Memorie di una bevitrice di Estahè

Memorie di una bevitrice di Estahè

martedì 9 ottobre 2012

Essere John Fruscianthè

Se avessi potuto scegliere, io avrei voluto una voce fuoricampo
Ehi tu, Dio!”, gli avrei detto “Non darmi tutte queste tette, dammi una voce fuoricampo”


L'altro giorno ero sul balcone della mia cucina con Pezzetta, il mio coinquilino igienista, a studiare metodi per non ospitare più i piccioni o, per lo meno, per convincerli a pagare l'affitto. Avevamo appena finito di posizionare girelle, buste di plastica, chiodi, cd di Povia e una riproduzione di un gufo reale (loro acerrimo nemico), quando Oris mi ha chiamato da sotto la doccia perché aveva paura di affogare dopo aver sganciato la porta di vetro del box, facendola uscire fuori binario.
Ancora mi chiedo come abbia fatto, visto che Oris è alta quanto lo sportello del pensile basso dalla cucina, ma fatto sta che, in quel momento di pericolo e umidità, i suoi capelli erano come quelli di Lotte, la moglie animalista del burattinaio Craig Schwartz.
L'ho attaccata subito, parlando della differenza tra un sistema numerico posizionale in base 2 e il binario 9 e ¾ della stazione londinese di King's Cross, motivando le mie scelte antivolatili con la manfrina del libero arbitrio. Spaventata dalla mia foga, Oris si è messa a correre verso lo sportello del pensile basso della cucina, quello in cui conservo le mie scorte di estathè e ci si è nascosta dentro.
Dopo un minuto, una voce ha invaso la stanza.

Sono Jack Frusciante”, ha detto.
Jack? Ma non ti chiamavi John?”
John Frusciante, sì. Infatti volevo dire che sono Jack White”
Si, ma pure Jack White in realtà si chiamava John.”
Allora sono Jack Black.”
Pure quello è un nome d'arte”
Iris, lo sai che scassacazzi come te ne ho conosciute poche? E lo sai che pure Iris è uno pseudonimo di merda?”
A parte il turpiloquio, senti Jack Daniels, ho un problema con i piccioni...”
E con la merda dei suddetti.”
Già, ma vorrei che la chiamassi guano.”

Abbiamo scoperto che se ti infili nel pensile basso della cucina, bevi un bicchiere di estathè di straforo e senti una canzone dei Nirvana al contrario, entri nella testa di chi vuoi per 15 minuti. Siccome Oris è una grande comunicatrice, l'abbiamo convinta a entrare nella testa di un piccione e a parlare a tutti gli altri di un progetto web in crescita: smetteredicacare.com (a cura di un certo Bob UkuLele, genio sconosciuto ai più).
Il comunicato stampa parla di metamedicina e possessività e di come la stipsi possa essere un metodo di forza e di accumulazione per combattere l'odierna valanga di informazioni inutili e non richieste che, molto spesso, fanno più danni del guano.
Però non dite guano, dite merda”, c'ha suggerito John Holmes collegandosi con un jack.
Con i vostri modi gentili ed educati, mi avete fatto schiattare due anni fa, senza un goccio di concime”.
John Holmes era il mio olmo bonsai e la sua voce torna a trovarmi solo raramente, perché lui è stato uno dei miei errori più grandi: un ossimoro imperdonabile.

Alla fine della giornata, i capelli di Oris erano vaporosissimi e la sua eccitazione in seguito alle ingenti quantità di estathè bevuto era incalcolabile.
Io e Pezzetta abbiamo ricamato una maglietta con l'indirizzo internet del sito e l'abbiamo fatta indossare al gufo reale, ma non sappiamo se tutto questo basterà.
In compenso ci sentiamo sempre in bilico tra un film di Hitchcock e una centrale energetica a biomasse.
Il guano è una risorsa”, ci ha detto Lotte mentre giocavamo a Blackjack.
Quindi l'abbiamo infilata nel pensile degli estathè.
Perché quello, invece, sì che è una risorsa.

mercoledì 3 ottobre 2012

Posso bere un po' di estathè? No, non puoi.

