Memorie di una bevitrice di Estahè

Memorie di una bevitrice di Estahè

martedì 25 febbraio 2014

Ministhèro per la semplificazione dei rapporti umani

Se avessi potuto scegliere, io avrei voluto una voce fuoricampo
Ehi tu, Dio!”, gli avrei detto “Non darmi tutte queste tette, dammi una voce fuoricampo”

Il fatto che nessuno mi abbia convocato per assegnarmi una poltrona, in questo nuovo governo, l'ho trovato quantomeno scortese.
Mi chiedo a cosa sia servito guardare tutte quelle serie tv, quei film, ascoltare tutta quella melassa musicale, costruire un altare per il culto di Nora Ephron, consumare ettolitri di Estathè su divani vari a sentire le tristi storie di amiche e amici che non ce la fanno ad avere un rapporto normale, un legame semplice, una storia vera.

«Iris, mi ha chiesto di andare a vivere con lui! Mi ha detto: perché devi buttare i soldi nell'affitto quando puoi venire a casa mia e contribuire al mio mutuo?»

A cosa è servito accumulare tutte quelle informazioni, stilare profili, invitare il dirimpettaio a prendersi un bicchiere di Estathè pur di non sentir partire la quarantaduesima riproduzione consecutiva di Luci a San Siro? Non è che non mi piaccia Vecchioni, eh, anzi: ma quella versione con il sottofondo di pianto a singhiozzo e i lievi singulti che ripetevano il nome della ragazza che lo aveva lasciato, l'ho trovata un filino estenuante.

«Iris tu sei una donna, puoi aiutarmi a capire: lei mi dice che non vuole vedermi, ma poi se rispetto la sua decisione mi dice che non ci tengo abbastanza perché non insisto e se mi presento a casa sua mi dice che faccio sempre quello che mi pare perché non la ascolto. Cosa mi vuole dire, di preciso?»

Poi ho quella referenza di quando ho messo un annuncio per offrire ripetizioni di matematica e mi ha chiamato Marco, uno scaffalista di un supermercato del Pigneto, che mi ha offerto trecento euro per presentarmi a un appuntamento con lui vestita in un certo modo. «Marco», gli ho detto «non si mette coppa di maiale al bancone del pesce. In quale parte del mio annuncio hai letto che per trecento euro avrei indossato una minigonna di pizzo?». Dopo tre minuti di chiacchiere, ho capito che Marco era un ragazzo con evidenti problemi di socializzazione e le nostre telefonate sono andate avanti, ho cercato di aiutarlo: abbiamo parlato del suo rapporto con la madre, del grafico di entrate e uscite delle bottiglie di Estathè nel corridoio Bevande, del fatto che le studentesse che cercano di far quadrare il bilancio con le ripetizioni no che non sono pronte a tutto e della possibilità di farsi aiutare da un terapeuta...
Chissà che fine ha fatto Marco, il nostro rapporto si è bruscamente interrotto quando lo ha scoperto il mio fidanzato di allora che mi ha detto che Marco era un maniaco sessuale e uno psicopatico, che parlava con me nella speranza di convincermi a indossare quella gonna di pizzo e che, se non la smettevo di psicoanalizzarlo, avrebbe telefonato a mia madre, che, a quel punto, aveva tutte le ragioni di chiamarmi Il Muro del Pianto.

Esterno notte/belvedere/primo bacio: «Iris, senti, tu mi piaci, ma prima di iniziare questa relazione mi devi dire per chi voti. Se sei di destra, non possiamo andare avanti...»
Interno giorno/automobile/ultimo bacio: «Iris, senti, devo lasciarti. Tu non sorridi abbastanza...»

Se questo governo mi avesse offerto il Ministero per la semplificazione dei rapporti umani avrei potuto dimostrare a mia madre e a me stessa che quel pellegrinaggio di lamenti, quelle esperienze assurde con gli uomini, tutte quelle amiche e quegli amici che mi tenevano al telefono a ora di cena, non erano stati uno spreco di tempo.
Anche se tutti avevamo perpetrato i nostri errori, c'era un senso più grande, una soluzione finale per ogni cosa. Perfino per quel terribile ferragosto al mare, durante il quale Core non faceva altro che piangere e allora mia madre le diceva: «Non si piange per gli uomini, non ne vale la pena. Vero Iris? Mica tu piangi per gli uomini?» e l'altra nostra amica rispondeva: «No, no, Iris piange per gli uomini. Sono io che non piango perché quando soffro mi drogo» e io non sapevo se il dissenso di mia madre era per me che piangevo per gli uomini o per la mia amica che si drogava e le dicevo: «Hai capito male, mamma. Lascia stare...» e Core continuava a piangere e il bar non vendeva Estathè.

«Iris, ho paura che ti innamori di me. Lo so che tu dici che non succederà, ma...»
«Senti, caro, molto francamente: dormi tranquillo. Io non potrei mai innamorarmi di te perché non metti gli spazi dopo le virgole»
«E questa ti sembra una bella cosa da dire? Non puoi nemmeno immaginare quanto mi hai ferito, mentre io cercavo di difenderti»

Forse, se ci fosse davvero un ministero andrebbe a ramengo come tutti gli altri perché nessuno potrebbe legiferare, semplificare o difendere i garbugli impossibili e ridicoli che siamo capaci di creare quando ci rapportiamo agli altri.
Quel giorno che ho invitato il mio dirimpettaio a prendere un Estathè, gli ho chiesto per quale motivo Luci a San Siro tra tanti pezzi davvero sdolcinati e mi immaginavo mi dicesse che lei era di Milano o che si erano conosciuti a un concerto di Vecchioni e invece lui mi ha risposto: «Perché rivoglio indietro la mia seicento».

