche altre cose, mentre Core ballava in cucina, forse troppe, ma eravamo sovraeccitate, tra questa cosa che ci pioveva in casa e l'idea che nessuna pièce che questo 2014 avrebbe potuto mettere su, ci poteva far paura.
Al momento del trasporto eravamo un po' in difficoltà: pentole pesanti, patate, contenitori, teglie, peperoni, un metro quadrato di tiramisù.
«Pezzetta, tu vai a prendere Fusette, che poi carichiamo»

E' stato un attimo. Ce l'avete presente quell'attimo in cui ti dici: «Pensa se mi capitasse questo, che tragedia»; quel momento iperbolico che non capita mai, ma che ti dà comunque un piccolo pizzico di adrenalina; quel secondo che passa tra «Non parlare con la bocca piena» e la manovra di Heimlick?
E' successo così.
Oris ha preso male la pentolona di sugo di cinghiale che avevamo amorevolmente preparato nelle precedenti tre ore e che dieci persone stavano aspettando per cena e l'ha lanciata, giuro, l'ha lanciata, lungo le scale dell'atrio del nostro palazzo.
La pentola ha sbattuto sullo scalino, il coperchio è volato e il sugo è esploso.
Boom.
Dopo la detonazione, Oris mi ha guardato accasciarmi a terra e, secondo me, ha pensato che mi avessero sparato. Ma no, non era una puntata di Homeland, più che altro era la scena di Shining in cui una cascata di sangue che esce dall'ascensore imbratta tutto quello che incontra.
Sono corsa a prendere il secchio che raccoglieva l'acqua della perdita in camera di Oris, ho agguantato il mocio e mi sono messa a pulire tutto, come una pazza, mentre Pezzetta mi guardava da fuori, dal marciapiede di un film scritto male, con la pioggia che bagnava Fùset, e lui che si nascondeva sotto l'ombrello e Oris, stordita e quasi assente, avvertiva i commensali che forse avremmo allungato il sugo con l'Estathè, ridendo istericamente.
Più tardi, a bocce ferme, si sarebbe stupita del fatto che nessuno le aveva chiesto chi era alla guida della pentola, prima del danno. 
Già, chissà come mai, Oris...

«Può succedere», ha detto Core tenendo il tempo hip hop con la mano destra.

Può succedere? No, che non può succedere.
Io e te, caro anno nuovo, avevamo fatto un p(i)atto.
Da quando abbiamo impuzzolito il palazzo di animale selvatico, Pezzetta si è dimenticato di pagare le bollette, Oris sostiene che le si stanno per staccare i denti (e si infila l'iPhone in bocca e scatta con il flash, per dimostrarlo), Core parla in francese e il termoidraulico mi ha detto una cosa del tipo: «Scusa, mi sto fumando sotto» e si è acceso una sigaretta.
«Mi sto fumando sotto»: capisci?

Io non mi faccio spaventare da due gocce, ma ho avuto un attacco di ansia che nemmeno il giorno che si sono dimenticati di dirmi che mi laureavo e l'ho scoperto, per caso, qualche ora prima.
Come al solito, più del solito, ci sono cose che non si possono comprare, per tutto il resto c'è: «Oh bucaiola, tu mi tradisci...».
E vaffanzum.

Perché ognuno ha il coro che si merita.

mercoledì 8 gennaio 2014

Come sono andathè le vacanze?

Se avessi potuto scegliere, io avrei voluto una voce fuoricampo
Ehi tu, Dio!”, gli avrei detto “Non darmi tutte queste tette, dammi una voce fuoricampo”

Tecnicamente le vacanze di Natale finiscono il sei gennaio, con lo smontaggio di albero e presepe e con l'apertura delle tre calze Iris, Oris e Pezzetta appese tristemente sul termosifone. Un tempo, queste vacanze erano vacanze stupende, a tre mesi dall'inizio della scuola, con i cenoni, il camino, la tombola, il latte caldo, i pacchi regalo enormi come solo i giocattoli sanno essere e le letterine a Babbo Natale.
Io non mi ricordo di aver mai creduto all'esistenza di Babbo Natale, lo sapevo che quelle lettere finivano nelle mani dei miei genitori, ma fingevo, d'accordo con la mia immaginazione, per fargli pagare di avermi preso in giro con la storia della Madonnina della 'Mella: non meritavano di avere salva la pelle con regalini a piacere, no; dovevano rispettare la pantomima della wish list al ciccione rosso che non si sporca mai di fuliggine, nemmeno nei peggiori camini di Caracas.
Mi ricordo l'anno che ho chiesto il Camper di Tanya, mi ricordo la faccia di Oris: lei aveva chiesto il Fashion Plaza di Barbie, un centro commerciale di due piani con tanto di scala mobile a manovella. Mi ha guardato come se avessi comprato la Nutella al Todis, come se mi avesse chiesto CocaCola e le avessi dato Guaranito.
«Sappi che non si può entrare al centro commerciale con le Birkenstock, sto per mettere il cartello fuori»
«Guarda che Tanya non porta le Birkenstock!»
«Tanya è una freakkettona che vive in un camper. Se da grande vai in campeggio, io ti disconosco come sorella».