Se avessi potuto scegliere, io avrei voluto una voce fuoricampo
Ehi tu, Dio!”, gli avrei detto “Non darmi tutte queste tette, dammi una voce fuoricampo”


Se potessi, farei un albero genealogico, una planimetria botanica della casa, un disegno da economista, con le entrate e le uscite, con i bilanci delle persone ospitate e viste, convissute e amate, provate e odiate. Se potessi, non farei passare il tempo che purtroppo è già passato, quello che ci divide dalle feste estive sul terrazzo della vicina, dalle cene di Natale con le palle dell'albero personalizzate, dalle partite di Risiko e dalle puntate di Sex&The city su La7d.
Se avessi potuto, avrei rubato gli occhi del finto di Modigliani del salotto, messo su uno di quei muri che se solo potessero parlare...

Posso bere un goccio d'estathè?”
Dipende.”
Da cosa?”
Senti di avere con Iris un rapporto di quel tipo? Sei sicuro che togliendo quel goccio la lascerai con un bicchiere di sicurezza? Potresti giurare di saper usare bene il punto e virgola?”
Casa Nardini è una casa nei dintorni di piazza Bologna. E' il pianerottolo di un attico, condiviso da due famiglie che sono sempre state una sola casa, con Decio, India e Sophie come dirimpettaie, una cosa che quando guardavi Friends negli anni '90 ti dicevi “Magari capitasse anche me” e poi è successa.
Casa Nardini, di partenza, è una casa di cinque persone, escluse le vicine, che però non si è mai banalmente fermata a cinque e chi non c'ha dormito nemmeno una volta, alzi la mano.

Oris, Iris, Martina, Roberta e Patrizia. Via Patrizia e dentro Jon. Via Jon e dentro Matteo. Via Roberta e dentro Eleonora. Via Martina e dentro Francesca. Via Matteo e dentro Renato. Via Francesca e dentro David. Via David e dentro Federico. Via Federico e dentro Aldo. Via Eleonora e dentro di nuovo Federico. E poi tana libera tutti.
In nove anni, quattordici coinquilini in tutto, esponenzialmente elevati ad un certo quantitativo di amici ciascuno, che aumentati dagli amici di Decio e dagli amici degli amici di Decio e di tutti, diventano un numero incontenibile di persone che sono state ospitate, sfamate, abbigliate e pettinate in quella casa.

Posso bere un goccio d'estathè?”
Dipende.”
Da cosa?”
Rifai sempre il letto quando ti svegli la mattina? Hai mai pensato che fare le sciarpe sia un buon metodo antistress? Sei pronto a condividere una coppa d'amarezza mentre sei seduto sotto il manifesto di Amarcord?”

Sono tre giorni che vivo in una casa nuova, senza essere nemmeno certa del quartiere in cui sto. Non ho girato molto, mi sono solo assicurata, in una passeggiata mattutina con un amico che è una consolante consonante, che c'è un posto in cui posso comprare l'estathè.
Abbiamo bucato i brick, fermi ad un semaforo, per festeggiare.
Sono innumerevoli le cose che mi mancheranno di Casa Nardini e sono ingestibili tutti i ricordi che mi legano a quel posto. Ricordi e cose che sono persone, eventi, risate, festeggiamenti, febbri, esami, litigi, tagliatelle al ragù di cinghiale, amari del capo, lavatrici in panne, bicchieri rotti, tovaglie, sveglie, scampanellate, pianti, cani, sedie e tagli di capelli. Nove anni sono tanti davvero.

Posso bere un po' di estathè?”
No, non puoi.”
E perché?”
Non ce n'è più nemmeno un goccio...”