L'amore è un sentimento sorprendente.

giovedì 6 febbraio 2014

Vengono dalla parethè

Se avessi potuto scegliere, io avrei voluto una voce fuoricampo
Ehi tu, Dio!”, gli avrei detto “Non darmi tutte queste tette, dammi una voce fuoricampo”

Se sei giunto a Roma dalla provincia, nella maggioranza dei casi, arrivi a sistemare le valigie nella tua stanzetta di un appartamento condiviso dopo averle preparate in una di quelle case enormi con piano giorno/piano notte, mansarda per gli ospiti, rustico, garage, due/tre bagni, balconi, terrazzino, giardinetto. Una di quelle case che pulirle è una missione impossibile e che tua madre, se lasci il cappotto appeso alla sedia del tavolo della sala, gli dà immediatamente fuoco perché fa disordine. Io, una volta, lasciai in giro un libro che avevo preso in biblioteca e lei lo fece sparire; ancora mi ricordo l'onta di aver dovuto comunicare alla bibliotecaria che lo avevo perso, di averlo dovuto ripagare, mentendo per difendere l'onore di una madre talmente ordinata che era capace di rifare il letto con Oris dentro, se la povera cercava di svegliarsi oltre le nove, la mattina di capodanno.
Niente di tutto questo, però, ti prepara al fatto che, dopo il trasloco, quando i coinquilini ti assegnano il tuo ripiano, nel frigo, tu ti senti improvvisamente solo, derelitto, costretto, pensi a quel mamozio enorme in cui i tuoi tengono provviste per la sopravvivenza a una catastrofe nucleare, pensi che lì dentro deve esserci finito congelato anche il libro che avevi preso in biblioteca, e ti viene la nostalgia, l'ansia per la mancanza di spazio.
«Senti, ma questo ripiano è piano giorno e piano notte? Tutto insieme? E l'Estathè dove lo metto? Guarda che non può stare in orizzontale, non è come mettere un vino in cantina...»

Proprio mentre fai polemica, senti i primi rumori strani, le prime voci, vedi che tutti fanno finta di niente e allora fai finta di niente anche tu.
Toc toc toc... ma vattela a pija n'der... GIORGIOOO... t'ho detto di no...

Nella nostra prima casa da fuorisede, io e Oris avevamo una stanza doppia con le pareti giallorosse, due gialle e due rosse, che la facevano sembrare ancor più piccola della sua realtà già striminzita e i nostri letti erano talmente compressi che li avevamo uniti, ma in ogni caso, Oris cadeva per terra, certe mattine che non prendeva bene le misure, e si spaventava, cominciava a dire: «Auguri, Iris. Auguri!», io pensavo a una commozione cerebrale e invece lei era solo convinta di stare a casa dei nostri genitori la mattina di capodanno.
Non ci abbiamo messo molto ad abituarci allo spazio concesso, io e Oris (purtroppo le millanta scarpe di Oris ci hanno messo di più), ma quello a cui non siamo mai riuscite ad abituarci è il volume con cui parlano le persone. Noi, da che mondo è mondo, abbiamo sempre urlato come aquile: mi ricordo coinquiline che si giravano verso la mia bocca ancora spalancata da uno strillo tipo: «PASSAMI QUELLA PADELLA, ORIS» e mi dicevano con il labiale: «Mi hai spaccato un timpano. Che cazzo ti urli, tua sorella sta qua!»; e tu vaglielo a spiegare che conversi con tua madre a due piani di distanza, che a correre sempre dalla tua camera alla cucina le tue corde vocali si sono rinforzate, che hai un'ugola palestratissima, che non possono pretendere di assegnarle un range di forza predeterminato solo perché loro hanno dei timpani da signorine perbene.
«E poi, questi rumori da dove vengono? Non li sentite anche voi bambini che piangono, coppie che litigano, ragazzini che trascinano le sedie. Toc toc, sbam sbam, drin drin. O è l'Estathè che cerca di parlarmi dal suo ripiano di tristezza o siamo in una casa stregata oppure siamo noi The others e in quel caso io propongo che Oris faccia la parte di Nicole Kidman...»
«I rumori vengono dalla parete», sussurra la tua coinquilina che, per insegnarti a modulare il volume della voce, ti parla sempre come se non si dovesse far sentire dagli altri abitanti della casa, i figli malaticci di Nicole Kidman.

Toc toc toc... ma vacci tu a pijattela... NON SI CHIAMA GIORGIO... mi devi dire di sì...

Gli horror non mi sono mai piaciuti, mi faceva paura perfino Streghe, il telefilm in cui era finita Brenda Walsh dopo Beverly Hills, quindi il giorno in cui una sconosciuta mi ha suonato alla porta dopo che dalla parete era venuto un Adesso vado di là, io ho pensato a uno spirito ignoto e misterioso e ho cercato di evocare le sorelle Halliwell, pure Geri delle Spice Girls se ce n'era bisogno, ma invece di brandire il Libro delle ombre, ho preso dal frigo la mia bottiglia di Estathè piena, per difendermi.

«Salve», mi ha detto questa signora.
«Salve», ho detto io.
«Lei è Oris?»
«No, sono Iris. Come fa a conoscere il nome di mia sorella?», ho risposto preoccupata.
«Sono la vicina di casa. Cioè, in realtà, abito nel palazzo di fianco, ma la vostra camera da letto confina con la mia. Sento tutto quello dite, ogni tanto vi busso ma voi non capite. Ho pensato che venirvi a parlare poteva essere una soluzione...»