Erano davvero dei bei tempi, quelli: pieni di tante piccole e meravigliose ipocrisie. Tutti a far finta di non vedere le sopracciglia nere dell'istruttore della piscina che si è vestito da Babbo Natale, tutti a festeggiare la bisnonna che ha fatto tombola perché stava senza occhiali e ha confuso tutti i numeri, tutti a spacchettare la quindicesima sciarpa e a dire: «Mi serviva proprio!».
Quando cresci, le vacanze di Natale diventano un incubo di recriminazioni (Solo tu lavori fino al ventiquattro!), lamenti (Compri sempre il panettone e il panettone fa schifo), accuse (Vuoi stare in pigiama fino a quando non torni a Roma?), ordini (Lava i piatti che non hai fatto niente), critiche (Ma è già finito tutto l'Estathè che ti ho comprato?)...
Ma quest'anno, a casa mia, il solito inferno non è bastato. Quest'anno, a casa mia, le caldarroste hanno ceduto il passo a un'altra attrazione.
«Iris»
«Eh?»
«Te ne rendi conto?»
«Di cosa?»
«Tutto il nostro Natale sta girando intorno al pisello di nonno».

Mi brucia. Non mi brucia. Ora mi brucia. No, non mi brucia. Peppì, te brucia? Eccolo, ora mi brucia. Mo, pizzica. Adesso è un friccico. Che dolore. Fa un po' meno male. Adesso malissimo!

Lo so, povero nonno: tre operazioni, quattro cateteri, nove cistiti, la mia non è una critica a lui. Ma dopo che glielo hai impacchettato con il fiocco, dopo che lo hai foderato con il panettone per farlo stare comodo, dopo che gli hai fatto le lavande con l'Estathè, che lo hai sentito appellare amichevolmente Il mio piccarotto per tutto il tempo, dopo che gli hai dato le bustine, le pasticche, la Nutella del Todis e un paio di Birkenstok, non è che puoi fare molto altro.
«Peppì, sguilla!»

«Pronto, chi è?»
«Siamo degli zii qualsiasi da una parte qualunque del mondo: auguri! Come va?»
«Eh, mi brucia...»

Tecnicamente le vacanze di Natale smettono di essere vacanze quando finisci la scuola media, non scrivi più le letterine a Babbo Natale, ti annoi a giocare a tombola, decidi che sei abbastanza grande per farti piacere le verdure e i parenti iniziano a chiederti: «Ma te lo sei fatto il fidanzatino?» e tu li guardi attonita, per quel doppio senso che loro nemmeno intravedono, ma che ti mette in imbarazzo come quando tua nonna dice: «Tua cugina fa l'amore da tre anni, ma non ti sbrighi?».
Per gli anni successivi sarà sempre lo stesso, ma sempre diverso.
Tua cugina si sarà sposata, ma tu non ti sarai ancora fatta nessun fidanzatino.
La tua bisnonna chiamerà Bingo la Tombola, lasciando intravedere strane manie personali, ma comunque quel gioco non smetterà di essere noioso.
Le letterine non saranno mai più contemplate, ma solo perché a Babbo Natale la figlia di tua cugina (che a forza di fare l'amore ha pure procreato) manderà un poke.
Le verdure ti piaceranno sempre, ma non quella cosa di zucca che ha preso a fare tua nonna, una specie di frisbee freddo che lei chiama frittata e che diventa il primo candidato ad alleviare il dolore del nonno, quando se ne presenta la necessità.
Perché tra tutti i Natale a venire, sempre gli stessi, ma sempre diversi, arriverà quello sponsored by il Piccarotto di tuo nonno.

E allora quest'anno, il mio unico augurio vero è stato a lui.
L'ho fatto brindando con due brick di Estathè, che ho bevuto in contemporanea per tener botta al dadaismo di queste feste.
Quando Pezzetta mi ha detto di non smontare l'albero il sei gennaio, ma di aspettare l'undici, come si fa da lui, in onore di San Leucio, mi è sembrata una giusta variazione sul tema. 
L'undici gennaio io, Oris e Pezzetta faremo salire San Leucio sul camper di Tanya, con una bottiglia di Estathè per il viaggio e l'indirizzo di nonno Peppino.

Tolto l'albero, tolto il dolore: me lo sento.