Ebbene sì, le cose finiscono.
Finiscono le stagioni, gli amori, i biscotti e le bottiglie di estathè.
Spero che i nuovi inquilini non bevano thè deteinato.
E spero che dall'altra parte del mio nuovo pianerottolo ci sia una casa di Bruxelles.








domenica 16 settembre 2012

L'estathè sta finendo

Se avessi potuto scegliere, io avrei voluto una voce fuoricampo
Ehi tu, Dio!”, gli avrei detto “Non darmi tutte queste tette, dammi una voce fuoricampo”


Io vengo da un paese di collina (che pure se ci sale Hugh Grant non diventa una montagna), contornato da una famosa pianura bonificata e non troppo lontano dal mare: una summa di possibili altitudini e metrature che ne fanno un bel posto, uno di quelli che guarda che la sera devi metterti un maglioncino.
Quello che rende il mio paese di collina un posto di cui vado particolarmente orgogliosa sono le statistiche da consumo di estathè: è chiaro che se la Ferrero facesse un concorso per assegnare la medaglia del maggiore consumo pro capite del bene, il paese sbancherebbe. Trovi l'agognato brick perfino allo stand della carne di capra nella sagra di agosto.
Sarà anche per questo che sono abituata male. Quando viaggio, mi indigno non poco se non posso apporre il mio bollino giallo di teinica presenza sulle città, fossero anche città meravigliose.
Come disse Don Buro, in quel capovaloro cinematografico di Vacanze in America: “E poi senti Giuà, saremo puro burini ma beata la 'gnoranza!”.

Don Buro è stato il mio spirito guida, l'accompagnatore indispensabile con cui ho condiviso la réunion della Anonima Tisanisti di quest'anno, tenutasi a Mantova, città meravigliosa e non parca di estathè (due tisaniste mi hanno visto piangere di fronte al bar della stazione mentre agitavo due brick tra le mani).
E' stato un viaggio da intellettuali, durante il quale abbiamo parlato principalmente di Violante Placido, della teoria estetica delle ragazze Cin-Cin di Colpo Grosso e soprattutto di come la precarietà si sia fatta spazio nel mondo a partire da “Call me” dei Blondie per arrivare a “Call me maybe” di una tipa uscita da Canadian Idol, un excursus sociale e culturale di forse su cui uno dei tisanisti scriverà la tesi.
Siccome la levatura dei nostri discorsi era innegabile, ad un certo punto, ci hanno dato un microfono, ci hanno messo di fronte a delle persone e ci hanno chiesto di parlare.
Essendo in disintossicazione, non abbiamo potuto bere una tisana per farci coraggio, quindi il panico si è facilmente impadronito di noi, facendoci invocare Micheal e Johnson, i mitici Righeira che sono arrivati con vocoder e sintetizzatori e si sono seduti accanto a Don Buro, con le loro giacche laminate.

Neo psichico es el sintético edén
Yo quisiera estar ahí más
No tengo dinero, no, no, no, no”

E' tempo che i gabbiani arrivino in città
L'estate sta finendo lo sai che non mi va...”

El vento radiactivo
despeina los cabellos
Vamos a la playa oh, oh, oh, oh, oh”

Ebbene sì, ce la siamo cavata, grazie alle rime dei Righeira tirate fuori dalle tasche e ai santini di Don Buro usati come segnalibro.
Mantova, ripeto, è una città stupenda, è bene che si sappia, ma non vendono l'estathè in tutti i bar e, una mattina, ho dovuto bere un Lipton: un gesto da fine dell'anno, da spumante sgasato, da lenticchie fredde; una di quelle sventure che ti spingono a fare la lista dei buoni propositi per l'anno nuovo:
  1. Cambiare casa
  2. Farsi crescere i capelli
  3. Monogamia assoluta con l'estathè (massimo della concessione: un infuso propaganda con EcCì, l'amica che, rettifico, non beve solo caffè freddo -ho rischiato la denuncia per il post precedente, si vede che non sono l'unica maniaca di liquidi eccitanti-)

Siccome i Tisanisti guardavano prima me e poi il Lipton, poi sempre il Lipton e dopo di nuovo me, ho dovuto aprire youtube dallo smartphone (che Oris mi ha regalato contro la mia volontà) per cercare di farli sentire il meno smarriti possibile.
Quando è partito il sax, tutto è diventato dannatamente ufficiale.