Ho chiesto chi era Giorgio, ma non lo sapeva. Ho chiesto se erano suoi i bambini che piangevano, ma ha detto di no. Quindi, in realtà, lei era responsabile solo dei toc toc, il resto dei rumori appartenevano a  quel condominio onomatopeico: le parole che si infiltravano dalle pareti, dal soffitto, perfino dal pavimento, potevano essere di chiunque.
L'acustica cittadina mi ha molto turbato perché, calcolando il volume delle nostre voci rispetto a quelle dei vicini e moltiplicandolo per le strade che si incrociavano in quel quartiere, chissà quanta gente doveva essere a conoscenza dei nostri affari.

«Mamma, questa storia non è sconvolgente?»
«Sei sicura che queste voci le sentono tutti, che non le senti solo tu?»
«Certo che non le sento solo io!»
«Sicura che non ti sei immaginata le conversazioni in cui gli altri ti dicono che le sentono anche loro?»
«Mamma, non sono schizofrenica»
«Mmm»

Se potesse, mia madre mi entrerebbe nella testa con l'aspirapolvere e piegherebbe tutti i pensieri, stirandoli con il ferro e sistemandoli in ordine di colore.

«Almeno, in un cervello ordinato, ben diviso in lobi, la bottiglia di Estathè sta in piedi»
«Mamma, se trovi qualche libro in giro, non farlo sparire, grazie»
«ORIS DORME, VERO?», urlerebbe lei d'improvviso, per superare le pareti del cranio.
«Mamma, almeno per un giorno: possiamo fare che non è capodanno?»

domenica 26 gennaio 2014

Masthèrchef

Se avessi potuto scegliere, io avrei voluto una voce fuoricampo
Ehi tu, Dio!”, gli avrei detto “Non darmi tutte queste tette, dammi una voce fuoricampo”

Quando sabato sera è iniziato a piovere in camera di Oris, lo dovevamo immaginare che si stava preparando qualcosa di epico per noi, dovevamo intuirlo che il destino ci stava impiattando un tappeto umido di sfighe con catastrofi al gratin.
Invece noi, memori del nostro 2013 disastroso, non ci siamo preoccupati, ci siamo detti: «Eh, vabbè, mo: ci spaventiamo per due gocce?».
Dopo aver chiamato l'amministratore e l'idraulico e dopo aver avvertito i vicini di casa, ci sembrava tutto risolto.
«Però la cena di cinghiale non possiamo farla qui, in questo cantiere aperto. Facciamola in esterna: così sarà un incrocio tra Masterchef e il Boss delle torte. Sai quando Buddy carica quelle costruzioni saccarinose color evidenziatore dentro al furgone? Beh, faremo anche noi così...»
«Mi pare ottimo, a parte il fatto che invece del furgone noi abbiamo Fusette»
Fusette è la macchina di Pezzetta. Si scrive Fusette e si legge fùset, come se fosse francese, anche se, in realtà, è campano e vuol dire «io fui»: prima persona singolare del passato remoto del verbo essere sannita.

Come devo aver già detto, da qualche parte, io ho un coro, come quello del teatro greco, solo che il mio si chiama Core e parla in romanesco. Un tempo, quando eravamo tutti più moderni, contribuiva all'azione, era parte integrante della scena, mentre adesso, da quando è a Bruxelles, il suo ruolo è più un dissing, un rap continuo, politicamente scorretto, con il quale Core mi innesta sensi di colpa che nemmeno Bastianich quando tira in aria i piatti.

«I delfini vanno a ballare sulle spiagge. I cinghiali vanno a ballare in cimiteri sconosciuti...»
«Oddio, Core, che pesantezza»
«Oh, non lo so: te stai a magnà Pumba!»
«Hakuna Matata: due magiche parole contro tutti i problemi»
«Tu caschi male, tocca te se era n'altro è uguale, Lè, niente de personale
Però tu caschi male, nelle borgate della capitale pare che caschi male...»
«Senti, Core, sto insaporendo. Non mi distrarre che è un attimo che, al posto dell'olio, ci metto l'Estathè. Ma che cos'è sta paranoia?»
«Di politica non sono un esperto, ma dicono l'Italia sarà presto un deserto
Tra vent'anni saremmo tutti quanti emigrati a Saint-Tropez, tranne te.
Tranne te, tranne te, tranne teee...»
«Core, qui c'è la musica e tu non balli, tu parli parli parli...»

Siccome la cottura del cinghiale è molto lunga, io e Oris abbiamo deciso di fare anche altre cose, mentre Core ballava in cucina, forse troppe, ma eravamo sovraeccitate, tra questa cosa che ci pioveva in casa e l'idea che nessuna pièce che questo 2014 avrebbe potuto mettere su, ci poteva far paura.
Al momento del trasporto eravamo un po' in difficoltà: pentole pesanti, patate, contenitori, teglie, peperoni, un metro quadrato di tiramisù.
«Pezzetta, tu vai a prendere Fusette, che poi carichiamo»

E' stato un attimo. Ce l'avete presente quell'attimo in cui ti dici: «Pensa se mi capitasse questo, che tragedia»; quel momento iperbolico che non capita mai, ma che ti dà comunque un piccolo pizzico di adrenalina; quel secondo che passa tra «Non parlare con la bocca piena» e la manovra di Heimlick?
E' successo così.
Oris ha preso male la pentolona di sugo di cinghiale che avevamo amorevolmente preparato nelle precedenti tre ore e che dieci persone stavano aspettando per cena e l'ha lanciata, giuro, l'ha lanciata, lungo le scale dell'atrio del nostro palazzo.
La pentola ha sbattuto sullo scalino, il coperchio è volato e il sugo è esploso.
Boom.
Dopo la detonazione, Oris mi ha guardato accasciarmi a terra e, secondo me, ha pensato che mi avessero sparato. Ma no, non era una puntata di Homeland, più che altro era la scena di Shining in cui una cascata di sangue che esce dall'ascensore imbratta tutto quello che incontra.
Sono corsa a prendere il secchio che raccoglieva l'acqua della perdita in camera di Oris, ho agguantato il mocio e mi sono messa a pulire tutto, come una pazza, mentre Pezzetta mi guardava da fuori, dal marciapiede di un film scritto male, con la pioggia che bagnava Fùset, e lui che si nascondeva sotto l'ombrello e Oris, stordita e quasi assente, avvertiva i commensali che forse avremmo allungato il sugo con l'Estathè, ridendo istericamente.
Più tardi, a bocce ferme, si sarebbe stupita del fatto che nessuno le aveva chiesto chi era alla guida della pentola, prima del danno. 
Già, chissà come mai, Oris...

«Può succedere», ha detto Core tenendo il tempo hip hop con la mano destra.

Può succedere? No, che non può succedere.
Io e te, caro anno nuovo, avevamo fatto un p(i)atto.
Da quando abbiamo impuzzolito il palazzo di animale selvatico, Pezzetta si è dimenticato di pagare le bollette, Oris sostiene che le si stanno per staccare i denti (e si infila l'iPhone in bocca e scatta con il flash, per dimostrarlo), Core parla in francese e il termoidraulico mi ha detto una cosa del tipo: «Scusa, mi sto fumando sotto» e si è acceso una sigaretta.
«Mi sto fumando sotto»: capisci?

Io non mi faccio spaventare da due gocce, ma ho avuto un attacco di ansia che nemmeno il giorno che si sono dimenticati di dirmi che mi laureavo e l'ho scoperto, per caso, qualche ora prima.
Come al solito, più del solito, ci sono cose che non si possono comprare, per tutto il resto c'è: «Oh bucaiola, tu mi tradisci...».
E vaffanzum.

Perché ognuno ha il coro che si merita.

mercoledì 8 gennaio 2014

Come sono andathè le vacanze?

Se avessi potuto scegliere, io avrei voluto una voce fuoricampo
Ehi tu, Dio!”, gli avrei detto “Non darmi tutte queste tette, dammi una voce fuoricampo”

Tecnicamente le vacanze di Natale finiscono il sei gennaio, con lo smontaggio di albero e presepe e con l'apertura delle tre calze Iris, Oris e Pezzetta appese tristemente sul termosifone. Un tempo, queste vacanze erano vacanze stupende, a tre mesi dall'inizio della scuola, con i cenoni, il camino, la tombola, il latte caldo, i pacchi regalo enormi come solo i giocattoli sanno essere e le letterine a Babbo Natale.
Io non mi ricordo di aver mai creduto all'esistenza di Babbo Natale, lo sapevo che quelle lettere finivano nelle mani dei miei genitori, ma fingevo, d'accordo con la mia immaginazione, per fargli pagare di avermi preso in giro con la storia della Madonnina della 'Mella: non meritavano di avere salva la pelle con regalini a piacere, no; dovevano rispettare la pantomima della wish list al ciccione rosso che non si sporca mai di fuliggine, nemmeno nei peggiori camini di Caracas.
Mi ricordo l'anno che ho chiesto il Camper di Tanya, mi ricordo la faccia di Oris: lei aveva chiesto il Fashion Plaza di Barbie, un centro commerciale di due piani con tanto di scala mobile a manovella. Mi ha guardato come se avessi comprato la Nutella al Todis, come se mi avesse chiesto CocaCola e le avessi dato Guaranito.
«Sappi che non si può entrare al centro commerciale con le Birkenstock, sto per mettere il cartello fuori»
«Guarda che Tanya non porta le Birkenstock!»
«Tanya è una freakkettona che vive in un camper. Se da grande vai in campeggio, io ti disconosco come sorella».

Erano davvero dei bei tempi, quelli: pieni di tante piccole e meravigliose ipocrisie. Tutti a far finta di non vedere le sopracciglia nere dell'istruttore della piscina che si è vestito da Babbo Natale, tutti a festeggiare la bisnonna che ha fatto tombola perché stava senza occhiali e ha confuso tutti i numeri, tutti a spacchettare la quindicesima sciarpa e a dire: «Mi serviva proprio!».
Quando cresci, le vacanze di Natale diventano un incubo di recriminazioni (Solo tu lavori fino al ventiquattro!), lamenti (Compri sempre il panettone e il panettone fa schifo), accuse (Vuoi stare in pigiama fino a quando non torni a Roma?), ordini (Lava i piatti che non hai fatto niente), critiche (Ma è già finito tutto l'Estathè che ti ho comprato?)...
Ma quest'anno, a casa mia, il solito inferno non è bastato. Quest'anno, a casa mia, le caldarroste hanno ceduto il passo a un'altra attrazione.
«Iris»
«Eh?»
«Te ne rendi conto?»
«Di cosa?»
«Tutto il nostro Natale sta girando intorno al pisello di nonno».