L'estathè sta finendo
e un anno se ne va
sto diventando grande
lo sai che non mi va


Tanti auguri.
Iris.

martedì 3 luglio 2012

Onironauticamenthè

Se avessi potuto scegliere, io avrei voluto una voce fuoricampo
Ehi tu, Dio!”, gli avrei detto “Non darmi tutte queste tette, dammi una voce fuoricampo”


E' arrivato un caldo che fa sudare pure i gomiti, pure gli occhi, pure le parole; quindi ce ne stiamo tutti zitti zitti, alla ricerca disperata di un riparo occasionale negli spruzzi d'ombra di ogni tipo: alberi, balconi, giganti dalle pettinature afro, perfino pali della luce.
Una situazione surreale.
Ho visto un bambino farsi ombra sugli occhi con il gelato, per guardare la vetrina di un negozio di giocattoli, mentre sua madre leccava il cono per non farlo sporcare ed era prospetticamente sistemata dietro lo spazio di competenza di un orso gigante, posizionato all'ingresso del negozio di giocattoli, che gettava una tenue oscurità sui piedi della signora, per evitare che sudassero. Almeno quelli.
Siccome ero lì, ho fatto un po' di ombra all'orso (mutua assistenza urbana), mentre guardavo quella matrioska di famiglia accaldata (e accalcata).
Quando lui mi ha ringraziata, ho capito che c'era qualcosa che non andava e che quasi sicuramente stavo sognando.
Ho appena imparato cosa sia l'onironautica, grazie ad un libro prestato da un'amica che non è una teiera (e che purtroppo beve caffè freddo -e vabbè, che dobbiamo fare...-), quindi mi sono messa subito all'opera ed ho seguito le regole per capire se fossi all'interno di un sogno lucido.
Mi sono specchiata nella vetrina: ero deformata.
Ho chiesto l'orario ad un passante per due volte di seguito e alla prima ha detto: “Sono le due”, mentre alla seconda ha detto: “Vaffanculo” (per il sogno lucido, devi avere due risposte diverse: ci siamo).
Ho letto la temperatura su un display. Trentacinque fottutissimi gradi e subito dopo trentasette fottutissimi gradi.
E' fatta: sto sognando.
Posso fare ciò che voglio.
Christopher Nolan: a noi!

Ma che vuoi?”
Sei Christopher Nolan?”
No, so' tu nonno in carriola...”

Non ci siamo. Devo essere io alla guida di questo sogno: adesso abbasso la temperatura, congelo il gelato del bambino, mi alzo in volo e vado a fare due chiacchiere con quelle dannate taccole assassine che fanno incetta di piccioni ululando alle quattro di notte, metto l'aria condizionata su tutti i cazzo di autobus di Roma, do una messa a posto alla metro B1, elimino in maniera definitiva l'utilizzo di pantaloncini imbarazzanti e distribuisco brick di estathè in tutti i bar di Roma.

Ah bella! Attraversi o no?”
Sei Christopher Nolan?”
Chi sso' io? Che hai detto? Guarda che io te gonfio...”
No, non hai capito! Io mi chiedevo solo se fossi il regista di...”
Il regista de che? Ma allora tu me vòi proprio fa perde' la pazienza regazzì?”