Mi brucia. Non mi brucia. Ora mi brucia. No, non mi brucia. Peppì, te brucia? Eccolo, ora mi brucia. Mo, pizzica. Adesso è un friccico. Che dolore. Fa un po' meno male. Adesso malissimo!

Lo so, povero nonno: tre operazioni, quattro cateteri, nove cistiti, la mia non è una critica a lui. Ma dopo che glielo hai impacchettato con il fiocco, dopo che lo hai foderato con il panettone per farlo stare comodo, dopo che gli hai fatto le lavande con l'Estathè, che lo hai sentito appellare amichevolmente Il mio piccarotto per tutto il tempo, dopo che gli hai dato le bustine, le pasticche, la Nutella del Todis e un paio di Birkenstok, non è che puoi fare molto altro.
«Peppì, sguilla!»

«Pronto, chi è?»
«Siamo degli zii qualsiasi da una parte qualunque del mondo: auguri! Come va?»
«Eh, mi brucia...»

Tecnicamente le vacanze di Natale smettono di essere vacanze quando finisci la scuola media, non scrivi più le letterine a Babbo Natale, ti annoi a giocare a tombola, decidi che sei abbastanza grande per farti piacere le verdure e i parenti iniziano a chiederti: «Ma te lo sei fatto il fidanzatino?» e tu li guardi attonita, per quel doppio senso che loro nemmeno intravedono, ma che ti mette in imbarazzo come quando tua nonna dice: «Tua cugina fa l'amore da tre anni, ma non ti sbrighi?».
Per gli anni successivi sarà sempre lo stesso, ma sempre diverso.
Tua cugina si sarà sposata, ma tu non ti sarai ancora fatta nessun fidanzatino.
La tua bisnonna chiamerà Bingo la Tombola, lasciando intravedere strane manie personali, ma comunque quel gioco non smetterà di essere noioso.
Le letterine non saranno mai più contemplate, ma solo perché a Babbo Natale la figlia di tua cugina (che a forza di fare l'amore ha pure procreato) manderà un poke.
Le verdure ti piaceranno sempre, ma non quella cosa di zucca che ha preso a fare tua nonna, una specie di frisbee freddo che lei chiama frittata e che diventa il primo candidato ad alleviare il dolore del nonno, quando se ne presenta la necessità.
Perché tra tutti i Natale a venire, sempre gli stessi, ma sempre diversi, arriverà quello sponsored by il Piccarotto di tuo nonno.

E allora quest'anno, il mio unico augurio vero è stato a lui.
L'ho fatto brindando con due brick di Estathè, che ho bevuto in contemporanea per tener botta al dadaismo di queste feste.
Quando Pezzetta mi ha detto di non smontare l'albero il sei gennaio, ma di aspettare l'undici, come si fa da lui, in onore di San Leucio, mi è sembrata una giusta variazione sul tema. 
L'undici gennaio io, Oris e Pezzetta faremo salire San Leucio sul camper di Tanya, con una bottiglia di Estathè per il viaggio e l'indirizzo di nonno Peppino.

Tolto l'albero, tolto il dolore: me lo sento.

sabato 14 dicembre 2013

Non posso promettere nienthè

Se avessi potuto scegliere, io avrei voluto una voce fuoricampo
Ehi tu, Dio!”, gli avrei detto “Non darmi tutte queste tette, dammi una voce fuoricampo”

Il post di oggi lo dedico a tutti quelli che vorrebbero cancellare quest'anno che sta per finire, a quelli che quando Facebook lampeggia l'imperativo «Guarda il tuo 2013 in breve!» vorrebbero prendere a badilate il computer, immergere lo smartphone in un silos di salamoia o dare fuoco ai pedalini multicolor fatti a mano dalla nonna perché, per quello, ogni motivo è buono.
(«Mi era avanzata un po' di lana e ho detto: 'Peppì, che dici, non gli serviranno due paia di calzini alle bambine?'». No, nonna, a me e a Oris non servivano quattro piedi destri, pure l'anno scorso ci hai fatto quattro piedi destri, al più ci servivano i sinistri, ma poi comunque no, non li usiamo sti cazzo di pedalini multicolor: è una questione di dignità estetica)

Guardiamoci in faccia e diciamoci la verità: questo è stato l'anno più lungo della storia, è stato difficile a tutti i livelli, estenuante negli ambiti più disparati delle nostre vite.
Non mi hanno rinnovato il contratto. Abbiamo un governo di larghe intese. Ci siamo lasciati, mi devo trovare un'altra casa. Sono ingrassata, non mi entra più niente. Vado via dall'Italia, mi trasferisco in (aggiungere un luogo a caso, io ho un amico che ci si è trasferito). Non riesco più a montare le uova. Lo stress mi ha fatto perdere tutti i capelli. Ho delle orecchie enormi che nemmeno Berlusconi. Strano che non fanno un reality sui disoccupati, non ci vuole nemmeno troppa fantasia, lo devono solo chiamare MASTER.
Oltretutto non abbiamo nemmeno i Maya, quest'anno, l'apocalisse, il 21/12/2012, che uno, pure se non ci credeva, gli dava comunque una possibilità alla fine del mondo così come l'abbiamo conosciuto.
Ho visto gente alla ricerca disperata di altre date palindrome, di combinazioni progressive, di «Sono sicura, Iris, questo mese ha avuto sei lunedì, mo qualcosa dovrà pur succedere», perché questo mondo, così come l'abbiamo conosciuto, fa rate, come dice sempre la mia amica Pallax. 
(Che rate, in romano, vuol dire che schifo, che presa a male, è un senso di disgusto che ha una profonda matrice economica, equitalica quasi, quindi non esiste termine migliore per dire quello che volevo dire)