Quando sono passata di nuovo vicino all'orso e ho visto il gelato del ragazzino squagliato sui piedi della madre, l'orso mi ha detto: “Grazie” e allora ho capito che forse mi ero sbagliata. Quindi gli ho chiesto che ore fossero e l'orso mi ha guardato perplesso prima di dire: “Grazie”. Non ero in un sogno lucido: non avrei avuto falsi risvegli, allucinazioni uditive o turbanti stati ipnopompici.
I gradi aumentano davvero a vista d'occhio; l'aria condizionata è uno stato di grazia che non ci è concesso e le taccole, se non stai attento, iniziano a girarti sopra la testa, facendo strani versi.
Nonostante la tentazione di domandare all'automobilista nervoso se avesse almeno visto 'Inception' , ho optato per entrare in un bar e chiedere un brick d'estathè.
L'Estathè non ce l'abbiamo. Abbiamo il thè fatto da noi”, mi hanno detto, scuotendo una bottiglia di acqua Levissima piena di un liquido torbido.
Altro che onironautica, questo è un incubo ad occhi aperti.

Non ti puoi mettere contro di me, mia cara, io ho diretto 'Memento', 'Il cavaliere Oscuro' e...”
Beh, allora tu sei Cristopher Nolan?”
Di certo non sono tuo nonno in carriola”
Tu hai salvato Batman. Tu hai salvato un supereroe. Tu sei un mito.”
Tu hai un'amica tejera e delle paralisi ipnagogiche. E non fai nemmeno uso di droghe.”
Non credo che mi daranno un oscar per questo.”
No, nemmeno io. Non con questo caldo, perlomeno.”
Ho abbracciato l'orso, fino a quando non mi hanno cacciato via.
Poi sono tornata a casa ed ho cercato di dormire.
Quando dormo, posso aprire un'anta dell'armadio e ritrovarmi ad Istanbul oppure sganciare la pistola di un distributore di benzina e riempirmi di estathè oppure girare per strada a mezzogiorno senza colare come se fossi appena uscita da una doccia.
Quando dormo, è tutto più semplice.
Il mondo reale è monotono e privo di inventiva.
E poi fa sudare troppo.

venerdì 22 giugno 2012

Tagliatele la thèsta

Se avessi potuto scegliere, io avrei voluto una voce fuoricampo
Ehi tu, Dio!”, gli avrei detto “Non darmi tutte queste tette, dammi una voce fuoricampo”


Due giorni fa, il supermercato aveva finito l'estathè. Con l'arrivo del caldo, tutti sono accorsi a sistemare le bottiglie in frigo, pensando di avere un rapporto speciale con il mio nettare meraviglioso ed io mi sono sentita tradita.
Ma come, estathè? Proprio a me? Che non vivo nemmeno un giorno d'inverno senza di te?
Questo mi avrebbe dovuto far riflettere.
La giornata era cominciata sotto i peggiori auspici, non sarei dovuta andare dal parrucchiere di Oris. Io ho un cattivo rapporto con tutti i parrucchieri del mondo: i miei capelli non sono fatti per essere fonati e sistemati, si arrabbiano, si sentono artefatti e se la prendono con me.
Ma tutti possono sbagliare ed io ho sbagliato: ad andare dal parrucchiere in un giorno nefasto, a dare retta alle bizzarre scelte estetiche di Oris e a non scappare quando il suddetto ha cominciato a chiamarmi passerotto.

Vorrei che me li accorciassi...” gli ho detto.
Vorrei un carré, più corto dietro e più lungo davanti.”
Una cosa semplice, insomma, detta con i termini giusti, imparati sul campo. Perché si dice “carré”, non “caschetto”. L'ultima volta che ho detto ad un parrucchiere che volevo un “caschetto”, mi ha consigliato di andare dal barbiere di Nino D'Angelo, l'unico in Italia ad avere ancora il caschetto.
I parrucchieri non devono amare gli iris.
E non devono amare nemmeno l'Estathè.
Fatto sta che, mentre ero lì ad aspettare, ho visto Alice su una poltrona poco distante dalla mia: il brucaliffo le stava fonando i suoi boccoli d'oro con il fumo infinito del suo narghilè.

Oggi mi sono trasformata così tante volte che non so più chi sono...”, gli stava dicendo, ma lui non la ascoltava, era troppo concentrato sulle sue boccate di fumo e sulla sua filosofia.
E tu?”, ha detto lei a me. “Tu chi sei?”.
Non lo so ancora, Alice. Dipende da come mi taglieranno i capelli”, ho risposto.

Poi ho sentito che il mio parrucchiere chiamava qualcuno coniglietto e ho visto Alice farsi nervosa sul ticchettio di un orologio che le urlava il suo ritardo.

E' tardi, Bianconiglio, dobbiamo andare!”.
No, mi stanno facendo la cresta e credo che me la tingerò di biondo, come Balotelli.”
Proprio in quel momento, mi sono accorta che, alle forbici, c'era un tipo strano, uno con un cappello enorme che sorseggiava thè da molte tazze diverse: un mio simile, praticamente.
Poi, però, il negozio si è riempito di stregatti, gemelli sincronizzati, leprotti bisestili, capitan libecci e canterine maratonde ed io mi sono distratta così tanto da non far più caso ai miei capelli e alle urla spietate di una donna con un mazzo di carte in mano.

Tagliatele la testa! Tagliatele la testa!”
Quando ho sentito il rumore delle forbici che si chiudevano era troppo tardi, mi sono guardata nello specchio e ho detto “E chi è quella? Una catechista? Una zitella senza speranza chiusa in un romanzo di Jane Austen?”
Il brucaliffo stava pompando i capelli di Oris, mentre il mio sguardo si distruggeva.
Non ho letto il seguito, quindi non so cosa Alice trovò attraverso lo specchio, so solo che, mentre uscivo disperata da quel posto, con un fungo atomico sulla testa che non mi avrebbe fatto diventare né più alta né più bassa di quanto io non sia già, ho sentito una vocina leggera che mi ha detto:

Di solito io mi do degli ottimi consigli, ma raramente li seguo...”
Non avrei dovuto tagliarmi i capelli, vero?”
L'importante è che non hai perso le testa. Il resto si recupera.”
Sarà, ma intanto fa troppo caldo per un cappello, ci sono troppi concerti per non uscire di casa e bisogna fare le poste al camion dei rifornimenti del supermercato per accaparrarsi un goccio di estathè.
E' una vita davvero difficile.
Per uno sparuto momento, mentre mi guardavo nello specchio enorme del mio armadio nuovo, ho pensato che se avessi bevuto una tazza di estathè, brindando al mio non compleanno, mi sarebbero ricresciuti i capelli.

Impassabile”, mi ha detto la serratura della porta.
Vuoi dire impossibile?”
No: impassabile. Nulla è impossibile...”
In effetti, a guardarmi bene, sembro una rincoglionita che beve thè deteinato: una cosa che credevo davvero impossibile...


martedì 12 giugno 2012

A-thèam

Se avessi potuto scegliere, io avrei voluto una voce fuoricampo
Ehi tu, Dio!”, gli avrei detto “Non darmi tutte queste tette, dammi una voce fuoricampo”