«Urge che io faccia delle precisazioni», mi dice lui mentre scrivo, tirandosi su gli occhiali, e io non ho bisogno nemmeno di concentrarmi per riconoscerlo perché lui è il mio compagno di banco del liceo, quello che ha sempre precisato tutto, ha sempre avuto informazioni più dettagliate delle mie e quando ho detto che avrei fatto Ingegneria Meccanica all'università mi ha chiesto di dare la definizione di cavallo applicata ai motori e non la sapevo e allora mi sono messa a disegnare macchine per dimostrargli che la mia scelta aveva un senso e lui tirandosi su gli occhiali mi ha detto: «Scrivi 313 sulla targa perché questa al massimo è l'automobile di Topolino, visto che ignora qualsiasi criterio di aerodinamica, ergonomia e vari precetti base dell'automotive design»

«Le mie precisazioni sono le seguenti: il 2013 non è stato un anno più lungo degli altri (ti faccio notare che non era nemmeno bisestile); la data 21/12/2012 non è una data palindroma; nessuno può avere orecchie delle dimensioni di quelle di Berlusconi; i calzini di tua nonna sono troppo morbidi per essere veramente di destra e soprattutto la salamoia non è una soluzione acida in cui dissolvere le cose»
«Ah ah! Beccato! Questo non è vero! Non te lo ricordi Chi ha incastrato Roger Rabbit
«Al massimo nella salamoia ci puoi cancellare le macchine che disegnavi quando facevi finta di voler fare l'ingegnere. Hai mai visto un'oliva o un carciofino dileguarsi in un barattolo di salamoia?»
«Hai sempre ragione tu: che rate!»

Non mi voglio solo lamentare perché lo so che potrebbe andare peggio: per esempio, potrei davvero disegnare io le auto su cui viaggiamo oppure i miei genitori potrebbero avere Facebook, commentarmi le foto, obbligarmi a guardare il loro 2013 in breve; potrebbero interrompere la produzione di Estathè o vietarne la fruizione (il proibizionismo è sempre dietro l'angolo) oppure potrei cedere a indossare i calzettoni di lana fatti da mia nonna. Potrebbero succedere cose peggiori, è vero: ma questo non cambia il fatto che il 2013 è stato un anno di merda, per tutti quelli che conosco.

Però, siccome il pessimismo cosmico dentro di me ha attecchito un po' male, non riesco a non essere positiva, nonostante tutto.
E allora questo post, più di tutti, lo dedico a un amico, un bevitore di Estathè che è un cantante e un musicista, uno che tutte le volte che lo vedo cerca di convincermi delle qualità afrodisiache dell'Estathè, di come una volta mentre accompagnava Oris a casa stava per chiederle «Mi fai salire?» perché al solo pensiero che a casa nostra avrebbe trovato dell'Estathè, già si sentiva più frizzante.
Lo dedico a lui perché ieri ha avuto una bella notizia, anche se è ancora il 2013; una di quelle cose che, quando te le dicono, quando sai tutto quello che c'è dietro, sei felice da impazzire, quasi da scrivere un messaggio a Zuckerberg per dirgli: «Dai, ti accontento! Fammi riguardare in breve queste ultime due mezz'ore!».

«Non capisco perché tu dica queste ultime due mezze ore invece di dire questa ultima ora»
«Perché due fa più volume di uno»
«E' una stupidaggine priva di senso»
«Lo so, ma forse non mi importa. Se non mi importa, vuol dire che almeno questa volta ho ragione io?»
«A questo punto, vale tutto»
«E allora diciamolo: oggi è 14/12/2013.
14+12+20+13=59
5+9=14»
«E quindi?»
«E quindi tra poco è il 2014 e tutto andrà meglio»
«Lo sai che il 2014 per i cinesi sarà sotto il segno del cavallo

Ok, manteniamo la calma: non posso promettervi niente.

venerdì 29 novembre 2013

Lupetthè

Se avessi potuto scegliere, io avrei voluto una voce fuoricampo
Ehi tu, Dio!”, gli avrei detto “Non darmi tutte queste tette, dammi una voce fuoricampo”

Quest'anno, durante il cambio di stagione, ho deciso di fare pulizia, di eliminare tutte quelle cose che non uso da anni, ma che ogni volta salvo, dicendomi: «Non si sa mai, potrebbero tornarmi utili». Non ho molti vestiti, calcolando gli usi e i costumi delle donne della famiglia dalla quale provengo: nella camera da letto dei miei genitori c'è un enorme armadio otto stagioni, ma mio padre è costretto a tenere i suoi vestiti in un'altra stanza; mia nonna ha comprato un baule antico e poi l'ha fatto ricoprire con della carta adesiva bianca, sperando che mio nonno pensasse di avere in camera un frigorifero e Oris ha innumerevoli grucce, decine di cappotti, cinquantacinque paia di scarpe (quelle le ho contate) e perfino una camicia da notte di tulle rosa taglia 60 della quale, se gliene chiedi conto, ti dice che ci sono cose che non puoi fare a meno di comprare, anche se non potrai mai metterle.
Quando mi sono ritrovata davanti alla realtà misera del mio armadio, mi hanno dovuto far annusare i sali di Estathè per farmi riprendere: niente ti può far sentire triste come scoprire di aver attraversato i decenni, senza aver mai fatto parte di niente. Non ho camicie grunge, non ho giacche con le spalline, non ho felpe hiphop, pantaloni a zampa o cinture con le borchie, nemmeno un paio di underground dalla para alta. No.
Io ho solo una collezione di lupetti che nemmeno Howard Wolowitz.