Ho sempre pensato di possedere poche cose: non ho una casa, non ho una macchina, non ho un divano, non ho un aspirapolvere. O meglio, ho tutte queste cose, ma non sono mie.
Sono miei i libri e sono miei i vestiti, ma i libri non sono mai troppi (anche se, quando li sposti, maledici tutti quelli che non sono abbastanza meravigliosi da meritarsi il tuo mal di schiena) e i vestiti, beh: se vivi con Oris oppure Oris è tua sorella, le sue quarantasei paia di scarpe e le sue strabordanti ante dell'armadio nuovo, ti fanno sentire davvero poco abbiente, mentre le urli dietro: “Hai due ante in più, come diavolo è possibile che non c'entri nemmeno così?”.
Ho sbraitato contro di lei subito prima di dare una testata (in)volontaria al povero e scarno ripiano con i miei vestiti (“legge del contrappasso” secondo Oris, “solita sfiga” secondo me) e, subito dopo, mi sono ricordata dello zaino di George Clooney in “Up in the air”, il bagaglio leggero che lui consiglia di avere nella vita.
Bisogna portarsi dietro meno cose possibile.
Allora ho preso uno zaino, l'ho riempito di estathè e sono andata a pattinare per le vie di Roma. Avevo già il fiatone quando mi si è affiancato un furgone GMC Vandura serie G e qualcuno mi ha tirato sopra.
Era Murdock, dell'A-Team.

Cos'hai dentro quello zaino?”
Una sorella, due genitori, un cane e due nonni. Quattro coinquilini, una dirimpettaia e un numero non ben precisato di amici. Poi ho un cacciavite e un finto volume della divina commedia in cui nascondo le cose. E infine mi porto dietro delle foto, un ginocchio sbucciato e tutto l'estathè che posso...”
Un ginocchio sbucciato? Ma è vergognoso!”
Lo so, Capitano Murdock. Lo so.”
E' vergognoso che tu abbia sbucciato solo un ginocchio. E l'altro? Non soffre, al chiuso dell'epidermide?”
Spero di no...”
Deve essere stato questo zaino a sbilanciarti. Se non lo avessi avuto, saresti caduta per bene e adesso avresti due belle ferite simmetriche.”
La pensi come Clooney? Sono troppo pesante?”
Clooney ti ha detto che sei pesante?”
Non direttamente.”
Beh, Mr T dice che io sono scemo. Non devi far caso a queste cose...”
Ci proverò.”
Mi sono perso la mia squadra: Hannibal, Sberla, Barracus, tutti...”
E non ti senti leggero?”
No, mi sento tremendamente solo, tanto da raccattare una ragazzetta in pattini per strada per vedere se ha la mia squadra nel suo zainetto. Forse Mr T ha ragione a dire che sono scemo...”
Ti piace l'estathè?”

Alla fine, io e Murdock siamo diventati amici ed abbiamo recuperato l'intero A-Team con un “piano ben riuscito”. Io ho infilato tutti loro nello zainetto e ho ricominciato a pattinare.
Sono caduta varie volte, sempre sullo stesso ginocchio, forse ha ragione Murdock a dire che c'è qualcosa che mi squilibra, ma non butterò lo zainetto per cavarmela meglio: io mi appesantirò ancora di più, voglio diventare obesa, oberata di cose, ripiena di persone.
Voglio che non mi bastino due ante dell'armadio.
Voglio riempire di roba persino i vuoti di estathè.
Voglio pesare tantissimo.
Le persone tendono a dimenticarlo ma, in fisica, il peso è una forza e la pesantezza è l'unica maniera che abbiamo di volare leggeri.
E' per questo che Oris ha quarantasei paia di scarpe.
O almeno lo spero.


venerdì 1 giugno 2012

Metti una sera a cena da thè

Se avessi potuto scegliere, io avrei voluto una voce fuoricampo
Ehi tu, Dio!”, gli avrei detto “Non darmi tutte queste tette, dammi una voce fuoricampo”


La primavera è un momento di passaggio, ormonalmente parlando. Vivo e ho vissuto con un cospicuo numero di uomini, quasi fratelli, che mi ha permesso di sapere che, quando i cappotti, le sciarpe e i cappelli iniziano a volare via e lembi di polpacci, punte di piedi e spigoli di gomiti iniziano ad assaggiare l'aria calda della bella stagione, ogni uomo vive il risveglio della propria mascolinità.
Le donne, invece, preferirebbero non vedere unghie tagliate male, peli ascellari umidi e gocce di sudore che incorniciano le facce lesse dell'altro sesso: quindi la bella stagione incanala Marte e Venere in due galassie molto lontane.
Sono questi i momenti in cui Oris ed il suo gruppo di amiche singles (tutte meno una perché in qualsiasi buon gruppo di ascolto ci deve essere un punto di vista opposto per riequilibrare) accolgono nelle loro serate “Pollaio” anche gallinacce non tesserate, come me.