«Non c'è neanche bisogno di una bussola per orientarsi all'interno di questa giungla di amarezza!»
«E tu chi sei, con questo piglio giudicante?»
«Il mio totem è Topo Ragno Elefantino Peperino, sono qui per prenderti per mano e riportarti nel branco, come farebbe un bravo scout»
«In questa vita, non puoi dire la parola lupetto, che vieni fraintesa... Caro Topo Ragno Elegantino Saccentino: tante cose terribili mi potranno capitare nella vita, ma non potrai mai convincermi a indossare una gonna pantalone a costine di velluto blu»
«Hai un gilet oro. Luccica. Mi sembra molto peggio...»
«Tu indossi dei calzettoni di spugna che ti arrivano alle ginocchia, ti sembra di potermi giudicare?»
«Non lo so, ma questo gilet è una fonte di energia rinnovabile, potrebbe illuminare il Molise. Vogliamo darlo via? Vogliamo fare questa opera buona?»
«Non si sa mai, potrebbe tornarmi utile»
«Parola di scout?»
«Parola di Umpa Lumpa della scienza. Cerca di rispettare le categorie, lupetto»

Ci sono peculiarità personali dalle quali non ti puoi salvare, anche se l'eleganza matriarcale della tua famiglia spinge sugli scaffali del buongusto, anche se orde di femmine della tua taglia ti iniziano al comunismo come principio base dell'abbigliamento.
Se per dieci anni della tua vita andrai avanti a indossare maglioni a collo alto, siamo spiacenti: non ti puoi salvare.
«Oris, perché stai rovistando nell'armadio di mamma?»
«Perché quello che è suo è pure nostro e poi stiamo rovistando, tutte e due»
«Io ho i miei di vestiti, sto solo facendo il palo. Controllo che non arrivi il Ranger Smith...»
«Iris, quante volte te lo devo dire? Guardaroba è un sinonimo di armadio, non c'entra niente con i guardaboschi, non arriverà nessuno ad arrestarci, io e te non siamo Yoghi e Bubu...»
«Rovini tutte le mie storie»

Passano gli anni e i cambi di stagione, mutano le taglie, le mode e i gusti, non compri più nemmeno un lupetto nero e cerchi di indossare le bretelle solo in caso di estrema necessità, eppure, sappilo, non è cambiato nulla: l'onta, il destino, il gilet oro, lo spazio nell'armadio.
Sei marchiata a fuoco per sempre.

Mentre chiudo la scatola che contiene l'ineluttabilità del mio futuro da posseditrice di sole tre paia di scarpe per volta, me lo ricordo.
Io e mio padre siamo seduti sul divano ad aspettare che mia sorella e mia madre siano pronte. Mia sorella dice «Sto scendendo» un quarto d'ora prima di iniziare a truccarsi, perché lei sa prendersi il suo tempo, oltre che il suo spazio, e siccome non ha ancora detto niente, sappiamo che staremo lì ad attendere per un bel po'.
Io, invece di darmi all'alcolismo, inizio a sorseggiare Estathè e fisso mio padre, chiedendomi perché ha già indosso il cappotto e la sciarpa, anche se siamo in casa e c'è il camino acceso. Lui capisce e mi dice «Mi sono messo un maglione a collo alto, se mi vede tua madre litighiamo», ma io so che quello che mi vuole dire veramente è che siamo degli esistenzialisti, siamo costretti a spingere un masso per l'eternità, ad avere un lupetto tatuato sull'epidermide. Siamo i Superman del minimale.

«E' un bel gilet»
«Davvero, Oris?»
«Sì, ma con tutta l'altra roba, al massimo ci possiamo spolverare. Quanti anni bui che hai avuto, sorella, meno male che ti sei ripresa...»
«E' solo una maschera, se mi apro il cappotto rosso e mi strappo la camicetta a pois, sotto ho un maglione a collo alto, è la mia seconda pelle. Io sono come Superman, è un destino di famiglia: siamo sensibili, siamo riflessivi, siamo introversi...»
«Lo sanno tutti che Superman era solo un boyscout coi muscoli»
«Oris, tu rovini tutte le mie storie» 

martedì 12 novembre 2013

Seduthè spiritiche

Se avessi potuto scegliere, io avrei voluto una voce fuoricampo
Ehi tu, Dio!”, gli avrei detto “Non darmi tutte queste tette, dammi una voce fuoricampo”

Il freddo, ieri, ha voluto dare un colpo di reni, sui miei di reni e sulla mia schiena. Io ci avevo messo del mio, visto che avevo dormito a pancia in sotto, con una canottierina e con il collo all'aria: la cervicale era bene in vista, come se ci avessi disegnato un bersaglio sopra. Il cecchino del freddo mi ha colpito alle spalle, come i vigliacchi, come quell'amico burlone che, quando ti tagli i capelli, si sente in dovere di darti un coppino sulla nuca.
Mi sono alzata dal letto con fatica, climaticamente incredula.
In corridoio, ho incontrato quel termosifone di Pezzetta, con le infradito e la maglietta a mezze maniche, che mi ha detto: «Iris, hai visto? E' arrivato il freddo, mi sono messo i pantaloni lunghi».
Io non mi sono fatta rallentare dal suo dileggio e, con un vestitino con le bretelle arrotolato a mo' di sciarpa e le parigine sopra ai pinocchietti (non ho ancora fatto il cambio di stagione), ho continuato la mia camminata rigida verso la cucina.
Quando ho visto Oris, non sapendo da quanto fosse in piedi, non le ho rivolto la parola: è una delle clausole del contratto tra coinquilini, ma non dovete pensare che sia a suo favore. Per lei non c'è problema se le rivolgi la parola, è come se pesti il piede a un leone, non le fai poi così tanto male; il problema è che se non hai sgabello e frusta, rischi la morte.
Evidentemente, però, era già sveglia da un po' e, ravvivata dalla colazione che Pezzetta le aveva preparato, mi ha rivolto la parola.