Mi chiamo Iris e sono circa diciannove minuti che non bevo estathè...”
Ciao, Iris. Ti vorremmo dire che qui non siamo in un gruppo di recupero per drogati di teina e oltretutto sei poco credibile, visto che spunta una boccia di estathè dalla tua borsa”
Scusate!”
No, non ti scusare. Piuttosto magna bella e ascolta donne più sagge di te”
Non posso riportare quanto udito in quelle stanze, un po' per rispetto del gruppo, un po' perché l'alcool era direttamente proporzionale al cibo, ma posso dirvi una cosa: le donne non parlano di uomini durante la bella stagione e, se ne parlano, il tono non è quello del desiderio. Sarà colpa delle ascelle pezzate, dell'infradito che non dona mai o dell'aria poco intelligente che l'ormone vorticoso dona all'interlocutore maschio, ma Carrie Bradshaw, nella realtà delle strade romane, non sussiste.

Quello che posso dire è che, in quella stanza, c'era un intruso.
Un intruso maschio, peloso e un po' sovrappeso, che, devo dirlo, non dava molto fastidio.
Ha miagolato solo una volta, ma la sua voce non ha mai smesso di narrare quella serata.
Iris, io ero il gatto di Bukowski, qua praticamente mi pare di stare in collegio...”
Ma, micio, tu parli?”
Non mi chiamo Michu, mi chiamo Pichu, come quello dei Pokémon”
Ma quello era un topino...”
Stai a scherzà? Pichu è un tipo elettrico che si evolve in Pikachu quando è felice. Come si suol dire: 'mica cazzi'?”
Pichu, sarai pure stato il gatto di Bukowski, ma sembri un bambino di dieci anni. Cosa direbbe il tuo precedente padrone se ti sentisse parlare così?”
Mi farebbe strafogare di cibo. Questa qua m'ha messo a dieta...”
E meno male che t'ha messo a dieta, sennò...”
Aò, Iris, ma alla fine chi ti conosce? Torna nel tuo che io torno nel mio. Non te lo voglio manco dire cosa avrebbe detto di te il buon Charles...”
Per tutto il resto della serata, Pichu è stato allungato per terra, in quella che la sua padrona chiama la “posa da magro”, mentre io imparavo un sacco di cose così grande che ho dovuto lasciare la bottiglia di estathè per potermelo riportare a casa.
Pichu non ha dato fastidio, ma credo che abbia sudato davvero tanto per resistere alla tentazione di salire sul tavolo e strafogarsi con quanto vi era presente.
Insomma, si è trattenuto.
Il perché l'ho capito quando mi è stato detto che Pichu è castrato: quindi si posiziona esattamente a metà nello spazio che divide quei due pianeti opposti dalla bella stagione.
Questo è il motivo per cui, quando ho tirato fuori la bottiglia di estathè, ne abbiamo dato anche un po' a lui.
Non so cosa ne avrebbe detto Bukowski e forse nemmeno mi interessa.
Quello che so è che maggio è finito, che il caldo rende l'estathè freddo ancora migliore del solito e un gatto è stato la mia voce fuori campo per una sera grandemente illuminante.
Le amiche di Oris mi hanno reso parte del pollaio, anche se di solito pigolo in un'altra aia.

Così dovrebbe essere quando trema il tuo mondo.
Dovrebbe essere che arriva qualcuno e che ti invita a cena.
Maggio distrugge sempre tutto.
Lo stronzo c'ha pure 31 giorni, ma prima o poi finisce.