«Se il tuo intento è citare il video di Paparazzi, dopo che Lady Gaga è caduta dal terrazzo, hai sbagliato outfit, ma la postura a ghiacciolo è perfetta»
«Lo sapevo: è finito l'Estathè!»
«I want your ugly/I want your disease/I want your everything/As long as it’s free/
I want your love/Love-love-love/I want your love»
«La situazione è seria, smettila di cantare»
«Iris, io non sto facendo proprio niente»
«Baby you’ll be famous/Chase you down until you love me/Papa-paparazzi»

E infatti non era Oris: la musica veniva da dentro il frigo, incartata nella carne cruda manco fossimo agli MTV Music Awards.
Il primo freddo è come il primo caldo: può succedere di tutto. Devi stare attento ad ogni cosa che dici perché se il vento muove i bicchieri o il sole ne evapora il contenuto, può essere che evochi tutto quello che pensi, come in una seduta spiritica.
Il bello, riguardo a Lady Gaga, è che il mio primo ricordo di lei è comunque legato al dolore: ero su un autobus che da Genova Caricamento mi avrebbe portato a Genova Pegli con un mio ex fidanzato, c'era traffico, era buio, avevo mal di testa e questi due ragazzini hanno pensato bene di farsi musica col telefonino e imparare le parole di Poker face.
«No he can’t read my poker face/(she’s got me like nobody)/P-p-p-poker face, p-p-poker face/(Mum mum mum mah)/P-p-p-poker face, p-p-poker face/(Mum mum mum mah)»
Ormai non riesco più a pensare a Genova, senza pensare P-p-p-poker face.
Per associarla a Via del campo, mi devo concentrare.

Impossibilitata a fare colazione altrimenti, mi sono messa un cappotto non mio sopra ai pinocchietti con le parigine, ho stretto il vestito con le bretelle al collo e mi sono diretta verso il Carrefour. Blocco del collo, colpo della strega, Pezzetta in infradito, Oris in vena di chiacchiere o Lady Gaga: niente avrebbe potuto fermarmi.
Peccato che, aperto il portone, mi sono ritrovata a Trieste: il vento mi faceva sbattere la borsa contro la schiena ed era ovviamente contrario al mio verso di percorrenza della strada. Ma soprattutto, non ho potuto pensare a Trieste senza pensare a lei.
«La mia vita è una roulette, i miei numeri tu li sai/Il mio corpo è un moquette, dove tu ti addormenterai»
Siccome arrivare al Carrefour era troppo, mi sono buttata in uno di quegli alimentari che ti succhiano il sangue solo se entri, che una bottiglia di Estathè la paghi come un diamante da un paio di carati. Raffa è venuta fuori da dietro uno scaffale di barattoli di fagioli, io ho gridato «Europa Europa» buttando la bottiglia di Estathè a terra e tutti mi hanno guardato male. Forse perché non ho detto il numero giusto dei fagioli contenuti nei barattoli.
«Pedro, Pedro, Pedro, Pedro, Pe.../Praticamente il meglio di Santa Fe/Pedro, Pedro, Pedro, Pedro, Pe.../Soli io e te»
Il bello, riguardo a Raffaella Carrà, è che mi ha sempre fatto pensare a mia madre che, a parte il fatto che è mora, le somiglia parecchio e anche lei canta e balla molto volentieri (ma solo in privato -sennò poi mi dice Su quel blog mi fai passare come una che non è normale!). Mammina cara, io non è che ti ci faccio passare, ti voglio ricordare che, quando ero piccola e non mi facevi fare colazione con l'Estathè, mi preparavi mezzo litro di latte bollente (al quale, avremmo saputo più tardi, sono intollerante) e mi obbligavi a berlo tutto. Io e Oris, per evitare di vomitare a scuola, buttavamo l'in più nel lavandino del bagno, una per volta, mentre l'altra faceva la guardia; e per capire quanto ti stessi avvicinando a noi, valutavamo i decibel di Pedro Pedro Pedro Pedro Pe...
L'uomo nero mi stava simpatico rispetto a Pedro Pedro Pedro Pedro Pe e ho giurato su quel latte versato che mai e poi mai sarei andata a Santa Fe.

Quando sono uscita dall'alimentari, la bora mi ha spinto verso casa senza bisogno che camminassi e mi ha fonato i capelli così bene che quando sono entrata, Oris mi ha detto: «Bella questa pettinatura, sembri Reinhold Messner»
E allora è arrivato lui e per il resto del pomeriggio ha ripetuto Altissima, purissima, Levissima, mentre dall'ansia e dal dolore, io mi facevo di Estathè endovena.

Attenti a quello che dite, leggete o pensate, durante i primi giorni d'inverno: se è destino crasso, ve ne libererete in fretta, se è destino tenue, vi aspettano metri e metri di congelatore, con indosso solo le infradito di Pezzetta.